Il vero significato dell’opera e la sua origine, sebbene siano state avanzate diverse ipotesi, rimangono ancora oggi un enigma. Il quadro era destinato al giovane Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico sotto la cui custodia il giovane venne posto alla morte del padre.
Lorenzo, cresciuto a contatto con l’ambiente filosofico e culturale gravitante intorno al Magnifico, ebbe come insegnanti Marsilio Ficino e Angelo Poliziano, divenendo egli stesso un poeta di versi in volgare.
Fu committente e protettore di letterati e artisti, tra i quali Botticelli e Michelangelo; quest’ultimo, dopo essere partito per Roma, venne introdotto alla corte papale proprio grazie alle lettere di presentazione scritte da Lorenzo.
Con il Botticelli egli ebbe un sodalizio duraturo, commissionandogli varie decorazioni, oggi in parte andate perdute, destinate alla Villa del Trebbio (1495) e alla Villa di Castello. Attraverso alcuni inventari di famiglia è stato possibile capire che, proprio all’interno della Villa di Castello, trovarono posto due opere che il Botticelli aveva realizzato per la camera da letto di Lorenzo, in Via Larga: la Primavera e la Nascita di Venere. Nel 1550 Giorgio Vasari ebbe modo di ammirare i quadri nella Villa medicea di Castello; entrambi i dipinti erano stati concepiti quali oroscopi allegorici. Il Vasari, nelle sue Vite, descrive concisamente il soggetto raffigurato nella Primavera, accomunandolo a quello della Nascita di Venere.
Egli scrive: ”Per le città, in diverse case fece (Botticelli) tondi di sua mano, e femmine ignude assai; delle quali, oggi ancora a Castello, villa del duca Cosimo, sono due quadri figurati, l’uno Venere che nasce, e quelle aure e venti che le fanno venire in terra con gli Amori; e così un’altra Venere, che le Grazie la fioriscono, dinotando la primavera, le quali da lui con grazie si veggono espresse”.
Proprio da tale scritto venne tratto il nome di questa celebre opera.
Sandro Filipepi, detto Sandro Botticelli, incarnava in modo perfetto l’Umanesimo fiorentino, letterario e filosofico, del secondo Quattrocento; egli riusciva a dare forma alla bellezza idealizzata espressa dai neoplatonici, divenendo inventore di liriche pitture mitologiche nelle quali l’arte figurativa era scesa a gara con la filosofia e con la poesia.
Il Botticelli amava costruire le sue immagini attraverso la linea, infatti le forme a cui dava vita sembrava che fossero incise; sul finire degli anni Settanta del Quattrocento, quando gli venne commissionata la Primavera, era padrone di un suo particolare stile, che lo rendeva inconfondibile.
Utilizzava una impaginazione prospettica perfetta, all’interno della quale vivevano figure solide, dotate di espressioni intense e, spesso, caratterizzate da panneggi ispirati ai monumenti antichi.
Nel 1478, come accennato prima, gli viene commissionata la celebre tavola della Primavera. La scena è occupata da nove figure ritratte nei più svariati atteggiamenti: timore, gioia, estasi, contemplazione.
Questi personaggi sono rappresentati attraverso vari stati che vanno dal movimento impetuoso a movenze più leggiadre, fino alla nobile stasi. L’identità delle varie figure è ormai stata completamente accertata; esse sono rappresentate isolate, singolarmente o a gruppi, ma sono in realtà collegate tra di loro grazie ad un movimento sinuoso, con un andamento a onda.
Tutto è orchestrato in un ambiente bucolico, costellato da decine di fiori diversi. Questo in omaggio agli arazzi fiamminghi, conosciuti come millefiori, al tempo molto diffusi nelle case aristocratiche di Firenze.
Sulla destra appare Zefiro, il vento della primavera, il quale agguanta con decisione la ninfa Cloris che cerca, timorosa, di sfuggirgli.
La fanciulla diventerà sua sposa, assumendo il nome di Flora, colei che dispensa fiori. E’ proprio Flora la terza figura rappresentata, con una splendida veste bianca punteggiata da corolle. Fulcro dell’intera composizione è Venere, ritratta al centro nell’atto di accennare un casto saluto; la dea stende la mano verso le tre Grazie, coperte da veli trasparenti, che stanno danzando vicine l’una all’altra.
In alto si trova Cupido che scocca una freccia infuocata; la rappresentazione si chiude, all’estrema sinistra, con Mercurio ritratto in un atteggiamento assorto mentre tocca, o forse disperde, le nuvole con il caduceo, dando le spalle agli altri personaggi.
Nonostante tutte le figure siano state identificate con certezza il problema iconografico rimane: qual è il collegamento tra tali figure? e il senso complessivo della rappresentazione a cosa fa riferimento?
Molti gli studiosi che hanno cercato di rispondere a questi quesiti e diverse le conclusioni a cui sono giunti. Le interpretazioni che hanno goduto di maggior credito sono sicuramente quelle di tipo filosofico a partire dalla tesi formulata da Erwin Panofsky (1892 – 1968), storico dell’arte tedesco e massimo teorico dell’iconologia (interpretazione delle immagini allegoriche e simboliche contenute nelle opere d’arte).
Lo studioso ha evidenziato che esistono diversi tipi di Amore (insieme alle relative Veneri) nel neoplatonismo e ha, quindi, messo a confronto la Venere celeste della “Nascita di Venere” con la Venere terrestre della “Primavera”.
Una delle interpretazioni sicuramente più interessanti della Primavera, che si collega alla strada aperta da Panofsky, è quella offerta da Edgar Wind (1900 – 1971), storico dell’arte tedesco che entrò a far parte del Warburg Institute a Londra. Nel 1955 divenne titolare della prima cattedra di Storia dell’Arte istituita a Oxford; egli dedicò gran parte della sua vita allo studio dell’iconografia e al rapporto tra filosofia e arte nel Rinascimento.
La tesi di Wind riguardo alla tavola botticelliana parte dall’osservazione del movimento rapido che spinge le figure una verso l’altra; tale movimento, secondo il critico, non è, nella mente del pittore, una semplice modificazione della natura. Siamo, piuttosto, di fronte ad una metamorfosi dell’amore: le rappresentazioni di Zefiro, Cloris e Flora sono legate tra di loro, come si evince dal testo di Ovidio, da una dialettica dell’amore. Flora, secondo questa lettura, simboleggia la Pulchritudo che nasce dalla discordia concors tra Cloris (Castità) e Zefiro (Amor).
Venere posizionata esattamente al centro della composizione è l’elemento attorno al quale ruota tutto, così come posto in evidenza da Giorgio Vasari. Cupido, arciere dagli occhi bendati, colpisce con il suo dardo una delle tre fanciulle, le Grazie, che forse rappresenta la Castitas, posta al centro.
La danzatrice ha un’espressione appassionata, in netto contrasto con l’atteggiamento timido della sua postura. A sinistra è raffigurata la seconda delle Grazie, con i capelli ribelli e un gioiello che spicca sul petto: si tratta, secondo Edgar Wind, della Voluptas.
L’ultima delle Grazie si distingue per l’acconciatura, caratterizzata da un velo sottile che copre i capelli, raccolti grazie a un filo di perle; al collo la fanciulla porta una collana con un grazioso pendente. La figura, elegante e composta, rappresenta la bellezza (Pulchritudo). Castitas e Voluptas sembrano voler avvicinarsi tra di loro, mentre Pulchritudo si trova in equilibrio.
I nomi in latino delle Grazie che sono Viriditas (che rappresenta l’Adolescenza), Splendor e Laetitia Uberrima (il Piacere), possono identificarsi con le tre Grazie raffigurate nel dipinto: Castitas = Viriditas, Pulchritudo = Splendor, Voluptas = Laetitia Uberrima.
La danza delle tre Grazie, secondo questa affascinante lettura, simboleggia una dialettica dell’amore che si fonda sull’opposizione, ma, al tempo stesso, sulla riconciliazione. Castitas, posta sotto la protezione di Venere e presa d’assalto da Cupido, viene introdotta all’amore grazie all’intervento di Voluptas e Pulchritudo. Venere nella composizione elaborata da Botticelli rappresenta una figura moderatrice, così come era descritta nei testi dell’epoca.
Più difficile è interpretare il ruolo di Mercurio secondo la lettura offerta da Wind; la mitologia attribuiva a questo dio il compito di guidare le anime nel loro viaggio ultraterreno. Mercurio, nel quadro, è intento a contemplare il cielo, lui che è mediatore tra uomini e divinità. Castitas guarda nella sua stessa direzione e viene da lui guidata verso l’amore divino.
Durante il Rinascimento Mercurio veniva considerato dio dei venti, secondo quanto scritto in un passo di Virgilio. Mercurio e Zefiro erano, dunque, legati tra di loro, simboleggiando due fasi dello stesso processo: quello che scende sulla terra come emanazione della passione poi torna nella dimensione della pura contemplazione.
Edgar Wind afferma che nella tavola di Botticelli esiste una presenza invisibile che guida le azioni e determina il senso della narrazione; si tratta di un mondo ultraterreno dal quale proviene Zefiro e verso il quale tende Mercurio. Alcuni critici hanno evidenziato che i numerosi fiori potessero contenere un complesso messaggio simbolico, alludendo all’amore e al matrimonio. La tavola, in origine, sembra fosse stata commissionata da Lorenzo il Magnifico per farne dono di nozze al fratello Giuliano. Dopo la morte di quest’ultimo l’opera fu destinata al giovane Lorenzo di Pierfrancesco de’Medici.
Dopo aver letto un attenta analisi di una delle opere più belle mai realizzate, non vi resta che andare ad ammirarla.
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