L’imponente costruzione, inizialmente eretta quale fortezza con elementi difensivi e di sicurezza militare, assunse, in un periodo di tempo compreso tra il 1200 e il 1700, le caratteristiche di uno splendido palazzo rinascimentale composto da ben 135 stanze.
L’interno è ricco di stucchi, affreschi, camini e di tutta una serie di iscrizioni, poste sugli architravi delle finestre, che hanno permesso una valida ricostruzione delle molteplici fasi costruttive che interessarono il complesso durante il corso dei secoli. Il paese di Piobbico, contornato da scorci paesaggistici di grande bellezza, si erge su di una vallata delimitata da due montagne, il monte Montiego (975 m.) che gli sorge quasi a ridosso, e il monte Nerone (1526 m.), caratterizzato da fittissimi boschi.
Nel centro abitato si uniscono i fiumi Biscubio e Candigliano e, proprio grazie a risorse di questo tipo, sin dall’epoca preistorica, alcune popolazioni si stabilirono nel territorio così come testimoniato dal rinvenimento di utensili di vario genere e di frecce. La storia di Piobbico vide come protagonisti etruschi, romani, e, soprattutto, la famiglia Brancaleoni che a partire dall’anno Mille iniziò ad insediarsi nel feudo sul quale tenne il suo predominio per cinque secoli.
Da sempre dibattuta è la nascita di questa nobile famiglia: secondo alcuni studiosi la stirpe sarebbe di origine tedesca, secondo altri italiana. Alcuni fautori della seconda tesi affermano che le sue origini potrebbero essere accostate alla famiglia dei Frangipane di Roma; in effetti uno degli esponenti più in vista dei Brancaleoni, il cardinal Latino, vissuto nel XIII secolo, ebbe l’appellativo di Cardinal Frangipani Brancaleoni.
L’importante casato stabilì la propria dimora, inizialmente, su di una impervia vetta del Monte Nerone (Mondelacasa) per trasferirsi, successivamente, più a valle dove, nel XIV secolo, presero avvio i lavori di costruzione del Palazzo. Sul luogo prescelto si trovavano solamente alcune casupole i cui resti sono, ancora oggi, visibili all’interno dell’insieme architettonico; sul colle era anche presente una torre di guardia risalente al Duecento.
Dopo tre secoli, al di sopra dell’arco furono posti due orologi, uno rivolto verso l’esterno, l’altro verso il cortile interno con i numeri disposti in senso antiorario; questa particolarità, che lo rende quasi unico a livello nazionale (ne esiste un esemplare simile in provincia di Bergamo), è da mettere in relazione con la semplicità del meccanismo, connotato da un unico asse. Oltrepassata la volta della torre dell’orologio si accede al Cortile di San Carlo, sul cui fronte si innalza, in tutta la sua imponenza, il grande portale a pietre bugnate che immette in un corridoio a cielo aperto.
Il portale è sormontato da un leone rampante col capo della croce seduta, stemma araldico della famiglia Brancaleoni, il cui motto, leggibile ai lati ed espresso in lettere greche, recita: “mite e fiero”; al di sotto il nome del conte Antonio e la data 1587. Sempre nel cortile, a sinistra, ammiriamo l’Oratorio di San Carlo eretto nel 1615 su commissione del conte Giordano Brancaleoni per rendere omaggio alla visita fatta da San Carlo Borromeo, nel 1579, al fratello Federico, sposo di Virginia della Rovere; i lavori vennero continuati dal figlio Antonio III, il cui nome è presente sul portale della chiesa, e furono ultimati, sul finire dell’Ottocento, grazie a Ulderico Matterozzi Brancaleoni.
Il portale a pietre bugnate immette nella parte nobile del complesso attraverso un lungo corridoio a cielo aperto dal quale si accede al Cortile d’Onore, caratterizzato da un elegante portico con volte e da un giardino. Negli anni 1474 – 1482 furono realizzate opere di ampliamento ed abbellimento del fortilizio che videro come protagonista il conte Guido Antonio I, Capitano di Federico da Montefeltro. Egli, sicuramente, rimase affascinato dalla corte di Urbino e dallo splendore del suo Palazzo, tanto da far realizzare, per emularne almeno in parte i fasti, questo elegante cortile.
Sulla parete destra si trovano le porte di accesso alla sezione museale “Usi, Costumi e Antichi Mestieri del Territorio”; tutto questo perchè all’interno del Palazzo sorge il Museo Civico Brancaleoni, istituito nel 1983 per volontà di Mons. Domenico Rinaldini che donò la sua ricca collezione di fossili al Comune. Attualmente il museo ospita sei sezioni: Geo – Paleontologica, Speleologica, Ornitologica, Archeologica, Numismatica, Arti e Mestieri del Territorio. La Sezione Archeologica raccoglie reperti dell’età del Bronzo, gallici e romani rinvenuti nel territorio, la Sezione Numismatica vanta oltre mille pezzi, soprattutto medaglie in argento e bronzo, mentre la Sezione Ornitologica ospita varie specie quali l’aquila reale, la civetta, il gufo e l’airone.
Per quanto concerne la Sezione dedicata agli Antichi Mestieri vediamo che in varie stanze sono ospitati interessanti strumenti da lavoro che consentivano di esercitare attività legate all’agricoltura e all’artigianato. Gli uomini si occupavano del taglio della legna e della preparazione del carbone, grazie alle tipiche carbonaie, mentre le donne erano dedite alla filatura e alla tessitura, in particolar modo alla lavorazione dei tappeti, arte che caratterizza Piobbico.
Si sale, poi, tramite un’ampia scala, all’appartamento nobile posizionato a sinistra; quest’ala è decorata da stucchi in oro realizzati da Federico Brandani. Il primo ambiente che incontriamo è la “Sala del Leon d’Oro” , così chiamata in quanto al centro del soffitto campeggia il leone, simbolo della famiglia Brancaleoni. Sulle porte laterali possiamo ammirare le raffigurazioni della “Felicità pubblica” e della “Concordia”.
Ai lati si aprono altre due stanze: la Camera Greca, collocata a destra, e la Camera Romana a sinistra, entrambe arricchite da meravigliosi affreschi. La Camera Greca presenta dipinti murali in cui sono narrati episodi di storia e mitologia greca ed un tempo era la camera del conte Antonio II; tutta una serie di deliziosi stucchi si trova sopra le porte e sull’alzata del camino. Sopra la porta d’ingresso campeggia lo stemma della famiglia Cappello, quella, cioè, di Laura, sposa di Antonio; sull’alzata della porta del camerino di preghiera vediamo la “Pace” che, con la destra, sorregge un ramoscello d’ulivo e con la sinistra brucia le armi.
Continuando nel percorso incontriamo la Camera Romana il cui appellativo è riferibile alle scene di vita romana che sono state realizzate in stucco o dipinte sulle volte; il soffitto è diviso in scomparti, con affreschi opera di Damiano da Gubbio e stucchi del Brandani. Quattro grandi ovali in stucco contengono raffigurazioni di episodi di eroismo romano, due compiuti da uomini e due da donne; è interessante notare un affresco che rappresenta la famiglia di Antonio II e di sua moglie Laura al completo. La sposa tiene tra le braccia la piccola Isabella mentre su due file sono schierati gli otto figli maschi.
All’interno di questi ambienti, dal 17 dicembre 2023 al 30 marzo 2024, è possibile visitare una mostra davvero particolare dal titolo “Fasti di Corte, gli abiti dei Della Rovere”. Sono qui esposte le vesti originali di alcuni importanti esponenti di questa nobile famiglia come l’abito di Giulia Varano Della Rovere, figlia di Giovanni Maria Varano e Caterina Cibo e sposa di Guidobaldo Della Rovere; si tratta della cosiddetta gamurra, con maniche staccate confezionate con lo stesso tessuto della veste. Questo tipo di abito, tipicamente femminile, ha origine nel Quattrocento e nasce come indumento modesto per poi evolversi; nel nostro caso vediamo le strutture sartoriali adottate nell’Italia centrale sino al 1535, quando il punto vita anteriore scende sul ventre e l’attaccatura delle maniche è evidenziata grazie ai “brodoni”.
E’ esposto in mostra, anche, un abito appartenuto a Francesco Maria I Della Rovere (1490 – 1538), figlio di Giovanni Della Rovere e Giovanna di Montefeltro; si tratta di un Giubbone con calzoni o “conciali” con “braghetta”. Questo giubbone testimonia la tipica costruzione sartoriale realizzata nella prima metà del XVI secolo, quando, dopo la venuta in Italia degli spagnoli, gli abiti maschili presentavano fogge militaresche.
Aperto davanti è chiuso tramite una fila di bottoni e presenta una decorazione tipica dei primi anni Trenta del Cinquecento, formata da cordelle poste fra l’imbottitura e la fodera e successivamente impunturate sul diritto, grazie alla tecnica del punto indietro. Si ottiene, in tal modo, un effetto a rilievo che crea, in questo caso, dodici venature verticali sul davanti e undici nella parte posteriore, che dalla vita si allargano sulle spalle.
L’esposizione continua con la veste del cardinale Giulio Feltrio Della Rovere (1533 – 1578), nato dall’unione del duca Francesco Maria I e di Eleonora Gonzaga; l’abito si presenta ampio e lungo sino ai piedi, con maniche strette ai polsi. Sul davanti è dotato di un “collarino” rialzato o montante e foderato con taffetas di seta rossa. Questa veste rispecchia perfettamente ciò che indossavano le alte cariche ecclesiastiche durante il XVI secolo: il color porpora e il tessuto di seta marezzata caratterizzavano gli abiti talari del tempo, come indica la “mozzetta” dipinta da Raffaello nel “Ritratto di cardinale”, conservato al Prado di Madrid.
Veramente eccezionale è la presentazione al pubblico di queste testimonianze relative alla vita quotidiana della corte feltresca; molte, in effetti, sono le imprese artistiche commissionate dai Della Rovere giunte sino ai nostri giorni grazie ai materiali durevoli di cui sono composte, sicuramente più rare quelle costituite da materiali effimeri come gli abiti. In questo senso è apparso davvero straordinario il rinvenimento, avvenuto nel 1999, degli abiti funebri di Giulia da Varano Della Rovere, del duca Francesco Maria I Della Rovere e del cardinale Giulio Della Rovere e di altri, all’interno della chiesa di Santa Chiara ad Urbino.
I preziosi manufatti sono stati oggetto di un accurato lavoro di restauro che ha consentito di poterli ammirare in tutta la loro completezza, evento raro perchè esistono pochissimi casi in cui un abito antico è giunto fino a noi praticamente integro. Questo segna un capitolo importante nella storia del costume dell’Europa del Cinquecento e, in particolare, nella storia dei duchi d’Urbino e della loro splendida corte, la cui testimonianza più alta è rappresentata dal Palazzo urbinate.
Terminiamo questo affascinante percorso, all’interno del Castello Brancaleoni, nell’ala occidentale in cui sono presenti la cucina, il forno, due camere da letto con soffitto a cassettoni e la Sala del Trono. Arrivati nella Galleria inizia la caratteristica “fuga di stanze” che giunge sino all’apertura che si affaccia sull’antico torrione; questa parte del complesso è davvero maestosa e attualmente utilizzata per ospitare esposizioni, mostre e convegni.