La Basilica e le Catacombe di Santa Cristina sono il fiore all'occhiello di Bolsena.
Il complesso basilicale di Santa Cristina sorge nella città di Bolsena, lungo le rive dell’omonimo lago; questo santuario è venerato con grande devozione sia per il culto legato alla Santa, vergine e martire cristiana, figlia di un nobile romano presto convertitasi al cristianesimo, sia per il ricordo del notissimo Miracolo Eucaristico.
Il lago di Bolsena, quinto per estensione in Italia, è collocato al confine tra Umbria e Toscana, nell’alto Lazio, nella caldera principale dell’area vulcanica Vulsinia; gli splendidi borghi medievali disseminati lungo il circondario del bacino vulcanico sono nove e sono ricchi di tesori d’arte, spesso commissionati dai Farnese e dai diversi pontefici che rimasero affascinati da queste terre.
Tra di essi spicca Bolsena, il più grande tra questi borghi. Ci troviamo nella sponda nord del lago, circondati da una natura rigogliosa, tipica di questa parte della Tuscia.
Le origini del complesso monumentale della Basilica di Santa Cristina sono fortemente legate alle vicende del martirio e della sepoltura della Santa titolare; le fonti letterarie non permettono di risalire oltre il V secolo per l’origine della comunità cristiana di Bolsena.
I due principali cantieri della città, uno in località “Gratte” e l’altro di Santa Cristina, attivi tra IV e V secolo, date le considerevoli dimensioni, sono testimoni di come il centro fosse densamente popolato.
Bisogna giungere agli anni 494 – 495 per scovare la più antica notizia relativa all’esistenza di un Episcopato Volsiniese, anche se alcuni studiosi anticipano questa data al 313 con la presenza al di Evandrus, vescovo della città, al Sinodo Lateranense.
I dati monumentali ed archeologici ci conducono ad un’età ben più lontana del V secolo per datare l’originaria comunità cristiana del borgo; questa datazione è connessa alla figura di Santa Cristina venerata come martire locale all’interno della catacomba che prende il suo nome.
Santa Cristina di Bolsena rappresenta una delle figure più complesse dell’agiografia cristiana ed è per questo motivo che i maggiori studiosi del Cristianesimo primitivo si sono occupati di lei, approfondendo diversi aspetti storici e archeologici di difficile interpretazione.
Cristina era la figlia undicenne di Urbano, Magister Militum della città, che divenne il suo persecutore sottoponendola a crudeli tormenti che la fanciulla riuscì a superare grazie alla forza della sua grande fede. Urbano morì vedendo la figlia riemergere dalle acque del lago in cui era stata gettata con una macina al collo, divenuta uno dei suoi principali attributi iconografici.
Nei supplizi successe ad Urbano, Dione il quale non riuscì ad uccidere Cristina, e morì anche lui, colpito da una scheggia della statua di Apollo; fu, infine, Giuliano, dopo terribili torture, a provocare la morte della bambina, il 24 luglio, trafiggendole il cuore con delle frecce.
La catacomba dove Cristina venne sepolta e che ancora oggi è visitabile, come tutti i cimiteri dell’antichità, era posta fuori dal centro abitato, a 550 metri dal limite dell’antica Volsinii, vicino ad una strada che, con ogni probabilità, corrispondeva alla Via Cassia, in un’area adibita a necropoli già in epoca precedente.
Le fonti letterarie che tramandano la presenza di un luogo di culto legato a questa Santa presente a Bolsena sono piuttosto tarde: Adone, arcivescovo di Vienne, nel suo Martirologio (ante 860), pone sulle rive del lago di Bolsena la nascita, il martirio e la sepoltura della giovane Cristina. Nell’itinerario di Sigerico (990 – 994) Santa Cristina è citata quale tappa fondamentale sulla Via Cassia, tra Acquapendente e Montefiascone; del 1115 è un documento di Orvieto che attesta la donazione da parte del conte Bernardo al vescovo della città umbra della chiesa di Santa Cristina, collocata sulle rive del lago di Bolsena.
Il complesso religioso della Basilica di Santa Cristina nel corso dei secoli ha subito diversi sconvolgimenti che ne hanno, in parte, alterato le strutture architettoniche originali ma che, comunque, permettono una lettura abbastanza autentica.
Oggi possiamo ammirare un insieme costituito da tre differenti nuclei: la Grotta di Santa Cristina (e la Catacomba) costituita da una piccola Basilica ipogea preceduta da un ampio vestibolo con la Cappella del Corpo di Cristo e la Cappella di Sant’Angelo; un edificio suddiviso in tre navate, con pianta a croce latina e copertura a capriate di epoca medioevale ed, infine, la Cappella Nuova del Miracolo, edificata nel 1693.
Esternamente la chiesa presenta una splendida facciata che, nella sua parte centrale, costituisce un vero gioiello di architettura rinascimentale fiorentina. La sua costruzione, collocabile tra il 1493 e il 1495, è legata alla committenza della Comunità di Bolsena che nel 1493 destinò a tale scopo la somma di 400 fiorini, e alla figura del cardinale Giovanni De’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, Governatore Perpetuo del Patrimonio di San Pietro in Tuscia (1492 – 1513).
La facciata risulta articolata in tre zone; nel primo ordine è contraddistinta da tre portali coronati da lunette e separati tramite lesene arricchite da bassorilievi, concluse da capitelli che sorreggono la trabeazione in cui è presente un fregio con iscrizione che reca la dedica della chiesa.
Tutto il prospetto presenta una fantasiosa e ricca decorazione scultorea che prende spunto sia da repertori colti sia dalle attività popolari legate al lago. Gli artisti coinvolti in tale apparato decorativo furono Francesco e Benedetto Buglioni (della scuola dei Della Robbia); Benedetto, con atto del 27 ottobre 1494, si impegnò ad eseguire la parte superiore e a realizzare le immagini in terracotta. Il lavoro venne portato a termine nella prima metà del 1495.
Nella lunetta del portale maggiore venne raffigurato uno schema compositivo tipico della tradizione del Quattrocento toscano, con la Vergine insieme al Figlio e i Santi patroni della città, Cristina e Giorgio. Benedetto eseguì un ulteriore rilievo maiolicato rappresentante il Santo titolare tra due Disciplinati; questa facciata sostituì la precedente che era caratterizzata dall’alternarsi di bande di pietra bianca e grigia. Sul lato sinistro si innalza il campanile, realizzato, quasi certamente, tra XIII e XIV secolo, che cela la campana maggiore, fabbricata nel XIV secolo e dedicata a San Giorgio.
Accanto sorge il prospetto della Cappella Nuova del Miracolo (Chiesa delle Sacre Pietre), opera di Tommaso Mattei che la realizzò sul finire del XVII secolo, ma che fu completata solo nel 1863, su disegno di Virgilio Vespignani.
L’interno si presenta relativamente spoglio, avendo perduto molta della decorazione plastica e pittorica originale a causa di un restauro operato tra il 1925 e il 1930 che, cercando di recuperare le forme medioevali, distrusse le sovrastrutture barocche, demolendo in modo del tutto arbitrario; tutto questo fu diretto dall’architetto Gavini e dal soprintendente Carlo Pieri.
La chiesa fu consacrata nel 1078 da papa Gregorio VII, il quale, insieme a Matilde di Canossa, decise di costruire il complesso in onore di Santa Cristina, alla quale entrambi erano fortemente devoti.
Questi i dati forniti dalla tradizione, che, comunque, hanno dei riscontri oggettivi per quanto concerne la datazione all’XI secolo; durante la campagna di scavo messa in atto nel 1925 furono rinvenute, al di sotto delle colonne della navata destra, basi di colonne in marmo e diverse strutture murarie, riferibili ad un monumento forse di epoca paleocristiana. Lavori ingenti vennero realizzati sotto il pontificato di Gregorio X e grazie al cardinale Teodorico Ranieri nella seconda metà del XIII secolo.
L’edificio fu, soprattutto, sconvolto dai lavori operati nel 1793, nel 1797 e nel 1818; durante queste occasioni furono prelevate dalla Basilica preziose testimonianze archeologiche come il sarcofago in marmo bianco con scene di Baccanale (oggi al Museo Civico), l’antico pulpito in pietra, una sorta di trono marmoreo chiamato “sedia di Apollo” e molte colonne in granito rosso.
Degna di nota è la Cappella di San Bernardino, oggi del SS. Sacramento, dall’architettura tardo – gotica, voluta dalla Comunità di Bolsena nella prima metà del XV secolo; diversi gli affreschi presenti, come quello accanto all’ingresso realizzato nel 1459 in cui è rappresentata la Vergine tra i Santi Cristina, Nicola e Caterina d’Alessandria, eseguito da maestranze senesi.
Sulla parete di fronte si trovano altri affreschi, databili alla seconda metà del XV secolo; splendido il tabernacolo in maiolica realizzato da Benedetto Buglioni , commissionato dall’intera Comunità e dal cardinale Giovanni de’ Medici tra il 1493 e il 1497. Lo schema compositivo attinge dall’archetipo di quello della Basilica di San Lorenzo a Firenze, opera di Desiderio da Settignano; nella predella, insieme agli stemmi di Bolsena e del cardinale De’Medici, vi sono tre rilievi bicromi con storie del martirio di Santa Cristina.
Si accede, poi, alla Cappella di Santa Lucia che con il presbiterio e con la Cappella intitolata ai santi Andrea e Bartolomeo, formano il transetto della Basilica; nella Cappella di Santa Lucia, di antica fondazione e ampliata nel XV secolo, sono presenti il maggior numero di affreschi dell’intero complesso. Tra di essi ricordo le tre grandi scene inerenti episodi dell’Infanzia di Cristo realizzate dal pittore Giovanni de Ferraris da Mondovì: l’Adorazione dei Magi, la Natività e la Presentazione al Tempio.
Il presbiterio appare agli occhi del visitatore spoglio di qualsiasi decorazione, frutto di rifacimenti e restauri; l’altare maggiore fu realizzato nel 1991 recuperando manufatti marmorei risalenti al X secolo, rinvenuti dall’archeologo Enrico Stevenson nel luogo della sepoltura della martire Cristina.
Spicca al centro, con funzione di pala d’altare, un prezioso polittico realizzato nel 1460 dal senese Sano di Pietro (1405 – 1481) che rappresenta la Vergine in trono tra i santi Giorgio, Pietro, Paolo e Cristina. Pietro e Paolo incarnano i pilastri della Chiesa universale mentre Giorgio e Cristina quelli della Chiesa locale. L’opera venne ricomposta agli inizi del ‘900, restaurata nel 1956 e nel 1986 e collocata nel presbiterio nel 1988.
In una piccola cappella che si trova nella navata sinistra è custodita una pregevole statua lignea policroma nella quale viene raffigurata Santa Cristina; l’opera fu intagliata nel XV secolo da un delicato artista di ambito senese, vicino ai modi di Pietro d’Angelo di Guarniero.
Nel 1693 iniziò la costruzione della Cappella Nuova del Miracolo, seguendo il progetto redatto dall’architetto romano Tommaso Mattei, atta alla custodia e all’ostensione delle Pietre macchiate di sangue del Miracolo Eucaristico avvenuto nel 1263. Secondo la tradizione un sacerdote boemo, non convinto della presenza di Cristo nell’Eucarestia, mentre celebrava sulla tomba di Santa Cristina, vide sanguinare l’ostia tra le sue mani. Rimasero intrisi del sangue miracoloso il corporale e i marmi del pavimento.
Il sacerdote si recò ad Orvieto e gli fu concesso il perdono da papa Urbano IV il quale risiedeva temporaneamente in quel luogo; il pontefice fece trasportare il corporale nella città di Orvieto, dove ancora oggi si trova custodito all’interno del Duomo, nel tabernacolo realizzato dall’Orcagna. L’11 agosto 1264 fu estesa all’intera cristianità la solennità del Corpus Domini, grazie alla bolla Transiturus de hoc Mundo.
Nella Cappella della Basilica di Santa Cristina sono custodite le Pietre macchiate del sangue miracoloso: tre in una teca lignea dorata realizzata dal Vespignani ed una quarta all’interno di un prezioso reliquiario, eseguito nel 1940 da Maurizio Ravelli.
Attraverso un’antica cancellata in ferro si giunge alla grande catacomba di Santa Cristina, il luogo sicuramente più antico dell’intero complesso; sulla destra sono conservati i resti dell’altare su cui, nel 1263, avvenne il Miracolo Eucaristico, attualmente all’interno di un recinto monumentale di epoca rinascimentale. Alla catacomba si accede da una piccola basilica, completamente sotterranea, ritenuta in ogni tempo il fulcro del culto della martire dodicenne, vittima delle grandi persecuzioni di Diocleziano degli inizi del IV secolo.
La tomba di Santa Cristina fu scoperta nel 1880 durante una campagna di scavo diretta da Giovanni Battista de Rossi e Enrico Stevenson; i suoi resti vennero traslati in questo luogo intorno alla metà del IV secolo. Sul suo sepolcro sorse una memoria monumentale, ingrandita nel X secolo, che divenne la piccola basilica appena citata, nota come “Grotta di Santa Cristina”e decorata da affreschi del XV e XVI secolo.
Scesi nella cripta ci troviamo al cospetto di un grande sarcofago di età tardo – imperiale, realizzato in pietra locale; all’interno custodisce un’urna in marmo bianco, di epoca romana, con un’iscrizione che recita: ”Qui riposa il corpo della beata Cristina Martire”.
Vennero qui ritrovate le ossa piccole di un corpo di età inferiore a 14 anni e una moneta d’argento risalente al tempo di uno dei due Berengario i quali regnarono in Italia nella prima metà del X secolo. La moneta costituisce una preziosa testimonianza per l’epoca della deposizione delle reliquie, cioè dopo il 924, e per la datazione dell’epigrafe, ascrivibile, secondo gli studiosi, al X –XI secolo. Queste sacre reliquie oggi sono conservate in basilica, nella nuova Cappella intitolata alla Santa.
Il cimitero sotterraneo non fu mai luogo di rifugio dei cristiani durante le persecuzioni, infatti venne persino protetto dalla legislazione romana; presenta una caratteristica pianta “ad albero di natale”, con una galleria principale da cui prendono vita diramazioni laterali che si accorciano più ci si allontana dall’ingresso.
Subito si nota lo sviluppo in verticale della catacomba che testimonia il lungo periodo di utilizzo; le sepolture più antiche sono quelle collocate in alto perché lo scavo procedeva con l’aumentare delle richieste. Per la sepoltura il corpo era avvolto in un lenzuolo di lino, deposto in una fossa sul pavimento o in un loculo sulla parete, ed era poi cosparso di calce viva.
I loculi più recenti, collocati nella parte bassa delle gallerie, si presentano chiusi con lastre fittili, sigillate con l’utilizzo di malta; sulla parete sinistra del corridoio principale, in alto, è possibile leggere un epitaffio che cita Cestronia Castoria e in cui si legge: “visse 56 anni, trascorse con il suo consorte 37 anni e 5 mesi. Fu sepolta il 27 settembre quando erano consoli Arcadio, per la quinta volta, e P. Anicio Probo. Pace a te”. Arcadio fu imperatore romano d’Oriente e la defunta di cui si parla nell’epitaffio si sposò a 19 anni e morì intorno all’anno 406.