La piramide di Bomarzo

I territori di Bomarzo e Soriano nel Cimino sono costellati di testimonianze archeologiche che hanno interessato il nostro passato, spaziando dall’epoca etrusca a quella medievale

Ciò che maggiormente ha contribuito alla conservazione di queste emergenze è stata la natura del suolo. Esso infatti risulta composto in larga parte da banchi di roccia tufacea di origine vulcanica come il peperino, molto utilizzato dall’uomo fin dall’antichità. La lavorazione di questo materiale, molto resistente agli agenti atmosferici, a differenza del tufo rosso molto meno consistente, ha permesso di restituirci molti esempi significativi di antichi manufatti. Sono di notevole rilevanza infatti i monumenti funerari e gli altari rupestri della Selva di Malano e della Valle del Serraglio, le tombe antropoidi di Corviano e Santa Cecilia,le numerose pestarole, vasche e i fori sulla roccia per l’alloggiamento di strutture lignee disseminate su buona parte del territorio. Ultimo esempio notevole in ordine di tempo, lo straordinario Bosco Sacro di Bomarzo, dove il principe Pier Francesco Orsini, detto Vicino, fece realizzare nel XVI secolo il Parco dei Mostri, celebre per la serie di fantastiche sculture modellate su enormi blocchi di peperino e disseminate in un terreno di circa tre ettari.

Ma il monumento che più di ogni altro ha suscitato l’attenzione dei visitatori in questi ultimi anni, è la “Piramide”di Bomarzo, riscoperta nel 2002 da alcuni componenti della Società Archeologica Viterbese Pro‑Ferento e resa fruibile nel 2008 dal bomarzese Salvatore Fosci, grazie alla ripulitura completa del manufatto dalla vegetazione infestante e al ripristino di un antico sentiero che conduceva al singolare monumento fino a circa 50 anni fa.

Proprio per questo lavoro encomiabile, finalizzato alla valorizzazione di un bene archeologico, l’Associazione Archeotuscia Onlus di Viterbo ha conferito al Fosci nel 2010 il riconoscimento di socio onorario. La cosiddetta “Piramide”, situata nella Valle del Tacchiolo, in prossimità dell’abitato di Bomarzo, ma entro i confini amministrativi del Comune di Soriano nel Cimino (I.G.M., F.137 Tav.II NO – coordinate GPS 42°28’52,75”N – 12°15’51,30”E), consiste in un enorme monolite di peperino distaccatosi in epoca molto remota dalla rupe che costeggia la vallata tra Bomarzo e Chia. Successivamente ha subito delle lavorazioni finalizzate probabilmente alla realizzazione di un edificio di culto. Il manufatto, dall’aspetto somigliante vagamente ad una piramide da cui ha preso il nome, si presenta nella parte inferiore con una scala interamente scavata nel masso, composta da 26 gradini   alcuni dei quali larghi 1.00 m, mentre altri evidenziano dei successivi allargamenti sulla parte destra, fino a raggiungere una larghezza complessiva di oltre 4.00 m.

Salendo si notano inoltre sulla sinistra della scala, tre fori utilizzati come probabili alloggiamenti di strutture lignee superiori. Sempre sul lato destro, a seguito dei  lavori di ripulitura dalla vegetazione infestante, sono ben visibili dei sistemi di canalizzazione incisi nel peperino, forse attribuibili alla raccolta di liquidi sacrificali, oltre a nicchie, vaschette e un grande gradone orizzontale che attraversa quasi completamente l’intero complesso monumentale. In cima alla scala si aprono due vani scoperti, scavati anch’essi nella roccia e disposti ai lati di una seconda   scala che conduce alla sommità del masso.

L’ambiente di sinistra, di forma rettangolare, misura 2.60 ´ 1.80 m, con un’altezza nel lato più alto di 2.30 m. Sulla parete di fondo è stata ricavata una banchina alta 60 cm e profonda 45. L’ambiente di destra, anch’esso di forma rettangolare, misura 3.30 ´ 3.00 m ed un’altezza di  2.40 m. Sul lato destro vi è un’altra gradinata composta da 9 gradini larghi 60 cm priva della parte sinistra in quanto, in epoca successiva, suppongo abbia subito un taglio su tutta la sua lunghezza, forse con lo scopo di ampliare l’ambiente suddetto (Fig6).  La sommità del monumento può essere raggiunta tramite la scala centrale posta tra i due vani prima menzionati (Fig.7). Composta anch’essa da 9 gradini, con un’alzata di 24 cm e una pedata di 26 cm, larghi inizialmente 1.00 m ed ampliati successivamente a 1.60 m, si presenta in buono stato di conservazione con un inizio singolare. Il primo gradino sembra infatti del tutto mancante, come se, soltanto in determinate circostanze legate a cerimonie cultuali, fosse collocato uno scalino mobile, ritrovato poi da Salvatore Fosci durante le operazioni di ripulitura, per consentire l’accesso alla parte restante della gradinata.

Altre incisioni di dubbia interpretazione, riconducibili a gradini, si trovano poi sul prolungamento della base della scala quasi a significare una sua continuazione verso il basso. Giungendo sulla sommità del masso, si nota a sinistra della piattaforma di sommità, un rialzo di forma trapezoidale con la punta rivolta ad est, avente una lunghezza (media) di 3.15 m  e  1.65 m di larghezza (media) con un rialzo di circa 25 cm. Il lato opposto della piattaforma è delimitato per tutta la sua lunghezza da una parete ricavata nel banco tufaceo alta 70 cm e larga 50 cm.

Inoltre nel pavimento dell’ambiente non si evidenziano tracce di lavorazioni o incisioni di alcun genere, nonostante l’importanza che avrebbe dovuto assumere questa parte del monumento. Il monolite raggiunge un’altezza di circa 8 m nella parte verso monte e circa 16 m in quella rivolta a valle, misure comunque approssimate per difetto in quanto il manufatto ha subito nel corso dei secoli un forte interramento causato principalmente dal continuo depositarsi di strati di humus sul terreno. Ai piedi del masso sono stati rinvenuti subito dopo la riscoperta del monumento, alcuni frammenti fittili consistenti in parti di dolia, anfore e tegolame vario di età tardo repubblicana, indizio questo particolarmente significativo per una datazione del manufatto o per un suo sfruttamento in fasi successive.

Alla luce di quanto descritto, resta molto difficile formulare delle ipotesi sul suo utilizzo, in quanto trattasi di un esempio unico nel suo genere, sia per grandiosità che per complessità. La teoria più attendibile resta tuttavia quella  di un probabile altare rupestre di epoca etrusco-romana dove venivano svolte cerimonie rituali con sacrifici di animali.

Depone a favore di questa ipotesi anche lo stesso  nome originario del monumento che fino ad alcuni decenni fa, era conosciuto dagli abitanti locali come il “Sasso del Predicatore”, utilizzato forse anche in epoca medievale come pulpito da qualche oratore per fini religiosi. Secondo altri studiosi, potrebbe trattarsi di un osservatorio di avvistamento per la difesa del territorio o di un monumento funerario o ancora di una cava di materiali rocciosi. Ulteriori indizi potrebbero comunque venire alla luce se si iniziasse un’opera di scavo intorno al monolite fino alla completa rimozione della terra che ancora in gran parte lo ricopre.

Un altro particolare importante è emerso durante una successiva ricognizione del luogo quando in una caverna naturale, utilizzata forse come rifugio a poche decine di metri dalla “Piramide” e a ridosso della rupe sul versante ovest della valle, sono stati rinvenuti alcuni frammenti fittili di vasellame di varie epoche fino al secolo scorso.  Ciò testimonierebbe la continuità di vita che ha segnato in qualche modo la storia millenaria di questo singolare, quanto affascinante e misterioso monumento.

Bibliografia

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