Egli viene spesso ricordato per aver rinunciato, ad appena cinque mesi dalla sua incoronazione, al soglio pontificio; tale rifiuto non fu dettato però da un atto di vigliaccheria, come, frettolosamente e ingiustamente, scrisse Dante, ponendolo tra gli ignavi dell’Antinferno e indicandolo come “colui che fece per viltade ''il gran rifiuto”.
Il suo fu, piuttosto, un atto di grande coraggio, dettato dalla umile consapevolezza che a causa dei profondi contrasti, politici più che religiosi, che laceravano la Chiesa del tempo, le sue capacità non sarebbero state sufficienti.
Il pontificato di Celestino si rivelò, infatti, ben presto, lontano dalle sue aspirazioni eremitiche: se da un lato egli riuscì a perseguire gli alti ideali spirituali che lo avevano sempre animato, d’altra parte, però, venne sottoposto alle continue ingerenze operate dal sovrano angioino Carlo II, tanto da spostare la Curia a Napoli, vicino alla corte, divenendo strumento del re nella nomina di cardinali francesi o filo – francesi. Dopo pochi mesi, dunque, dalla sua elezione egli, insofferente, e forse anche deluso, non senza spinta di colui che sarebbe divenuto suo successore, e cioè Bonifacio VIII, prese la decisione di rinunciare al ministero petrino.
Mi concentrerò in questo articolo, sulla descrizione di uno degli eremi da lui fondati, quello di Santo Spirito a Maiella, che non fu il più grande ma, sicuramente, uno dei più suggestivi; prima sarà utile, però, approfondire la storia di questo Santo autentico e della Congregazione religiosa da lui creata. Alla fine del IV secolo d.C. la luce dell’Impero Romano si andava affievolendo, oscurata dalle ricorrenti invasioni barbariche che stavano colpendo diversi popoli, non più tutelati da un forte potere centrale.
All’interno di questo scenario si diffusero l’anacoretismo e il monachesimo, inizialmente di derivazione orientale, attraverso i seguaci di Sant’Antonio Abate, padre di tutti gli eremiti, di San Basilio e di altri; successivamente si sviluppò, anche, un monachesimo di origine autoctona, come quello che fece riferimento a Sant’Equizio di Amiterno, il quale diede vita a veri e propri cenobi disseminati per tutta l’Italia centrale.
Queste comunità iniziarono a professare una particolare forma di spiritualità, basata sulla solitudine (la radice greca di monaco è, infatti, “monos”, cioè uno, solo); padre del monachesimo occidentale, che lascerà traccia nei millenni con la sua opera, fu Benedetto da Norcia. Egli si ritirò, ben presto, in romitaggio ad Affile, nell’alta Valle dell’Aniene e ancora giovane venne chiamato dal cenobio basiliano di Vicovaro, vicino Tivoli, dal quale si allontanò poi a causa della poca disciplina dei suoi componenti. In seguito si stabilì a Subiaco, dove, tra le rovine di una sontuosa villa appartenuta a Nerone, fondò una pluralità di piccole comunità, delle quali si occupò in prima persona.
Nel 529 Benedetto lasciò l’incarico di guidare questi luoghi a due suoi validi compagni e si diresse verso Frosinone, sulla montagna che sovrasta Cassino, l’antico Castrum Casinum, dove, nell’insediamento da lui fondato, il monastero di Montecassino, concluse la sua esistenza; edificato sulla cima del monte, utilizzando la preesistente acropoli, divenne per secoli il più grande faro di spiritualità che non solo l’Italia, ma anche l’Europa conobbe.
Dall’Ordine Benedettino, la cui Regola ebbe come capisaldi la moderazione e l’obbligo della vita in comune, si distaccarono, nel corso del tempo, dei rami che ne conservarono i principi pur adattandosi, sotto alcuni aspetti, alle rinnovate esigenze dettate dal mutare dei tempi. Tra le varie filiazioni meritano di essere citati i Cluniacensi, il cui nome deriva dal monastero di Cluny in Francia, dove, nel 910, prese corpo la nuova Congregazione, e i Cistercensi, ordine di enorme importanza, che aprì più di settecento Abbazie.
Anche questo ordine nacque in Francia, nel 1098, dal distacco avvenuto a Citeaux (Cistercium in latino), di una corrente più rigorosa rispetto a quella cluniacense, che ebbe quali elementi fondanti una maggiore ascesi e l’abbandono di molte attività nobili a favore di occupazioni più umili, come l’agricoltura e l’allevamento, esercitate attraverso l’opera di oblati e conversi.
I Cistercensi mostrarono più di altri tratti in comune con l’ordine dei Celestini, fondato, nel corso del XIII secolo da Pietro Angeleri, divenuto papa Celestino V. La vita religiosa del Duecento vide l’affermazione di nuovi Ordini di frati Mendicanti, che scelsero di andare incontro alla gente, vivendo, poveri tra i poveri; i più noti furono i Domenicani nati nel 1206, i Francescani nel 1209 e i Servi di Maria nel 1233.
La pratica spirituale della povertà vissuta nel senso più vero del termine, della semplicità da intendersi come purezza d’animo, e non come sprovvedutezza, fu incarnata appieno da Pietro Angeleri; egli nutrì per tutta la sua vita un profondo rispetto per i “frati poveri” che erano i Francescani, a molti dei quali permise di confluire nella Congregazione da lui creata.
Divenne converso nel 1232 a Santa Maria di Faifoli, e, dopo circa tre anni passati a vivere un’esperienza monastica di tipo cenobitico, che sicuramente non gli apparteneva ma che ricalcava le regole dell’Ordine Benedettino, all’interno del quale si asseriva la necessità della vita in comune, prese la decisione di indirizzarsi verso un monachesimo eremitico, fondato sulla contemplazione.
Fu così che si diresse a Roma, per chiedere a Gregorio IX il permesso di perseguire questo suo intento, rivolto alla preghiera da svolgersi in piena solitudine; iniziò, dunque, un lungo cammino, in cui sperimentò la vita eremitica, toccando Pescolanciano, Castel di Sangro e la Maiella dove decise di fermarsi, trascorrendo qualche anno sull’odierno monte Porrara. Ricevette l’ordinazione sacerdotale a Roma, tra il 1233 e il 1234, e poi tornò a Sulmona trovando rifugio sul Monte Morrone, luogo dove trascorse diversi anni e che gli valse l’appellativo con il quale è conosciuto, Pietro da Morrone.
Il Santo eremita trovò in questo territorio l’agognata pace, costruendosi un rifugio, a mezza costa della montagna, noto come Eremo Morronese, sovrastante l’antico tempio di Ercole Quirino; qui egli visse le diverse Quaresime (almeno quattro) celebrate durante l’anno, mentre il resto del tempo lo passò nella piana sottostante, in una grotta dove eresse un altare e che pian piano divenne una chiesa, primitivo nucleo di quella che sarebbe divenuta la Badia Morronese, la cui storia approfondirò in un altro articolo.
Pietro da Morrone fu aiutato in questa impresa da un altro frate, Gentile da Sulmona, con il quale realizzò la chiesa che più tardi si trasformò in “caput Ordinis”, inizialmente costituita da una piccola comunità di eremiti che visse della messa a coltura del territorio circostante.
Numerosi fedeli, attirati dalla fama della sua santità e dai miracoli compiuti, accorsero a Sulmona convincendo Pietro ad abbandonarla e a ricercare nuovamente la solitudine; intorno al 1245, insieme ai confratelli Francesco d’Atri e Angiolo di Caramanico, si diresse verso Roccamorice e vi fondò un nuovo eremo, quello che diverrà Santo Spirito a Maiella.
tre eremiti si incamminarono, dunque, verso la Maiella, territorio aspro e selvaggio, anticamente noto con il nome di Nicate (dalla contrazione delle parole greche nican e aete: vincere il vento), situato nell’Appennino Centrale Abruzzese; si fermarono dapprima nella cosiddetta “grotta dell’orso”, che risultò ben presto essere troppo facilmente raggiungibile dai fedeli, e, poi, nello speco di Ripa Rossa, meno accessibile ma dal quale si spostarono nuovamente, per risalire un vallone dove trovarono riparo all’interno di una nuova grotta, sperduta tra strapiombi e boscaglie.
Qui, come sul Monte Morrone, questo inospitale, primitivo rifugio, si trasformò nel tempo, in un convento che divenne, poi, noto con il nome di Badia di Santo Spirito a Maiella; la montagna era conosciuta, anche precedentemente, per aver dato asilo a diversi eremiti, infatti a metà dell’XI secolo l’abate Desiderio, ricordato come uno dei massimi abati di Montecassino, eletto papa col nome di Vittorio III, vi aveva vissuto.
Il luogo prescelto da Pietro da Morrone era impervio e di difficile accesso, posto a più di mille metri di altitudine, caratterizzato da una fitta vegetazione composta in prevalenza da faggi, querce e roverelle; sotto il rifugio, allora come oggi, si estendeva una profonda forra, riccamente boschiva, che si allargava in una valle ricca di torrenti.
Nel 1252 ai primi eremiti se ne aggiunsero altri e, quindi, fu necessario adeguare le forme del primitivo oratorio; ne venne infatti edificato uno più grande e furono costruite delle piccole celle destinate ai cenobiti.
Santo Spirito da quella data ottenne alcuni semplici atti, come diritti di pascolo, permessi per costruire un mulino per cereali, attraverso i quali furono gettate le basi per la nascita di quella che si sarebbe trasformata nella Congregazione dello Spirito Santo.
Con il trascorrere del tempo Pietro decise di chiedere al pontefice la legittimazione canonica della propria comunità di monaci, che si andava ingrandendo, così da renderla una vera Congregazione.
La richiesta venne accolta da Urbano IV nel 1263: il papa dispose di incorporare Pietro da Morrone e i suoi seguaci all’interno dell’Ordine di San Benedetto ma come Congregazione autonoma. Il Santo eremita e i confratelli abbracciarono la regola dell’Ordine Benedettino, ai cui capitoli, però, aggiunsero altri propri che andarono a costituire una sorta di innovazioni.
Dal 1275 al 1293 l’eremo divenne “casa madre” dell’Ordine di Santo Spirito della Maiella, fino al 1294 quando Pietro ascese al soglio pontificio con il nome di Celestino V e, dunque, i fratelli dello Spirito Santo presero il nome di Celestini; progressivamente, nel corso del Trecento, l’ Abbazia di Santo Spirito venne abbandonata a se stessa per essere ricostruita, su iniziativa dell’abate Pietro Santucci da Manfredonia, sul finire del Cinquecento.
Egli, monaco celestino del cenobio di Monte Sant’Angelo di Puglia, giunse nel 1596 all’eremo del Nicate, rimanendo profondamente affascinato ma, allo stesso tempo, preoccupato per lo stato di forte degrado in cui versavano gli ambienti. Decise, così, di realizzare, coadiuvato da due giovani di Roccamorice, un nuovo edificio monastico, che ottenne il titolo di Badia, strutturato su due piani: quello inferiore comprendente la chiesa e altri locali, tra i quali sacrestia, refettorio e magazzini, e, quello superiore, destinato alle celle dei frati, alla sala capitolare e all’alloggio dei priori.
Tutto il fianco destro del complesso fu costruito a ridosso della montagna, creando a chiunque lo visitasse, oggi come ieri, un senso di stupore e meraviglia. Nel XVII secolo il nobile Marino IV Caracciolo vi si rifugiò facendovi realizzare un edificio, chiamato “casa del principe”, successivamente trasformato in foresteria; nel 1807, a causa del decreto napoleonico, l’ordine dei Celestini venne soppresso e il monastero fu definitivamente abbandonato.
Un ampio piazzale, scandito dalla presenza di diversi abbeveratoi scavati nella roccia, conduce all’ingresso del complesso monastico il quale ricalca, parzialmente, la suddivisione degli spazi messa in atto da Pietro Santucci nel ‘500; l’insieme risulta mancante del secondo e del terzo piano, di cui sono ben visibili i ruderi, che ospitavano gli spazi abitativi del convento, un tempo sicuramente più maestoso.
Nella parte bassa sorge la chiesa a navata unica e suddivisa in quattro campate con altari laterali, in cui si distingue l’area presbiteriale, la più antica, con archi a sesto acuto messi in evidenza da costoloni; al di sotto di essa, interamente ricavato nella parete rocciosa, si trova l’Eremo originario, in cui è ospitata la Stanza del Crocefisso dove soleva pregare Pietro da Morrone, e dove è conservato il Crocefisso portato dal Santucci, che, in questo luogo, esorcizzava gli ossessi.
La chiesa è addossata alla parete rocciosa a formare un corridoio che si sviluppa per 90 metri fino all’inizio della scala santa, la quale comincia, con la prima rampa di 31 gradini, di fronte alla foresteria; quest’ultimo ambiente, noto come edificio dei pellegrini, si sviluppa su tre piani per oltre 30 metri.
Un’altra parte della scala, formata da una seconda rampa di 76 gradini, interamente scavata nella roccia, conduce al centro di un’enorme balconata coperta lunga 180 metri ambiente in cui, con ogni probabilità, si fermavano in preghiera i monaci. Quella che era la parte abitativa si trova al piano terra, dove vi sono alcune piccole stanze di servizio, e al piano superiore, cioè il secondo settore, formato da sei grandi locali.
In questo luogo, inaccessibile e immerso nella natura e nella pace, il futuro papa riuscì a percepire la presenza del divino grazie alla contemplazione: Pietro Celestino, uomo votato all’ascetismo, realizzò soltanto qui, tra le sue montagne, come anche negli altri eremi da lui fondati, il proprio ideale di vita, basato sulla preghiera, sulla mortificazione della carne e sulla solitudine.
Appena dopo aver abbandonato gli ori e le porpore del concistoro egli si sentì nuovamente un uomo libero, sognando quei monti che tanto lo avevano avvicinato a Dio.
Purtroppo ad attenderlo ci furono gli uomini di Bonifacio VIII, il quale decise di imprigionarlo al Castello di Fumone: troppi i pericoli rappresentati da Celestino, papa rinunciatario già in fama di santità che avrebbe potuto provocare uno scisma e troppi i cardinali non più fedeli al nuovo vescovo di Roma.
Pietro trovò la morte in una cella del castello, e quasi subito iniziò il suo processo di canonizzazione avviato da quello stesso papa che lo fece imprigionare ma che non negò mai la sua importanza; il processo si concluse il 5 maggio del 1313, quando Celestino fu proclamato santo da Clemente V, successore di Bonifacio VIII.
Anche in questo caso possiamo proporvi qualche interessante lettura relativa soprattutto al territorio e agli eremi d'Abruzzo.
Eremi d'Abruzzo. Guida ai luoghi di culto rupestri Condividi
di Edoardo Micati (Autore) CARSA, 2021
Acquista con noi
Guida all'alta via della Majella. Natura e presenza umana in un ambiente estremo Condividi
CAI. Comitato scientifico Filippo Di Donato (Curatore) CARSA, 2002
Affiliati La Feltrinelli
Affliati
