Verso la crisi del trecento

di Alberto Conti (presidente dell’associazione culturale Tages)

Nel Medioevo la società dipendeva dalla campagna e dal lavoro dei contadini che lavoravano la terra del signore e , meno frequentemente, piccole superfici di proprietà. L’agricoltura sfamava l’intera società, da essa dipendeva il benessere di tutte le fasce sociali della popolazioni ed era motore di tutte le attività umane.

Nell’altoMedioevo la popolazione era numericamente scarsa, la superficie boschiva superava quella dei terreni coltivabili e destinati all’allevamento, il territorio coltivabile produceva tutto quanto necessario alle esigenze alimentari della scarsa popolazione. Nel corso dell’alto Medioevo furono introdotte poche innovazioni in campo agricolo, fra quest’educazione furono importanti e fondamentali per migliorare la resa dei terreni: l’aratro pesante a ruote e la rotazione delle culture, conosciuta nel passato romano ma dimenticata durante gli sconvolgimenti provocati dalle invasioni barbariche. La quantità dei prodotti fu via via più che sufficiente alle esigenze delle popolazioni, i prodotti eccedenti venivano esportati per acquistare all’esterno prodotti mancanti all’interno del feudo.

Migliorò così la vita delle persone, si verificò un progressivo aumento della popolazione, risorse di commercio, cambiò il carattere dell’Economia chiusa”, tipica dei secoli passati. Alla fine del primo millennio si registrò un generale, anche se modesto, miglioramento della vita rispetto ai secoli precedenti; erano state poste le basi per un ulteriore futuro sviluppo.

L’anno mille, convenzionalmente, chiuse un’epoca e aprì la successiva in cui il processo di miglioramento iniziato progredì celermente.

L’agricoltura continuò ad essere il motore del progresso aiutata dal commercio che si sviluppava grazie alle mutate condizioni politiche verificatesi nell’area mediterranea e ad est del continente: a Oriente il Sacro Romano Impero Germanico controllava il continente dalle pressioni dei barbari; nella penisola iberica era in corso la “reconquista” cristiana; fra i regni di Francia e Inghilterra continuavano i contrasti causati dalla mal sopportata presenza nel territorio francese del grande vassallo inglese; l’Italia, come sempre divisa, subiva pressioni da ogni lato e notevoli ingerenze da parte della Germania, anch’essa divisa tra potenti ma unita dalla figura di un imperatore senza regno che, per conservare il potere, doveva essere riconosciuto dal papa di Roma. I papi, a partire dal primo secolo del nuovo millennio, (1096) avevano aperto la stagione delle crociate contro i mussulmani per la riconquista della Terra Santa e la sua capitale Gerusalemme. Le crociate furono però guerre combattute dai nobili, il popolo non partecipò e non ne subì le conseguenze. Nel contesto descritto l’agricoltura, aiutata dal commercio e dall’artigianato, continuò a mantenere la posizione centrale nella vita sociale ed economica del popolo e dell’aristocrazia. Contribuì anche anche l’artigianato, sviluppatosi nelle città nel frattempo nate e divenute Comuni che eleggevano i propri governi, rendendosi così indipendenti da re e imperatore.

Ma l’agricoltura come potè coprire le sempre maggiori richieste di una popolazione in continuo aumento? Gli agricoltori trovarono il modo di rispondere allargando i campi. Allargare i campi significava sottrarre terreno ai boschi che, grazie alla scarsa popolazione del passato, occupavano gran parte del territorio. Si diboscava aprendo nuovi terreni alla coltivazione e all’allevamento; si produceva di più e la popolazione aumentava; il maggior benessere rendeva la vita di tutti migliore; non vi era competizione del popolo, la competizione riguardava i potenti che si contrastavano per il potere; alle guerre, che non mancarono, non partecipava il popolo. I potenti del continente, per fare le guerre, ricorrevano a truppe mercenarie, pagate con la ricchezza ricavata dall’agricoltura. Il benessere consentì miglioramenti in ogni campo del vivere civile: progredì l’architettura, la scoperta del gotico da parte di architetti francesi portò una grande rivoluzione nel campo delle costruzioni: la grande cattedrale di Notre Dame è del 1200, come tante altre cattedrali costruite in Italia che inserirono caratteri del gotico nel romanico (cattedrale di San Pietro e Paolo a Sovana GR), tipico della penisola; il gotico si diffuse via via in tutta Europa; l’architettura favorì lo sviluppo dell’arte necessaria per il completamento e l’arricchimento dei nuovi monumenti, sopratutto religiosi; si sviluppò l’architettura militare, furono erette mura a difesa delle città e delle comunità minori (Aldobrandeschi di Sovana GR) e l’architettura civile, con la costruzione di grandiose residenze dell’aristocrazi. Si svilupparono e si moltiplicarono le città nate alla fine del primo millennio che divennero, per prime e sopratutto in Italia, Comuni.

Così e città furono luoghi di sviluppo al declino. La produzione agricola non fu più in grado di soddisfare i bisogni della popolazione: i boschi erano stati così ridotti da rischiare la carenza del legname necessario alla vita e alle attività economiche; il clima, che andò lentamente irrigidendo (geli d’inverno e piogge d’estate che danneggiavano i raccolti), contribuì alla riduzione della produzione agricola; i Singori scaricarono sulla classe contadina i sacrifici, cambiando le consuetudini che fino allora avevano regolòato rapporti fra le due parti, consolidati dalla secolare convivenza; ne derivarono così contrasti e ribellioni. La povertà causò inevitabilmente una lenta diminuzione della popolazione. La crisi colpì anche la Chiesa e i potenti laici.

Nero 1303 morì il papa Bonifacio VIII, l’ultimo papa che si battè per una chiesa forte, superiore a qualsiasi altro potere presente in Europa. La chiesa subì al suo interno l’influenza del potere presente di Francia che provocò il trasferimento della sede del papato ad Avignone (1309) e il successivo GRANDE SCISMA D’OCCIDENTE (antipapi eletti dai cardinali francesi ribelli) che seguì il rientro a Roma da Avignone della Cancelleria apostolica (1377).

La crisi non risparmio i regni di Francia e di Inghilterra impegnati a confrontarsi nella guerra dei cento anni (1337-1453), cui partecipò buona parte dell’Europa. I rapporti tra i due regni furono conflittuali fin dalla conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo I, detto il Conquistatore. Guglielmo, salito al trono di Inghilterra, conservò il tutolo di duca e il potere sul ducato di Normandia, feudo del re di Francia. I contrasti tra i due regni si protrassero per lungo tempo, durante il quale variarono, di numero e di estensione, i territori di Francia sui quali l’Inghilterra vantò diritti feudali.

I due re godevano di una diversa condizione all’interno dei rispettivi regni: il re d’Inghilterra esercitava un potere incontrastato sui propri vassalli, mentre il re di Francia combatteva contro i suoi feudatari, per recuperare a favore della corona i poteri a suo tempo concessi. Il re d’Inghilterra, grazie alla sua posizione di forza interna, poteva sviluppare una politica di conquista sullo stesso territorio francese. Durante il regno di Enrico II Plantageneto (seconda metà del XII secolo), l’Inghilterra controllava, da feudatario del re di Francia, oltre la metà del territorio francese: l’intera fascia occidentale di quel territorio era sotto il dominio del re d’Inghilterra.

L’estensione del feudo del re inglese in territorio francese cambiò più volte nel tempo che intercorse tra il regno di Enrico II e l’inizio della guerra dei cento anni. Il re francese , nella sua veste di concedente il beneficio feudale, in qualsiasi momento, avrebbe potuto avanzare pretese sui domini francesi del feudatario inglese ma di fatto non poteva farlo a causa della propria debolezza. I re Francesi appartenevano infatti alla dinastia dei Capetingi che non aveva ancora consolidato il proprio potere sulla Francia.

La popolazione subì le conseguenze della guerra. Gli eserciti in guerra percorrevano il territorio francese provocando danni e i mercenari che fornivano i loro servizi a pagamento, nei periodi in cui erano disoccupati (la guerra non fu continua), scorrazzavano per la campagna rubando, distruggendo e uccidendo. In una condizione già così disagiata, sulla popolazione si abbatté un morbo, la peste nera, causata da un batterio trasmesso all’uomo dai topi presenti sulle navi che raggiungevano porti internazionali per motivi di commercio. Fu un morbo che comparve più volte: periodi di manifestazioni si alternavano a pause. Si manifestò, per la prima volta, negli anni quaranta del “300” e, per l’ultima volta, nell’anno venti del quattrocento. Il morbo si diffuse velocemente in ogni parte dell’Europa. Quella terribile malattia, sopratutto a causa del suo ripetersi, insinuò nella popolazione paura, insicurezza e la sensazione della precarietà della vita. La morte era sentita come evento altamente probabile in ogni momento della vita.

Queste paure contribuirono a deprimere ulteriormente le condizioni già misere causate dalle guerre e dalla rigidità del clima.