Il fascino della scultura classica nella Dea di Morgantina

La splendida statua, realizzata in calcare e marmo pario, nota con il nome di “Dea di Morgantina”, è riconosciuta come un capolavoro del periodo classico; 

  la  sua vicenda è divenuta simbolo della lotta contro le esportazioni illegali di beni artistici. 
Molti dei maggiori musei americani, per anni, incrementarono le loro collezioni grazie all’acquisto di reperti spesso provenienti dal traffico clandestino di opere d’arte. 

Tra questi musei spicca il J. P. Getty Museum di Malibù, traboccante di capolavori di dubbia provenienza, ottenuti depredando  gli oggetti antichi attraverso scavi illegali, portati avanti da organizzazioni criminali chiamate “archeomafie”. 

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla restituzione di molte, preziose, opere d’arte; uno dei rimpatri più eclatanti è stato proprio quello della Dea di Morgantina, rinvenuta alla fine degli anni ’70 del Novecento in Sicilia all’interno di uno scavo clandestino operato nell’antica Morgantina,  uno dei luoghi più saccheggiati dell’isola. 

La statua venne ceduta, nel 1988, per l’esorbitante cifra di 18 milioni di dollari, al Getty Museum dal noto Robin Symes (1939  - 2023), mercante d’arte presto divenuto uno dei più grandi contrabbandieri di antichità al mondo (ne parleremo meglio più avanti).  

Il colossale manufatto, noto come Dea di Morgantina, con i suoi oltre due metri di altezza rappresenta l’unico esempio completo tra gli acroliti e pseudo acroliti giunto sino a noi. 

L’opera venne scoperta  nell’ambito di uno scavo illecito nel santuario demetriaco di San Francesco Bisconti.  

Ci troviamo nel cuore della Sicilia, in provincia di Enna, vicino l’odierno comune di Aidone, su un’altura che domina la piana del fiume Gornalunga, oggi chiamata Cittadella; qui i Morgeti, capeggiati dal loro mitico re Morges fondarono, nell’XI secolo a.C., l’antica Morgantina.

A sud est della nuova Morgantina  e a ovest dell’antica strada che conduceva alla Cittadella si trova la contrada di San Francesco Bisconti, dove sorgeva, nel Seicento, un convento francescano. 

Le prime ricerche intorno a quest’area  archeologica risalgono alla fine dell’ Ottocento; tra il 1961 e il 1963 venne scoperta una prima zona sacra dedicata a Demetra e a Persefone. 

Vent’anni dopo riemerse un secondo e più importante santuario, tra i più grandi “thesmophoria” della Sicilia. Il culto Tesmophorico  era un rito religioso dell’antica Grecia celebrato esclusivamente dalle donne in onore della dea Demetra, divinità legata all’agricoltura e alla fertilità, e di sua figlia Persefone (Kora); ad Agrigento tale culto fu esteso, eccezionalmente, anche agli uomini. 

Proprio da questo santuario extra murario emerse la Dea di Morgantina.
La statua, in origine, doveva poggiare su un basamento che, insieme al copricapo andato perduto, donava all’opera un aspetto ancora più monumentale. 

La scultura, un colosso pesante sei quintali  e alto oltre due metri, venne realizzata utilizzando marmo pario nelle estremità, come collo, avambracci, parte della testa, mani e piedi. La statua è priva di piede e braccio sinistro, mentre le dita della mano destra risultano rotte alle nocche come se, inizialmente, tenesse un attributo poi strappatole. Il marmo serviva a donare alle membra un colorito chiaro che entrava in contrasto con il panneggio; tutto il resto del corpo venne realizzato in calcare, reperito vicino Ragusa distante cinquanta chilometri da Morgantina.

Con ogni probabilità il corpo della Dea originariamente doveva essere dipinto, come si evince da tracce di pigmento blu presenti sul panneggio insieme ad una estesa area rosa, che forse, in origine, era di colore rosso.  

Attraverso un  confronto iconografico con altre opere simili, come la scultura acefala di Afrodite dell’Agorà di Atene (420 – 410 a.C.), e grazie alla presenza di uno spazio che intercorre tra il piede destro e la parte terminale del blocco in calcare si è ipotizzato che la Dea dei Morgantina potesse  indossare dei sandali,  con una suola lievemente spessa e con lacci dipinti.  

Il viso della scultura si è interamente conservato  mentre la testa è priva della parte posteriore ed è rivolta verso lo spettatore, presentando una lieve torsione a destra. 

Due ciocche di capelli contornano il bel viso tondeggiante,  caratterizzato da una fronte alta e da tratti giovanili ed eleganti, attributi che conferiscono all’opera le sembianze di un ideale classico con accenti sicelioti. La tecnica attraverso la quale fu realizzata  è definita “acrolitica” o “pseudo – acrolitica”.  Acrolito è un termine che deriva dal greco ed è composto da “estremo” e “pietra”, da tradursi dunque “con estremità di pietra”.

I ventidue anni trascorsi dalla Dea di Morgantina al Getty Museum di Malibù non hanno permesso un approfondimento di molti aspetti legati al prezioso manufatto, che, ancora oggi rimangono oscuri e controversi. 

Dopo la restituzione alle autorità italiane e dopo la fine delle controversie tra queste ultime e il Getty, sono stati portati avanti diversi studi che hanno, finalmente, permesso di arrivare a nuove, importanti, scoperte. 

Lo scavo clandestino operato negli anni ’70 del Novecento ha comportato l’irrimediabile perdita del contesto archeologico che ruotava intorno la statua. 

Per fortuna, però, non sono scomparsi i dati relativi all’ambito storico – artistico; è stato possibile, infatti, proporre una datazione per la Dea riferibile al tardo V secolo a.C., in concomitanza della grande penetrazione in Sicilia di elementi attici e della diffusione dell’arte fidiaca. 

L’influenza attica nella Dea di Morgantina è visibile nell’iconografia, nell’impostazione ma, soprattutto, nella resa virtuosistica del panneggio; quest’ultimo elemento ricalca un nuovo tipo di decorazione che si sviluppa nell’ultimo quarto del V secolo a.C. ed è definito “stile ricco”.

Questo nuovo stile prese avvio nel 432 a.C. con il completamento del Partenone; Fidia realizzò la monumentale statua criso – elefantina di Athena Parthenos da cui il tempio trasse il suo nome. 

Tale splendida opera aveva molti punti in comune con il suo Zeus di Olimpia: le dimensioni, i materiali utilizzati e la solennità del soggetto. La Dea di Morgantina sembra ricalcare perfettamente  questo nuova canone che inizia  a diffondersi ad Atene, dando vita a una feconda produzione di statue. 

La posa della statua, che rimanda a canoni policletei, si contrappone alla monumentalità dell’insieme rivelando l’adesione della Dea di Morgantina alla figure di dee della scuola fidiaca.

La Dea con le sue forme generose che si rivelano appena sotto le sottili vesti, con il suo panneggio definito fortemente attraverso il chiaroscuro, con la sua posa, è stata da subito identificata con Afrodite. 

Ignoto, ma dotato di grande talento, è lo scultore artefice di questa preziosa opera; gli studiosi hanno ipotizzato che si possa trattare di un artista itinerante con origini ateniesi, o di uno scultore siciliano che ebbe modo di viaggiare e di entrare in contatto con l’arte attica. I tombaroli artefici del ritrovamento della Dea di Morgantina presso il santuario di San Francesco Bisconti, decisero di sezionarla in tre parti; questa infelice idea fu motivata dalla mole della statua, pesante sei quintali che, altrimenti, sarebbe stata difficile da smerciare.

La statua iniziò a passare di mano in mano, subendo ritocchi di ogni genere, per essere, infine, riassemblata e dotata di una splendida testa in marmo bianco rinvenuta nello stesso santuario.

 Nel 1986 venne comprata da Robin Symes in Svizzera, paese terminale del commercio illegale dei reperti rinvenuti nelle aree archeologiche gravitanti intorno a Enna. La statua era giunta in quel luogo, smembrata in tre parti, dentro un camion carico di carote.

 Una prima grossolana ricomposizione del corpo della Dea era avvenuta proprio in Svizzera, dove era stato aggiunta, anche, la testa. Il mercante d’arte trasferì successivamente la Dea di Morgantina in un deposito di sua proprietà a Londra; nel 1988 la scultura venne acquistata, per 18 milioni di dollari, trionfalmente dal Getty Museum.

 Grande importanza rivestirono le indagini mineralogico – petrografiche e micropaleontologiche messe in atto, nel 1997, su una porzione calcarea della statua; tali operazioni furono coordinate da una apposita Commissione nominata  dal Ministero  e coordinata dal professor Nicola Bonacasa.

 La pietra investigata risultò essere compatibile con il tipico ambiente geologico siciliano, in riferimento, soprattutto,  alla “Formazione Ragusa” dell’Area Iblea situata nella Sicilia Orientale,  a pochi chilometri dall’insediamento antico di Morgantina.

Nel 2005 fu avviata dalla Procura di Roma un’inchiesta fondamentale nella storia del traffico internazionale di opere d’arte di provenienza illecita. Il processo fu definito “una pietra miliare nella lotta al traffico illegale di opere antiche”. 

Venne messo in risalto il metodo con il quale i grandi musei americani, come i più importanti collezionisti privati,  riuscivano ad arricchire le loro raccolte. Anni prima, grazie a un blitz operato nel deposito di Ginevra appartenente all’intermediario Giacomo  Medici,  erano venute alla luce ottomila foto polaroid ritraenti reperti archeologici, ancora sporchi di terra, nascosti nel bagagliaio di un auto.

In alcune foto si potevano vedere gli oggetti ormai restaurati all’interno delle vetrine dei musei ai quali erano stati destinati; la maggior parte di questi importanti reperti si trovava al Getty Museum. 

Grazie a queste prove, alle quali se ne aggiunsero altre, Giacomo Medici fu condannato a 10 anni di reclusione, divenuti poi otto, e al pagamento di una sanzione di 10 milioni di euro, la più alta cifra nella storia italiana relativa al traffico di reperti clandestini. 

Vennero accusati e processati a Roma, in qualità di complici, Marion True, curatrice delle antichità e responsabile degli acquisti del J. P. Getty Museum e Robert Hecht, trafficante internazionale di antichità. Bisogna sottolineare che, per la prima volta, una curatrice museale statunitense era accusata da un governo straniero di traffico illecito di antichità. 

Il 25 settembre del 2007 fu stipulato un accordo tra il Ministero per i Beni e le Attività Culturali della Repubblica Italiana e il Getty Trust nel quale  venne garantito il rientro in Italia di 40 reperti (a fronte dei 52 rivendicati all’inizio dal nostro Paese), inclusa la Dea di Morgantina, che però sarebbe rimasta in mostra al Getty Museum fino alla fine del 2010.

Il 17 marzo 2011, dopo un lungo volo transatlantico, la Dea di Morgantina atterrò, finalmente a Roma; due giorno dopo fu accolta in Sicilia, dove venne assemblata dagli esperti del Getty e esposta nell’ex convento dei Cappuccini, sede degli spazi espositivi del Museo Archeologico di Aidone.

 

 

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