Uno strano pozzo a Castel Cordigliano

A Castel Cordigliano esiste un ambiente ipogeo del tutto particolare e che senza dubbio merita una certa attenzione da parte degli studiosi

 La località, nota come Macchia del Conte, si trova a circa 10 chilometri da Viterbo, lungo la strada provinciale Tuscanese, poco distante dalla città etrusco-romana di Musarna dove l’Ecole Française de Rome ha condotto per ben 18 anni un’intensa campagna di scavi.

Il complesso ipogeo è situato all’interno della cinta muraria del Castello di Cordigliano di cui restano soltanto alcuni ruderi immersi in una fitta vegetazione e consiste in un pozzo del tipo a “fiasco” con un diametro massimo di m. 4.30 e profondo m 5.90, collegato ad un altro ambiente di forma trapezia tramite una breve galleria orizzontale. Ma la particolarità di questo pozzo è nella lavorazione delle pareti, in quanto presentano otto ordini di ripiani scavati direttamente nel banco tufaceo per una profondità media di cm 23 ed un’altezza di cm 20.

Nella parete inferiore è presente un foro per lo scarico delle acque ricavato in una grande nicchia,  mentre al centro del soffitto a volta si apre un condotto rettangolare che  mette  direttamente in comunicazione la cavità con l’esterno.

L’intera cisterna, che risulta attualmente con il fondo interrato, è accessibile anche tramite uno stretto passaggio lungo la rupe tufacea che immette, attraverso un ingresso parzialmente crollato, in un ambiente di forma trapezoidale con il soffitto quasi piano (Vedi rilievo Fig.3). Le dimensioni dell’ipogeo sono di m 4.60 x 5.30 (media) x 2.30 di altezza, con ricavato un pilastro di tufo nella parte più interna ed una nicchia di m 2.70 x 0.90 nella parete di fondo opposta a quella d’entrata, usata probabilmente in epoca etrusco-romana come deposizione funeraria. Dal vano è possibile accedere al pozzo mediante un passaggio lungo m 2.40, largo m 2.00 e alto m.1.90 con quattro ordini di scanalature lungo le pareti laterali, di fattura molto simile a quelle esistenti nell’ambiente circolare.

Alla luce di quanto ho potuto rilevare, rimane difficoltoso formulare delle ipotesi sia sulla datazione che sul tipo di utilizzazione di queste singolari lavorazioni che, da come mi risulta, sembrano costituire un unicum in tutta la Tuscia.

In passato, il complesso è stato oggetto di indagine anche da parte dell’archeologo viterbese Luigi Rossi Danielli che nel suo scritto “Gli Etruschi del Viterbese”, ne riporta il rilievo (Fig.5) ed una dettagliata descrizione.  Secondo il Danielli, il ritrovamento non rappresenta altro che un antico sepolcreto a “Colombario”, dove le scanalature esistenti sulle pareti servivano come piani di appoggio per la deposizione delle olle cinerarie. Anche altri studiosi si sono interessati in seguito alla problematica di questo complesso, ma sempre con scarsi risultati.  Sicuramente l’impianto originario è precedente se non coevo alla costruzione del castello avvenuta intorno all’ XI secolo e utilizzato per  l’approvvigionamento idrico dagli abitanti dell’insediamento.

Quindi, soltanto in seguito il pozzo deve aver subito questa  particolare trasformazione, con la creazione della breve galleria di collegamento alla cavità adiacente e la realizzazione dei ripiani sia lungo le pareti dell’ambiente circolare che in quelle del suddetto passaggio.

Con tale ipotesi, rimane difficile sostenere che si tratti di un sepolcreto a “Colombario” risalente ad epoca romana o addirittura villanoviana, quando cioè si praticava il culto dell’incinerazione. D’altro canto è impossibile che il sepolcreto sia stato costruito per poi essere trasformato in pozzo o cisterna per la raccolta d’acqua, in quanto chiunque  avesse realizzato tale cambiamento, avrebbe dovuto necessariamente chiudere la comunicazione con l’altro ambiente per il contenimento dell’acqua nella cavità circolare.

Le considerazioni finora formulate mi inducono pertanto a ritenere che l’ipotesi più attendibile resta quella di un possibile utilizzo come magazzino agricolo in epoca posteriore all’abbandono del castello avvenuto intorno alla fine del XIII secolo, dove i suddetti ripiani scanalati furono costruiti non tanto per l’allevamento dei colombi, quanto per fungere da piani d’appoggio per la conservazione di prodotti caseari, vista anche la notevole diffusione dell’attività pastorizia che ha caratterizzato nelle varie epoche l’economia agricola del nostro territorio.