Vi invito a leggere questa intervista attraverso la quale l’autore Fabrizio Volpi racconta la vera necessità e interesse di un popolo ancora avvolto nel mistero, senza escludere che possano aver avuto anche un seguito da popoli più antichi.
Come mai hai realizzato questo libro e chi stata la tua musa ispiratrice?
Questo e` il mio secondo libro. Ed e` frutto di un percorso di ricerca personale del mondo etrusco, iniziato piu` di dieci anni fa, dove ha avuto un ruolo centrale l`incontro con Giovanni Feo. Prima attraverso i suoi lavori, poi personalmente. Giovanni mi ha insegnato a guardare questo meraviglioso popolo con occhi totalmente diversi. A cercare di capirne la vera essenza. Questo libro non poteva che esssere dedicato a lui.
Hai girato parecchio alla ricerca di siti e luoghi di interesse Archeo astronomico; li hai fotografati catturando anche la loro anima, ma quale di questi ti ha maggiormente colpito rispetto ad altri, e perché?
Si`, in effetti ho visitato e studiato moltisimi siti etruschi e pre-etruschi, distribuiti su tutto il territorio abitato da questa popolazione. A dire il vero non c`e` un luogo che mi ha colpito piu` degli altri perche` ognuno ha la sua particolarita`, che lo rende unico e affascinante. Ed ogni volta che ne scopro la sua funzione astronomica e` per me un`emozione fortissima che mi rimane impressa. Per cui dovrei raccontare l`emozione provata per ognuno di essi. Sicuramente cio` che mi colpisce maggiormente e` la bellezza dei luoghi che esprime il sacro etrusco.
Da etruscologa e distante dalle teorie stagnanti accademiche, leggendo il tuo libro, mi sono soffermata su una tua osservazione (che approvo in pieno); tu sostieni che il popolo etrusco non poteva essere autoctono perché nel voler svolgere riti propiziatori ciclici e celebrazioni memoriali, volevano mantenere il ricordo del loro esodo e del loro avanzamento verso l’Italia. Potresti spiegare questa tua teoria? Perché secondo te questo spostamento?
Ti riferisci al rituale della infissione del chiodo. Questo rituale, particolarmente importante che avveniva ogni anno nel tempio della Dea Northia a Bolsena, in occasione della riunione annuale delle rappresentanze delle dodici lucomonie, celebrava il nuovo anno. Ma questo conteggio implicitamente prevedeva un inzio da cui far partire la storia etrusca. Questo aspetto contrasta nettamente con la visione accademica che il popolo etrusco sia originario della regione e quindi da sempre presente in questi luoghi, mentre sarebbe coerente con la storia di un popolo che ad un certo punto si trasferisce in questa regione fondando nuove citta`. Circa le eventuali motivazioni che starebbero alla base di questo esodo, possiamo sicuramente annoverare quanto riportato dalle fonti classiche, ma, soprattutto a mio parere, affiancarle da motivazioni più pratiche derivanti dall`interesse che questa cultura aveva per le aree metallifere in virtu` del suo livello tecnologico, e non solo, nettamente superiore alle popolazioni residenti.
Ritieni quindi che anche la loro conoscenza astronomica e gli strumenti possano avere una origine orientale o comunque venuta dal mare?
La fase della storia etrusca che ritengo piu` interessante e` quella denominata dagli archeologi come “orientalizzante”; termine che non condivido in quanto non si tratta, come sostenuto, di un costume importato per moda o influsso ma di una genuina espressione culturale. Ed e` soprattutto nella religione che ritroviamo i caratteri di origine orientale. In particolare nella dottrina divinitoria quale, per esempio, l`Aruspicina.
Il libro si intitola “Il tempo degli Etruschi”; parli di questo popolo ancora poco conosciuto, fai un elenco di siti che datano l’epoca etrusca, ma citi anche altri siti di epoche precedenti. Secondo te potrebbero gli Etruschi essere arrivati a riutilizzare luoghi insediati e divenuti precedentemente sacri? Se si, secondo te per motivi legati al recupero delle risorse territoriali o per motivi sacri-religiosi?
Nel libro descrivo una decina di siti etruschi, ognuno dei quali caratterizzato da peculiari orientamenti astronomici, però è anche vero che alcuni di essi molto probabilmente risalgono a popolazioni precedenti. Mi riferisco per esempio al Masso del Diavolo in località Pietramarina (Carmignano), un altare ricavato su di un’enorme masso affiorante dove troviamo dei canali puntatori che rispondono a un computo del tempo del tutto analogo a quanto ritrovato nell’antichissimo sito di Poggio Rota (Pitigliano), scoperto proprio da Giovanni Feo e risalante al popolo di Rinaldone. Sono convinto che gli Etruschi riconoscessero come sacri quei luoghi ritenuti tali anche da popolazioni precedenti purché dotati di particolari energie che venivano identificate come emanazione del divino.
Perché un curioso, un appassionato o ancor più ostinato storico dovrebbe leggere il tuo libro?
Spero di riuscire ad avvicinare il maggior numero di persone alla conoscenza di questo straordinario popolo e di contribuire ad una maggiore comprensione del suo mondo. Per fare ciò cerco di mostrare aspetti di questa cultura ancora non conosciuti o affrontati negli studi ufficiali. In particolare questo libro è il primo nel panorama editoriale ad affrontare in modo specifico il tema della misurazione del tempo e ad applicare l’archeo astronomia agli Etruschi.