Evoluzione dell'architettura funeraria in Etruria meridionale dal IX sec. a.C. al V. sec. d.C.

Agli inizi del IX secolo a.C. il territorio dell’Etruria laziale subisce un notevole incremento demografico e una trasformazione culturale dalla costa verso i territori più interni

In questo ambito, si diffonde l’uso della cremazione, accanto alla tipica inumazione delle culture eneolitiche. Le tipologie sono semplici e ricorrenti: il pozzetto cilindrico contenente l’urna cineraria o il vaso biconico e la fossa dove sono deposti i resti inumati assieme al corredo.

L’urna cineraria, di impasto o in bronzo, accoglie i resti combusti del defunto ed è collocata sul fondo del pozzetto che viene poi ricoperto con scheggioni di pietra o più raramente con coperchio di tufo o nenfro. Casi notevoli di questo tipo di sepolture li riscontriamo lungo la costa tirrenica nelle necropoli villanoviane di Vulci, Cerveteri e Tarquinia, e a Bisenzio, Poggio Montano, Chiusa Cima e San Giovenale nell’Etruria interna. Verso la fine dell’VIII secolo comincia a scomparire l’usanza della cremazione e nasce l’esigenza di creare un vero ambiente da organizzare e attrezzare per l’inumazione. Si hanno così i primi esempi di tombe a fossa semplice e poi con loculi laterali dove lo spazio di sepoltura, ricavato su una parete, si mostra in pratica distinto dalla fossa e chiuso da lastre di tufo (Tombe a Forno).

Nella prima metà del VII secolo, compaiono le prime camere funerarie nelle quali il concetto di ambiente di deposizione si rivela compiutamente distinto nell’ambito della struttura ipogea. La camera affonda infatti nel terreno allargandosi e assumendo così una caratteristica forma ogivale che culmina superiormente con una fenditura rettangolare chiusa con blocchi di tufo regolarmente squadrati. La deposizione avveniva in un primo tempo sul piano della camera che soltanto in epoca più recente viene attrezzata con banchine laterali e in alcuni casi con ripiano frontale per collocare il corredo funerario. Tipiche del periodo orientalizzante antico sono le tombe a sezione ogivale con fenditura superiore di Tuscania, Tarquinia e della regione blerana. Sempre nella prima metà del VII secolo, il modello di tombe a fenditura superiore risulta associato frequentemente ad una struttura a Tumulo con camera circondata da una crepidine circolare separata dal piano del terreno mediante un fossato. La fenditura è chiusa da lastre di tufo collocate in piano e la crepidine, entro la quale è ricavato il dromos, viene coperta da un cumulo di terra che fa assumere al complesso il caratteristico aspetto a cupola tipico del tumulo. In alcuni casi è presente soltanto la crepidine priva di cumulo di terra o appena pronunciato dal livello del terreno, dando così origine alle cosiddette “tombe a circolo”. Questo tipo di sepolture è diffuso nell’Etruria meridionale a San Giovenale, Blera, San Giuliano, a Tuscania e a Grotte di Castro. Seppure ancora ascrivibile a una fase pre-monumentale della produzione funeraria, il tumuletto con camera a fenditura superiore costituisce un importante passo avanti verso quelle forme che anticipano la piena definizione del modello delle tombe a tumulo.

Tra la fine del VII e i primi decenni del VI secolo a.C. comincia ad attuarsi una rapida qualificazione delle strutture di sepoltura attraverso monumentali complessi a tumulo sia nell’area ceretana che nelle zone interne laziali. In particolare sono i centri del blerano a manifestare maggiormente nelle forme e nelle tipologie, quelle caratteristiche tipiche dell’architettura funeraria ceretana. Un esempio fra tutti è rappresentato dalla tomba Cima nella necropoli di San Giuliano presso Barbarano Romano. Il tumulo ha un tamburo cilindrico in parte ricavato nel tufo e in alcuni punti riportato. Esso è decorato da una modanatura a fascia e toro che corre ad un’altezza di circa un metro e quaranta dal terreno. Nell’ambito di questa tipologia tende a diffondersi anche il tumulo con crepidine quadrangolare secondo lo schema tipicamente ceretano. Infatti proprio a Caere si assiste alla comparsa di strutture a tumulo nelle quali lo zoccolo ha assunto questa forma coperta superiormente da un cumulo di terra; nello stesso tempo, il dromos incluso nella crepidine, va man mano riducendosi con l’incremento verticale di quest’ultima. Esempi di tumuli quadrati li ritroviamo principalmente a San Giovenale nelle necropoli di Porzarago, Pontesili, Ponton Paoletto e Castellina Camerata.

L’abbandono graduale degli elementi esterni circolari segna il passaggio dalle tombe a tumulo alle tombe a dado tipiche dell’architettura rupestre. Probabile che tale scelta sia stata dettata da una​maggiore propensione allo sviluppo urbanistico verticale e quindi monumentale delle strutture esterne delle tombe. Contemporaneamente nella parte alta del tamburo compaiono dei sovraornati nei quali, accanto alle consuete combinazioni composte da toro e fascia, tipiche dei tumuli del periodo orientalizzante, appare il motivo a campana e successivamente il becco di civetta intorno agli inizi del V secolo. In alcuni casi, la parte superiore del dado si presenta a tetto displuviato con due falde inclinate a perfetta imitazione di una struttura abitativa con copertura a spioventi. Nella famosa tomba a dado o a casetta situata nella necropoli della Peschiera a Tuscania, il tetto poggia su un sovraornato composto da un becco di civetta e da un toro che interessano tutti i 4 prospetti salvo nel lato posteriore dove la modanatura è ridotta al solo toro. Altri esempi di tomba a dado con tetto displuviato risultano attestati a Blera nella necropoli di Pian del Vescovo e ultimamente a Norchia, nella necropoli di Sferracavallo a seguito della scoperta da parte di Archeotuscia, della Tomba a Casetta, dove sono evidenziate le due falde inclinate del tetto displuviato sulla facciata della tomba con le testate delle travi ben visibili lungo le linee di gronda (Fig.10). Il dado nasce quindi come corpo parallelepipedo completamente libero sui lati, entro il quale sono ricavati uno o più ambienti per la deposizione. La sommità del dado, con la funzione di spazio per il culto funerario, è resa agibile mediante una scalinata quasi sempre ricavata nel banco tufaceo. Nel retroterra, la struttura si semplifica anche nel semidado, elaborato rupestre che, condizionato dalla morfologia del terreno utilizzato come necropoli quasi sempre in forte pendenza, è ottenuto lavorando la parete tufacea fino ad avere una facciata in aggetto ma non completamente separata dal gradone di tufo. La camera di sepoltura è ricavata dentro il corpo a livello del piano antistante la facciata; l’ingresso è di regola decorato da una cornice dorica evidenziata con un listello a rilievo. Questi portali seguono uno sviluppo cronologico ben preciso: nei complessi del VI secolo, racchiudono una porta a campo completamente aperto, nel V secolo il campo viene parzialmente chiuso nella parte superiore, mentre in età tardo arcaica (fine V secolo) compaiono le finte porte scolpite sopra l’ingresso reale della tomba che risulta ancora occupare totalmente o parzialmente la facciata (San Giuliano). In epoca ellenistica, il processo evolutivo procederà poi con lo slittamento delle camere di sepoltura al di sotto del corpo della facciata.

In epoca ellenistica, il processo evolutivo procederà poi con lo slittamento delle camere di sepoltura al di sotto del corpo della facciata. Durante il IV secolo, il modello rupestre si ritrova pertanto sostanzialmente modificato dal trasferimento della camera di sepoltura al di sotto del corpo: ciò consentiva da un lato, di disporre di uno spazio maggiore per ricavare l’ambiente per le deposizioni, ma soprattutto permetteva di finalizzare diversamente la facciata e di assegnare ad essa un compito esclusivamente decorativo e monumentale (Fig.12). Nelle versioni più semplici, la facciata è decorata da una finta porta avente la cornice di regola con proiecturae a becco di civetta rivolto verso il basso. Il sovraornato viene integrato progressivamente con nuove modanature fino a giungere a una sequenza tipo piuttosto frequente composta da becco di civetta, toro, fascia e, completata fino alla piattaforma da campana, becco di civetta, toro e fascia. In questo periodo furono realizzate le grandi necropoli monumentali di Norchia e Castel d’Asso che ancora oggi dovrebbero essere il vanto del patrimonio archeologico della Tuscia ma che in realtà così non è per via del loro stato di completo abbandono. Tra la fine del IV e l’inizio del III secolo, l’influenza dell’ellenismo negli ambienti culturali della penisola diviene assai più consistente e uniforme di quanto si sia verificato nei secoli precedenti. Anche l’architettura rupestre risente di schemi e tematiche ricorrenti nella produzione ellenistica. L’impiego della scultura e della pittura decorativa esterna diviene più ampio e si ispira ai temi della mitologia greca, così come il significato delle immagini dipinte o scolpite si riallaccia al gusto greco-orientale. Esempi tipici di questa architettura sono le tombe a tempio che sorgono nella valle dell’Acqualta a Norchia, le quali riproducono in prospetto un edificio sacro a portico, similmente ai santuari dello stesso periodo. I timpani sono ornati da una figurazione scolpita a rilievo con motivi mitologici ed eroici mentre ai lati compaiono teste di gorgoni e delle sculture acroteriali che sembrano fossero collocate alla sommità del frontone.

Altro esempio notevole di architettura ellenistica è la Tomba Lattanzi eretta nel versante settentrionale del torrente Biedano della necropoli di Norchia. Il monumento, risalente alla fine del IV secolo, era articolato su due livelli con dei portici sostenuti da colonne scanalate di tipo dorico-tuscanico erette sopra un robusto plinto circolare con toro, echino toroidale ed abaco quadrato. Sulla parte sinistra poggiava una grossa scultura raffigurante un leone sormontato da altra figura zoomorfa non identificata, posto a guardia del sepolcro. Sempre in questa fase inizia la diffusione di tombe a camera con sarcofagi e fosse per la sepoltura. I sarcofagi, realizzati in nenfro o peperino e più raramente in terracotta, presentano i coperchi con la figura scolpita del defunto in posizione recumbente o più semplicemente a tetto displuviato. Negli anni che seguirono la conquista romana dell’Etruria meridionale, si evidenzia un generale impoverimento dei complessi funerari dove le camere ipogee assumono ormai sempre in modo più evidente l’aspetto di semplici luoghi di sepoltura con forme assai rozze delle pareti e del soffitto non più curati e con planimetrie a spina di pesce irregolari costituite da fosse ricavate su un leggero rialzo del banco tufaceo ai lati del corridoio centrale; in alcuni casi, per ottenere maggiore spazio, vengono scavati loculi sulle pareti che anticiperanno poi di qualche secolo l’architettura catacombale. Unitamente a questo tipo di sepolture, ritorna l’antica usanza della cremazione con il diffondersi delle Urne Cinerarie specialmente nell’area Chiusina e dei colombari, ossia di piccole celle di forma quadrangolare o con la parte superiore arcuata, ricavate sulle pareti di tufo e destinate ad ospitare le ceneri del defunto racchiuse in un’olla che veniva collocata all’interno delle nicchie. Su questa tipologia di sepolture si è fatta spesso molta confusione nel confonderle con i colombai medievali molto diffusi nelle nostre zone, aventi simili caratteristiche (le celle sono più piccole e manca l’alloggiamento delle olle cinerarie), ma destinati all’allevamento dei colombi. Con l’avvento dell’età tardo-repubblicana, trovano diffusione le sepolture “ad arcosolio”, ovvero dei loculi scavati su pareti di tufo aventi la forma caratteristica ad arco sotto il quale era ricavata una fossa ad inumazione chiusa da lastre di pietra o da tegole. Notevoli esempi li ritroviamo a Sutri lungo la via Cassia e a Falerii Novi ai lati della Via Amerina che recentemente il GAR ha riportato alla luce. Sempre in età repubblicana iniziano a diffondersi le prime tombe a Mausoleo ovvero particolari tipi di Monumenti funerari in cui l’altezza e le grandi dimensioni servivano ad attirare l’attenzione dei passanti sull’importanza della persona defunta. Questa tendenza fu lanciata dall’aristocrazia urbana che si estenderà rapidamente a tutte le classi sociali in ascesa per poi esaurirsi nel IV secolo d.C. Il mausoleo poteva essere del tipo più grande, a tamburo cilindrico e camera interna, a dado se costituito da un nucleo quadrangolare, a pilastro, quando l’altezza era maggiore della larghezza oppure a tempietto, dei quali abbiamo esempi notevoli nell’area della Selva di Malano, a Bolsena e lungo la via Cassia. In tutte le suddette tipologie potevano trovare collocazione i sarcofagi sia nella camera sotterranea che sulla sommità del monumento. In particolare quelle a Mausoleo si svilupparono poi in epoca imperiale in grandezza e munificenza come i sepolcri di famosi imperatori romani e di altri personaggi importanti (Mausoleo di Augusto, di Adriano, di Cecilia Metella, ecc…) Verso la fine dell’impero romano si torna di nuovo alle tipologie di tombe a Fossa, ovvero dal terreno si alzavano semplicemente dei muretti paralleli di forma rettangolare entro i quali si deponeva il defunto che poi veniva coperto con tegole, disponendole semplicemente in maniera orizzontale o con il sistema alla cappuccina. Con le prime invasioni barbariche si assisterà poi ad una ulteriore evoluzione di queste sepolture, ovvero alla comparsa di tombe antropomorfe o antropoidi, importate molto probabilmente dalle aree nord africane con le truppe a seguito dell’esercito bizantino nella guerra greco-gotica. La caratteristica principale di queste sepolture è quella con tipologia a “logètte”, ovvero con fosse munite di un incavo per l’alloggiamento della testa dell’inumato (Fig.18). A questo punto viene spontanea questa riflessione: in questi 14 secoli di storia, l’architettura funeraria, improntata inizialmente secondo criteri di massima semplicità, dopo aver conosciuto periodi di grande esaltazione nelle forme e nella ricchezza dei particolari, facendole assumere quel carattere di forte monumentalità, ritornò ad essere concepita di nuovo come semplice sepoltura, dove l’aspetto esteriore della tomba non aveva più alcun significato sia spirituale che religioso.

Bibliografia
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