Nuova luce da Pompei a Roma.

La mostra “Nuova Luce da Pompei a Roma”, visitabile dal 5 Luglio all’8 Ottobre 2023 nella sede espositiva di Villa Caffarelli, presso i Musei Capitolini, offre un viaggio suggestivo nella storia dell’illuminazione artificiale in epoca romana. 

Sono presentati agli occhi del pubblico oltre 150 reperti originali in bronzo, legati all’arte di plasmare la luce nel mondo antico: tra di essi vi sono candelabri, lucerne, portalucerne e portafiaccole provenienti dalle città vesuviane. 

Questo perché in nessun’altra città del mondo greco romano come a Pompei, distrutta dall’eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C., è sopravvissuta una quantità ed una varietà così grande di oggetti riferibili all’illuminazione.

Numerosi di questi reperti arrivano dal deposito del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) e dal Parco Archeologico di Pompei; alcuni sono stati resi fruibili per la prima volta in assoluto, restaurati specificatamente per questa occasione, mentre altri non vengono presentati al pubblico dal XIX secolo.

L’esposizione è stata, inoltre, arricchita, in questa sede, da 30 opere provenienti dalle Collezioni dei Musei Capitolini; promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con l’Università Ludwig – Maximilian di Monaco di Baviera, la mostra è stata curata dalla prof.  Ruth Bielfeldt, docente di Archeologia Classica e da Jhoannes Eber.

Il percorso espositivo si snoda attraverso nove sale, dove viene posto in primo piano il ruolo della luce nella vita quotidiana e sociale durante l’antichità: la lucerna, oggetto privilegiato dedicato all’illuminazione, veniva ideata antropomorfa o zoomorfa, dotata di occhi e becco e prendeva vita tramite il fuoco, che diveniva qualcosa di animato. 

Attraverso il fuoco la lucerna, otteneva, metaforicamente, anche la vista, ed era caratterizzata, in questo modo, da una sorta di onniveggenza, così come gli astri nel cielo. Tale concetto trovava espressione sia nel linguaggio poetico sia durante lo svolgimento delle attività quotidiane, quando, le lucerne, secondo quanto tramandato nei testi antichi, divenivano testimoni, partecipavano, agivano, insomma, come se fossero provviste di occhi. Quelle in bronzo, di epoca romana, caratterizzate spesso da una dimensione ludica, giocosa, erano dotate, dunque, di una vita propria.

 Il visitatore, appena entrato, è accolto da una lucerna antica che rappresenta un sileno a cui è contrapposta una scultura blu “Remember Yves”, opera moderna del light designer Ingo Maurer, che sembra stia spiccando il volo, quasi a significare una luce in movimento. Nella prima sala si viene guidati, nella comprensione del progetto scientifico “Nuova luce da Pompei”, tramite un video introduttivo in cui è esposta la storia della splendida lucerna con pipistrello proveniente dalla Villa di Arianna di Stabia.

La terza sala propone una attenta analisi della luce diurna presente nelle antiche abitazioni romane: con l’ausilio di un modello 3D Danilo Campanaro, dell’Università di Lund in Svezia, ha potuto simulare ed indagare l’illuminazione presente all’interno della Casa degli Epigrammi Greci a Pompei, a mezzogiorno di un giorno soleggiato. 

I dati così ricavati hanno fatto emergere che le abitazioni del tempo erano dotate di un’illuminazione scarsissima, con ambienti, a partire dall’atrio, dove era possibile solo una visione crepuscolare, in cui la percezione del colore e l’acutezza visiva erano davvero ridotti. 

Al centro della sala è presente un plastico che riproduce la Casa del Poeta Tragico, una delle abitazioni più famose di Pompei, che offre un’idea degli spazi e delle condizioni di luce presenti nella maggior parte delle case romane dell’epoca, caratterizzate da grande oscurità, con le facciate quasi prive di finestre.

Nella quarta sala sono approfonditi gli aspetti estetici e tecnici del bronzo, lega di rame e stagno, di cui sono composti gli oggetti in mostra; ottenere il giusto grado di lucentezza di questo metallo, nelle lucerne dell’epoca, era particolarmente importante. 

A tale scopo all’interno delle officine, venivano creati bronzi ricoperti da uno strato di stagno portato a determinate temperature (stagnatura), operazione che conferiva al prodotto una particolare lucentezza argentea. 

La lega impiegata influiva ulteriormente su colore e lucentezza del bronzo; gli oggetti costituiti da alte percentuali di stagno, come gli specchi, potevano essere sottoposti a pulitura, che aumentava la lucentezza, ma allo stesso tempo risultavano più fragili. Veniva anche aggiunto del piombo, soprattutto nei candelabri maggiormente lunghi nel fusto, materia che presentava vantaggi economici notevoli e che permetteva al metallo di distribuirsi in maniera più uniforme all’interno dello stampo; una elevata percentuale di questo elemento, però, donava alla superficie un aspetto grigio e opaco. 

Nella Sala della Notte colpisce, particolarmente, un maestoso portalucerne a forma di quercia, che, con ogni probabilità, faceva parte di un bosco sacro, forse un santuario notturno; il tronco stagnato, al chiaro di luna, sicuramente, rifletteva barlumi argentei. Esso si presenta ricurvo, nodoso e spoglio, mentre i quattro rami della chioma, un tempo, sostenevano delle lucerne a sospensione. 

Altro oggetto degno di nota è un candelabro ellenistico, risalente al I secolo a.C., finemente lavorato e costituito da sei parti fuse separatamente, in cui sono presenti numerose ageminature realizzate con metalli preziosi.

Nella quinta e nella sesta sala viene affrontato il tema della complessa coreografia della luce, strumento per dare forma alla convivialità, e la sua funzione di regolatore sociale. 

Le lucerne erano parte integrante della splendida messe in scena che era il banchetto, chiamato, dagli antichi romani, convivium, letteralmente il vivere insieme; le cene rappresentavano l’evento principale di intrattenimento della società romana. Le persone invitate, generalmente nove, erano accolte nel triclinio, una stanza dove erano presenti tre letti, in quanto si mangiava distesi; ciascun ospite, a seconda del rango, occupava una postazione (quella centrale riservata all’ospite d’onore con gli accompagnatori, quella a sinistra occupata dalla famiglia ospitante e, quella a destra, destinata alla famiglia di ceto inferiore).

L’atmosfera non era dunque così tranquilla come poteva immaginarsi, in quanto c’era una rigida divisione sociale, poi annullata dagli effetti del vino; al compito di evidenziare le differenze sociali, probabilmente, era deputata anche la diversa distribuzione della luce, indirizzata in modo differente, così da rendere visibili alcuni e oscurare altri. In queste due sale sono presentati al pubblico alcuni interessanti scaldavivande, utensili molto scenografici, il cui funzionamento era spesso un mistero, tanto da essere definiti “bollitori automatici”.

Di particolare pregio è il giovane bronzeo realizzato nello stile greco arcaico, non una semplice statua decorativa ma un lampadoforo, una sorta di portalucerne dalle fattezze umane; la statua era completata da due girali che, durante le cene, dovevano sorreggere un vassoio dove esporre vivande, stoviglie o regali.

Per illuminare, durante i banchetti, venivano utilizzati anche schiavi in carne ed ossa che per il diritto romano erano equiparati a beni inanimati: erano servitori particolari, chiamati triclinarii. 

La luce dava modo di controllare il loro lavoro ma anche di evidenziare la loro bellezza e il loro fascino erotico. Sono, poi, esposti utensili in bronzo di eccelsa qualità, quali brocche adorne di creature mitologiche, con numerosi inserti in argento e stagno, rinvenuti nel Triclinio EE della Casa di Giulio Polibio che si affaccia sulla strada principale di Pompei. 

Questa splendida dimora venne costruita nel II secolo a.C. e ristrutturata in momenti diversi; anche nel 79 d.C., poco prima dell’eruzione del Vesuvio, si stavano attuando dei lavori.  

Dopo atrio e peristilio si trovavano diverse sale decorate ad affresco che culminavano nella più grande e sfarzosa, il Triclinio EE, che doveva ricevere una nuova decorazione, operazione interrotta dall’eruzione; solo il quadro della parete est si è salvato, adorno del mito della crudele Dirce. 

Questo triclinio per la ricerca archeologica risulta particolarmente importante in quanto nel 1978 vi furono rinvenuti preziosi manufatti bronzei, tra i quali candelabri, ciotole e lucerne; all’interno di una sala della mostra si sono volute ricreare, virtualmente, attraverso una torcia manovrabile dal visitatore, le luci che illuminavano tale ambiente, mettendo così in evidenza gli affreschi murali ricostruiti per l’occasione.

La settima sala, denominata Sala delle atmosfere, presenta, in effetti, scenari ed atmosfere diverse. Viene spiegato che nelle abitazioni romane la luce svolgeva una funzione legata, anche, al culto religioso, infatti, alle prime luci del mattino, il padrone di casa accendeva una luce davanti l’altare domestico, il larario, dove si trovavano piccole statue raffiguranti le divinità protettrici della casa. 

La luce, secondo antiche credenze, con il suo chiarore riusciva a rendere visibile il divino, persino evocandone la presenza durante i rituali magici. 

La settima sala, denominata Sala delle atmosfere, presenta, in effetti, scenari ed atmosfere diverse. Viene spiegato che nelle abitazioni romane la luce svolgeva una funzione legata, anche, al culto religioso, infatti, alle prime luci del mattino, il padrone di casa accendeva una luce davanti l’altare domestico, il larario, dove si trovavano piccole statue raffiguranti le divinità protettrici della casa. La luce, secondo antiche credenze, con il suo chiarore riusciva a rendere visibile il divino, persino evocandone la presenza durante i rituali magici. 

Anche nelle abitazioni pompeiane non poteva mancare un larario, costruito come una piccola ara; nella mostra è esposto, per la prima volta, nella sua interezza, lo splendido altare domestico presente nell’atrio della Casa della Fortuna a Pompei, composto da un eccezionale insieme di piccoli bronzi. 

Viene poi presentata la più grande statua pompeiana di Efebo, il cosiddetto Efebo Abbondanza (un efebo lampadoforo), rinvenuto nel 1925 nell’atrio della casa in cui era collocato, ricoperto da uno strato di cenere e lapilli, ispirato, nelle fattezze del corpo, alla scultura greca classica, con la testa cesellata di enorme grazia. 

Sempre nella stessa sala viene evidenziato lo stretto legame tra luce ed erotismo, attraverso l’esposizione di lucerne dionisiache ed erotiche; vi è anche esposta una statuina portafiaccola di un fanciullo orientale nudo con berretto frigio, opera conservata per decenni nei depositi del MANN, che, secondo recenti studi, emerse dagli scavi effettuati a Pompei nel 1818, presso quella che era stata la clinica, con annessa farmacia, del chirurgo Aulus Pumponios Magonianus, vicina al Foro. 

La piccola statua doveva servire, con ogni probabilità, a distrarre coloro che erano in attesa di essere visitati. Molto interessante, per il gioco di ombre proiettate per cui fu concepita, è una lucerna a tre becchi con statuetta di danzatore di ispirazione ellenistica, che con la sua torsione produce una stupefacente ombra tripla, che presenta differenti forme ed altezze; le ombre secondarie sembrano moltiplicarsi, rincorrersi tra loro e vivere di vita propria.

L’ottava sala è riservata alla riscoperta di utensili in bronzo pompeiani nel XVIII e XIX secolo, oggetti che, a quell’epoca, esercitavano un grande fascino, in quanto testimoni diretti della quotidianità degli antichi. Viene evidenziato, inoltre, il ruolo fondamentale, nella pratica del restauro (restauro creativo) della Real Fonderia Borbonica, attività che si rese necessaria dopo l’avvio degli scavi, avvenuto ad Ercolano nel 1738. 

La grande quantità di reperti rinvenuti, costituiti da metallo archeologico, costrinse studiosi ed officine a trattare una materiale di cui si conosceva pochissimo: si trattava sia di grandi statue in bronzo, provenienti dal Teatro e dalla Villa dei Papiri ad Ercolano, sia di piccoli oggetti domestici, tra i quali, anche, lucerne e candelabri. 

In mostra, è presente il Pasticcio Winckelmann, complesso assemblato arbitrariamente, con aggiunte di alcuni elementi divertenti, nella Real Fonderia Borbonica, descritto da Johann Joachim Winckelmann in una lettera pubblicata nel 1762; custodito, anch’esso, nei depositi del MANN, oggi è possibile ammirarlo grazie al restauro operato da Ingrid Reindell ed Enrico Leoni. 

L’ultimo argomento affrontato in questa sala è relativo all’eruzione del Vesuvio, raccontata non da calchi umani ma dagli oggetti in bronzo, che trasmettono perfettamente ai contemporanei il senso di terrore e di impotenza vissuto, in quella tragica situazione, dagli abitanti delle città vesuviane. 

Anche gli oggetti, infatti, hanno un destino, che spesso condividono con i compagni umani, riuscendo, con facilità, a vivere molto più a lungo di loro: gli oggetti esposti in questa mostra possono essere considerati dei “sopravvissuti”, avendo superato gli antichi di 65 generazioni.

L’ultima sala propone i reperti relativi a Roma e viene presentato un aspetto diverso del rapporto tra uomo e luce in antichità, quello, cioè, scatenato dal fuoco, elemento che può provocare eventi tragici. 

La frequenza degli incendi a Roma rese necessaria la creazione di un corpo di vigiles che si occupasse, principalmente, di spegnere i diversi roghi; nel VI secolo d.C. l’imperatore decise di istituire la Militia Vigilum, milizia che seguiva un ordinamento di tipo militare, con a capo un magistrato dell’ordine equestre, il Praefectus Vigilum, a cui erano affidate 7000 unità, suddivise in 7 coorti composte da liberti. 

Augusto divise Roma in 14 regioni e, a ogni coorte dei vigili, assegnò due regioni. Particolare rilievo viene dato, nella mostra, alla Caserma (Excubitorium) dei vigili della VII coorte, quella di Trastevere, da cui proviene una fiaccola destinata, quasi sicuramente, all’illuminazione pubblica. 

Viene, infine, ricostruito l’aspetto delle suppellettili che potevano decorare le case patrizie di età imperiale, attraverso candelabri, lucerne, statuette tutte realizzate in bronzo, alcune rinvenute sul Viminale, altre provenienti dalle Collezioni Capitoline, conservate, quasi esclusivamente, nei depositi dell’Antiquarium.

 

In occasione della mostra vi proponiamo anche la possibilità di fare Prenotazioni e acquisto Biglietti per visitare i più bei siti archeologici di Napoli e Pompei e l'eccellente MANN Museo Archeologico di Napoli, da cui provengono alcuni pezzi oggi impegnati alla mostra di Nuova Luce da Pompei a Roma.

    Pompei - Visita Guidata

 

 

 

              MAP - Magic Ancient Pompeii + Pompei

 

 

 

    Museo Archeologico Nazionale di Napoli

 

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