Con ogni probabilità, avevano la funzione di fissarle allo stipite di una porta, come attesterebbe la presenza su di essi di alcuni fori. Le preziose lamine tornarono alla luce sotto i delicati colpi di piccone di Oreste Brandolini, il decano degli scavatori specializzati di Pyrgi.
L’eccezionale ritrovamento fu effettuato durante la VII campagna di scavi guidata da Massimo Pallottino (1909 – 1995), fondatore della moderna Etruscologia, e da Giovanni Colonna (decano degli studi di etruscologia in Italia).
La scoperta avvenne in un’area appositamente creata nel III secolo a.C. nel recinto sacro C utilizzando materiale di spoglio del vicino Tempio denominato B. Le tre lamine, conservate entro una custodia e ripiegate su se stesse, erano incise con diverse iscrizioni, due in lingua etrusca e una in lingua fenicia.
Subito dopo il ritrovamento Massimo Pallottino consegnò le tre lamine al Soprintendente Mario Moretti che le affidò all’Istituto Centrale del Restauro; il 13 luglio 1964 i preziosi documenti vennero srotolati e all’interno furono trovati dei piccoli chiodi in bronzo che presentavano una capocchia in lamina d’oro.
Grazie a questi ultimi le lamine erano state affisse ad uno degli stipiti della porta del tempio.
Fu immediatamente chiaro che questi testi rappresentassero una testimonianza di enorme importanza per la comprensione della storia del Mediterraneo; secondo gli studiosi le lamine risalirebbero alla fine del VI secolo a.C. e sarebbero da considerarsi la più antica fonte storica diretta dell’Italia preromana.
La notizia del sorprendente rinvenimento si diffuse rapidamente tanto da apparire in un articolo del Messaggero, scritto da Sabatino Moscati e datato 20 luglio; a novembre dello stesso anno la relazione sulla scoperta venne pubblicata nella rivista Archeologia Classica, diretta a quel tempo da Pallottino che fu autore della pubblicazione con Licia Vlad Borrelli, Giovanni Garbini e Giovanni Colonna.
Attualmente le tre lamine sono custodite presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma; il loro stato conservativo è perfetto pur contando un’età di più di 2500 anni, grazie alla cura con cui vennero sepolte sotto terra, arrotolate su se stesse.
Pyrgi, come accennato prima, era uno dei porti dell’antica Cerveteri, sede della sua flotta navale; fra VI e IV secolo a.C. era considerato uno dei maggiori scali commerciali del bacino del Mediterraneo. Il ruolo da protagonista svolto da Caere, metropoli costiera degli Etruschi, nel controllo delle rotte sul Tirreno era testimoniato dalla presenza di diversi scali portuali disseminati lungo la costa. Tra questi, il più importante era, appunto, quello di Pyrgi, collegato alla città madre tramite una grande arteria, lunga 13 chilometri e larga 10 metri, simile a quella che conduceva da Atene al Pireo.
E’ nota soltanto la denominazione greca di questo luogo e cioè Pyrgoi (torri), e non quella etrusca. Questo appellativo è probabilmente legato all’etnico Tyrsenoi/Tyrrhenoi, con il quale i greci chiamavano gli Etruschi, gli ”abitatori di torri”, in quanto erano conosciuti come pirati in agguato sulle coste.
Pyrgi nel corso del VI secolo a.C. è un porto che annovera almeno due diversi bacini di attracco e un complesso sacro la cui collocazione non ha eguali monumentali in Etruria e nell’intero mondo antico.
Durante la prima metà del III secolo a.C., a seguito della romanizzazione del territorio, viene creata la colonia maritima che presenta dimensioni ridotte rispetto all’insediamento etrusco, cinta da possenti mura poligonali che sono visibili ancora oggi, inglobate nella struttura del Castello di Santa Severa.
Gli scavi evidenziarono l’esatta ubicazione del porto e del santuario che può essere considerato tra i più importanti d’Etruria. Gli antichi lo assegnarono alla dea Ilizia – Leucothea, e ne attribuirono le origini mitiche ai Pelasgi; le fonti ricordano che nel 384 a.C. il tiranno Dionigi I sarebbe partito da Siracusa alla volta del tempio per saccheggiare i tesori in esso contenuti con la scusa di voler combattere la pirateria degli Etruschi.
Questo luogo era sicuramente frequentato da varie etnie rappresentate da Greci, Etruschi e Fenici; testimonianza di questo fermento culturale è proprio la presenza delle tre lamine d’oro contraddistinte da iscrizioni bilingue in etrusco e fenicio. La campagna di scavi che interessò Pyrgi ebbe inizio il 28 maggio del 1957 presso la zona a meridione del Castello di Santa Severa, con il colpo di piccone affidato da Massimo Pallottino al senatore Raffaele Ciasca.
Il fatto avvenne nel campo arato dove, durante l’anno precedente, era stato rinvenuto un frammento di un altorilievo in terracotta che decorava il Tempio A.
Tutto questo fu realizzato grazie alla “Sapienza” Università di Roma che lavorò in stretta collaborazione con la Soprintendenza archeologica di competenza.
Tale grandiosa impresa rientrava nell’ambito dei “ Grandi Scavi” condotti dall’Ateneo romano che riportarono alla luce uno dei santuari più importanti del Mediterraneo, posto vicino alla grande città etrusca di Caere. Il complesso comprendeva due aree sacre distinte e separate da un fossato; le due aree si susseguivano lungo la costa con un’estensione di 12000 mq.
L’area sacra più monumentale prende vita a partire dalla metà del VI secolo a.C. ma, soltanto alla fine del VI secolo, prende avvio un ambizioso programma edilizio con il trasporto di enormi quantità di blocchi di tufo rosso, necessari ad edificare le fondazioni templari.
Le tre lamine d’oro rappresentano una testimonianza fondamentale; esse risultano in origine affisse sugli stipiti della porta del Tempio B, il più antico dei due edifici sacri rinvenuti.
Il Tempio denominato B, in effetti, venne costruito nel 510 a.C. mentre il Tempio A intorno al 460 a.C. I tre testi presenti sulle lamine (A e B etruschi e C fenicio, traduzione non letterale del testo etrusco più lungo) parlano della dedica dell’area sacra da parte di Thefarie Velianas, re tiranno di Caere e fautore della monumentalizzazione, e citano la divinità titolare Uni, accostata alla dea fenicia Astarte.
Le lamine contengono, dunque, preziose informazioni riguardo la fondazione del tempio più antico del santuario monumentale di Pyrgi, quello indicato negli studi come Tempio B e svelano l’identità di colui che deteneva il potere in città.
Il programma decorativo del Tempio B venne ricostruito grazie alla decorazione architettonica in terracotta dipinta.
Questo programma era focalizzato sulla mitologia di Eracle, l’eroe indomito che riuscì con la sua prestanza fisica a superare i limiti imposti all’uomo e, quindi, a conclusione delle sue imprese ottenne il privilegio di accedere all’Olimpo.
La sua apoteosi diviene il simbolo dell’investitura divina del potere di Thefarie Velianas, ottenuto con il favore della dea Astarte, così come è narrato nelle lamine.
Esse rappresentano, inoltre, un documento straordinario che rivela i rapporti intercorsi tra Etruschi e Cartaginesi e la posizione fondamentale di Caere che riesce a mantenere equilibrio politico e commerciale nel Mediterraneo; le iscrizioni riferiscono, poi, del ruolo di Pyrgi quale avamposto strategico.
Nello specifico nel testo fenicio si apprende che Thefariae Velianas, regnante su Caere, ha intitolato un sacello alla dea fenicia Astarte per ringraziarla dell’aiuto ricevuto nel divenire re di Caere.
Nel testo etrusco delle altre due lamine è evidenziato il compiacimento della dea Uni – Astarte per la dedica della statua del dio Hermes e per i preziosi doni fatti da Thefarie.
La storia degli studi riguardanti il testo delle lamine può essere fatta risalire all’anno del loro rinvenimento e viene riferita allo stesso Massimo Pallottino che redasse una prime edizione nel 1964. Egli mise in evidenza che questa scoperta fondamentale dava la possibilità, per la prima volta, di mettere a confronto l’etrusco e il fenicio.