Beatrice d’Este: icona del Rinascimento

Beatrice d’Este (1475 – 1497), nacque dal duca Ercole d’Este, signore di Modena, Reggio e Ferrara e da Eleonora d’Aragona, figlia del re di Napoli Ferrante e sorella del duca di Calabria, Alfonso. 

Beatrice, all’età di soli cinque anni, nel 1480, era stata promessa in sposa  a Ludovico il Moro (1452 – 1508), proprio quando lo Sforza stava rientrando nel dominio ducale dopo la ribellione che aveva causato il suo allontanamento da Milano insieme ai fratelli.

Crescendo Beatrice sarebbe divenuta non una dama qualsiasi, ma una principessa di altissimi natali, discendente di una stirpe tra le più antiche d’Italia e imparentata con le più importanti famiglie principesche del tempo. Crescendo Beatrice sarebbe divenuta non una dama qualsiasi, ma una principessa di altissimi natali, discendente di una stirpe tra le più antiche d’Italia e imparentata con le più importanti famiglie principesche del tempo. 

Questo matrimonio avrebbe, dunque, consentito a Ludovico il Moro di rendere più solido il proprio prestigio personale e accrescere le possibilità di divenire duca, risultato che fu pienamente ottenuto nel 1494, con privilegio imperiale.Questo matrimonio avrebbe, dunque, consentito a Ludovico il Moro di rendere più solido il proprio prestigio personale e accrescere le possibilità di divenire duca, risultato che fu pienamente ottenuto nel 1494, con privilegio imperiale.

La casata degli Este affonda le sue radici nell’alto Medioevo e in particolar modo nella famiglia degli Obertenghi di origini longobarde. La stirpe dei marchesi estensi inizia con Alberto Azzo II, figlio di Alberto Azzo I, morto nel 1029. Alberto II decise di trasferire a Este la residenza di questo ramo del ceppo obertengo.

Nel tempo gli Este iniziarono a perseguire  una intelligente strategia familiare attraverso l’intreccio di vincoli con grandi potenze come Napoli e Milano, contro Venezia. Bisogna ricordare, a tal proposito, che una sorella di Ercole, sempre di nome Beatrice, era andata in sposa a Tristano Sforza, fratellastro del duca Galeazzo Maria e, solo dopo una generazione, lo stesso Ercole concedeva sua figlia in sposa ad un altro fratello del duca, Ludovico, colui che realmente deteneva il potere a Milano.

Il matrimonio avvenne il 18 gennaio 1491 a Pavia dopo un lungo e faticoso viaggio che aveva condotto la famiglia estense nelle gelide terre lombarde che si preparavano ad accogliere la secondogenita di Ercole ed Eleonora d’Aragona. 

Una sedicenne era convolata a nozze con un uomo di ventiquattro anni più grande: questo può ben far comprendere le difficoltà incontrate, soprattutto all’inizio, dalla coppia, dovute soprattutto alla ritrosia della sposa.

Con il  trascorrere del tempo l’unione sembrò consolidarsi e la duchessa Beatrice iniziò ad interessarsi al ballo, ambito in cui diede ottime prove, al lusso, alla caccia, al gioco; la nobildonna divenne colei che riusciva ad animare gli aspetti ludici della corte, assolvendo in tal modo a quelli che erano considerati i suoi compiti istituzionali. 

Per quanto concerne le battute di caccia, esse furono realizzate con un ritmo incalzante;  tutto questo comportò l’assidua frequentazione, oltre che di Milano e di Vigevano, anche di residenze temporanee come Villanova e Cusago.

Nel tempo crebbe da parte di Beatrice l’ostilità verso Cecilia Gallerani (1473 – 1536), amante dello Sforza  al momento del matrimonio. Quest’ultima, fanciulla di speciale bellezza e di nobile famiglia (i Gallerani  erano di origine senese e, giunti a Milano, erano stati mercanti -  banchieri tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento), diede un figlio a Ludovico il Moro, Cesare, nato nel 1491. 

Cecilia  era dotata di una bellezza sfolgorante e di un fascino che mancavano alla giovanissima principessa estense. 

Nel gennaio del 1493 Beatrice diede alla luce Ercole, che successivamente venne chiamato Massimiliano in onore  del re dei Romani e in relazione al fatto che Ludovico, proprio in quel periodo, aveva  ottenuto la sua investitura.

Dopo aver dimostrato le sue virtù generatrici la duchessa riuscì ad allontanare l’amante di suo marito dalla corte milanese; il Moro si piegò a questa volontà e fece sposare la Gallerani con il conte Ludovico Bergamino, suo  protetto. 

La coppia venne  sistemata, insieme al figlioletto Cesare,  in un meraviglioso palazzo  di Milano, il palazzo Dal Vescriminaturarme – Carmagnola, restaurato per accogliere  degnamente Cecilia.

Beatrice iniziò ben presto a dettar legge in fatto di moda a Milano; basti pensare  che nel solo 1491 si fece confezionare 83 abiti, in una gara ideale con la sorella Isabella d’Este, duchessa di Mantova. 

A tal proposito pare che proprio dal dicembre del 1491 Ludovico il Moro avesse manifestato l’intento di riservare alla moglie le entrate della roggia Mora, della Sforzesca e di Villanova, dotandola di una rendita annua di 7000 ducati, 28000 lire imperiali, così da permetterle: “di fare le spese assè et a tutta la corte sua di ogni cossa”. 

Nel tempo è stata messa in luce, anche,  la gara, senza esclusione di colpi, in termini di lusso, intercorsa tra Eleonora e Beatrice, madre e figlia, in occasione del viaggio a Venezia avvenuto nel 1493. Durante questa  occasione politica così importante la ricchezza e il lusso mostrati  dalle due dame  divennero simbolo del potere degli Stati  che esse rappresentavano e, dunque, tale ostentazione svolse una funzione istituzionale fondamentale.

La corte di Milano si trasformò in una vera e propria capitale dello sfarzo, della moda e dell’arte. Ludovico Sforza, detto il Moro, aveva richiamato grandi artisti,  come l’architetto e pittore Donato Bramante e, soprattutto,  Leonardo da Vinci, colui che mutò per sempre il corso della pittura milanese. 

Beatrice e la sorella Isabella d’Este inventarono acconciature e si resero promotrici di grandi innovazioni nella moda dell’ultimo Quattrocento, divenendo icone dello stile del tempo.

Lo sfarzo e la ricchezza della corte milanese vengono perfettamente esibiti nella Pala Sforzesca dipinta nel 1494 e oggi conservata presso la Pinacoteca di Brera.  

Sono qui rappresentati i quattro Dottori della Chiesa: Sant’Agostino, San Gerolamo, San Gregorio e Sant’Ambrogio, raffigurato nell’atto di presentare Ludovico il Moro, reggente per il nipote Gian Galeazzo, e la moglie Beatrice alla Vergine Maria che reca in braccio il Figlio benedicente. Accompagnano i due duchi inginocchiati i loro figli, Ercole Massimiliano e il piccolo Francesco II Sforza, ancora in fasce.

Il duca e la duchessa sono rappresentati come devoti in ginocchio e sono posti di profilo, seguendo una concezione arcaica del ritratto, derivata dalle monete romane e che lo stesso Leonardo aveva riproposto alla corte di Ludovico, con esempi di ritratti caratterizzati dai moti dell’anima. 

Quello che risalta subito nell’opera è il ricco abbigliamento ostentato da Beatrice d’Este e, certamente, influenzato dalla moda spagnola. La fanciulla è caratterizzata da una capigliatura liscia  con una riga, o scriminatura, nel mezzo così da creare due bande laterali che ricoprono le orecchie.

Questa era un moda tipica delle corti padane tra XV e XVI secolo, periodo nel quale Mantova, Ferrara e la stessa Milano raggiunsero il loro più grande splendore, simboleggiato alla perfezione dalla duchessa all’interno della Pala Sforzesca. Sulla fronte Beatrice porta una lenza anche chiamata ferronière; questo nome deriverebbe  dall’amante del re di Francia Francesco I che pare fosse figlia di un mercante di ferro. 

La fanciulla venne identificata nel ritratto di dama conservato al Louvre e dipinto da Leonardo, dal titolo La belle ferronière.

La critica ha identificato tale dama in Lucrezia Crivelli, una delle favorite di Ludovico il Moro. La nuca della duchessa, nella  Pala Sforzesca,  è adornata da una piccola cuffia con perle,  arricchita da un fermaglio impreziosito da un grande rubino e da uno zaffiro, circondati da tre splendide perle. Questo tipo di gioiello era  molto diffuso nel Rinascimento ed era particolarmente apprezzato dalla moglie dello Sforza.

La duchessa porta una lunga treccia ornata da un nastro bianco, secondo la moda spagnola; Beatrice usava portare i capelli in questo modo fin da bambina quando frequentava la corte napoletana del nonno Ferrante d’Aragona. 

Alla corte milanese questo tipo di acconciatura era denominato coazzone. Beatrice d’Este indossa una meravigliosa camora, con un busto rigido che avvolge la vita su cui è cucita una grande gonna, prolungata grazie ad uno strascico.

L’abito è provvisto di una sottogonna, la cosiddetta faldia, realizzata con un materiale rigido, su cui venivano cuciti dei cerchi di bambagia o di vimini; sia il busto che la faldia appartengono alla moda spagnola del tempo. 

La scollatura della camora, di forma quadrangolare ed appena accennata, è nota anche attraverso ritratti dell’epoca, e si diffuse in area padana, toscana, nelle signorie di Rimini e Bologna; essa è delicatamente velata da una gorgiera arricchita da un nastro al quale sono applicati gruppi di perle,  presenti anche sulla collana. La gorgiera aveva la funzione di limitare e valorizzare la scollatura.

Le maniche del sontuoso abito avevano lo stesso motivo e colore della veste anche se al tempo, spesso, esse erano realizzate con tessuti diversi dall’abito, persino più preziosi, e potevano essere staccate da esso. La veste di Beatrice presenta una listatura verticale con inserti di velluto dai diversi colori, azzurri, bruni e in prezioso filato dorato.

Questa scelta fu, probabilmente, adottata dalla duchessa per alleggerire la sua  figura dopo la nascita, nel 1493, di Ercole Massimiliano. Beatrice d’Este venne definita dai contemporanei “novarum vestium inventrix”  perchè amava ideare essa stessa gli abiti poi indossati e, dunque, potrebbe essere stata proprio  lei a disegnare questo sfarzoso indumento.

A quell’epoca venivano applicati dei tagli, detti finestrelle, lungo le maniche e lungo la linea dei gomiti per agevolare i movimenti; anche l’abito di Beatrice presenta queste aperture dalle quali è possibile scorgere i bianchi lini della camicia portata al di sotto, simbolo di grande ricchezza. 

L’elemento più bizzarro è, però, rappresentato da nastri rosati annodati a formare dei fiocchi, utilizzati come allacciatura alla spalla, o posti lungo il braccio, in corrispondenza delle finestrelle. Era questo un gusto del tutto milanese nell’adornare gli abiti di cui, con ogni probabilità, era stata ideatrice la stessa duchessa.