I Misteri dell’Idolo di Shigir

L’ Idolo di Shigir può essere considerato la più antica scultura in legno nella storia dell’umanità, tra le prime forme d’arte dell’Eurasia

La gigantesca scultura, in origine alta oltre 5 metri e due volte più antica della piramide di Cheope (completata intorno al 2560 a.C.), fu rinvenuta il 24 gennaio del 1894 da cercatori d’oro a quattro metri di profondità, in una torbiera collocata a cento chilometri a nord di Ekaterinburg, versante orientale dei monti Urali.

Grazie alle proprietà  antimicrobiche della torbiera l’eccezionale manufatto venne  preservato dalla decomposizione; nel fango delle paludi degli Urali i minatori ripescarono frammenti dell’opera in legno che furono subito consegnati al Museo Storico di Ekaterinburg

Il professor Lobanof mise insieme le parti principali  così da ricostruire una scultura alta quasi 3 metri.

L’archeologo Vladimir Tolmacev, grazie all’utilizzo di frammenti mai presi in considerazione, propose che l’idolo potesse, originariamente, presentare un’altezza di 5,3 metri. Tali frammenti, nel corso del tempo, andarono  perduti e ne abbiamo memoria proprio attraverso i disegni realizzati da Tolmacev.

Nel 1997 le analisi al Carbonio 14 condotte da due scienziati russi assegnarono alla scultura un’età di 9500 anni. Si accese in seguito un forte dibattito rispetto a questa datazione che per molti studiosi risultava inattendibile.  

La presenza di granito nella zona interessata e gli incendi boschivi avrebbero potuto causare un’alterazione dei dati; secondo altri ricercatori i cacciatori – raccoglitori non sarebbero stati in grado di realizzare un manufatto di tali proporzioni.

Un nuovo studio, pubblicato nell’agosto 2015 sulla rivista Antiquity, pubblicazione della Cambridge University, ha retrodatato la statua di 2000 anni; essa, dunque, avrebbe circa 11.500 anni. 

La scoperta si deve a un gruppo di ricercatori del German Archaeological  Institute di Berlino e dell’Agency for Heritage della Bassa Sassonia che ha prelevato il prezioso reperto dallo Sverdlovsk Regional Museum in Russia, analizzandone con precisione dei frammenti (questi sono conservati all’interno di un contenitore di vetro colmo di gas inerte che gli garantisce condizioni di umidità e temperatura ottimali). 

Attraverso l’utilizzo di una nuova e rivoluzionaria tecnica, conosciuta come spettrometria di massa con rilevatore, messa in atto su sette piccoli campioni di legno, sono stati evidenziati nel dettaglio la quantità di isotopi di vari elementi presenti nelle minuscole porzioni analizzate. 

Tutto questo ha permesso di datare con maggiore precisione il manufatto, scolpito proprio all’inizio dell’Olocene, epoca che ebbe inizio con la fine dell’ultima glaciazione, caratterizzata dallo sviluppo dell’agricoltura e dalla nascita di società organizzate.

L’imponente scultura dalle sembianze umane venne realizzata utilizzando un unico tronco di larice caduto in Siberia alla fine dell’ultimo Periodo Glaciale, in un’era in cui erano ancora presenti i mammut. 

Il corpo del manufatto si presenta lungo e sottile, levigato con cura attraverso l’uso di strumenti in pietra. L’idolo è dotato di una testa, che costituisce la faccia principale,  con la bocca aperta a formare una “O”, un grande naso e gli occhi che si presentano come due fessure. 

La zona del corpo, piatta e di forma rettangolare, è ricoperta, sia nella parte anteriore che in quella posteriore, da volti e mani umane (si intravedono nasi pronunciati e occhi dalle orbite profonde) tutto questo accompagnato da diversi motivi geometrici, come rombi e linee a zig zag. Fu Tolmacev per primo ad individuare sul corpo cinque volti, tre posizionati nella parte anteriore e due in quella posteriore.

L’archeologo annotò accuratamente queste figure nei suoi disegni; a causa della scomparsa di una parte dell’idolo alcune di queste  andarono, purtroppo, perdute. 

Svetlana Savcenko nel 2003 riuscì a scoprire un sesto volto localizzato  nella parte posteriore e, infine, nel corso delle analisi svolte nel 2015 è stato individuato un settimo volto, non immediatamente visibile ma scoperto grazie all’utilizzo del microscopio.

Per ciò che concerne la collocazione originaria dell’Idolo di Shigir alcuni sostengono che possieda le sembianze di un totem e che, dunque, potesse trovarsi inserito nel terreno; al contrario, gli studiosi hanno ipotizzato che esso fosse semplicemente posto contro un albero o contro una parete di roccia, vicino a dell’acqua. 

Il dottor Mikhail Zhilin, studioso del dipartimento di Archeologia dell’Accademia Russa delle Scienze, ritiene che la statua si trovasse poggiata su di un piedistallo, forse in pietra, dato che la parte inferiore si presentava schiacciata a causa di una forte pressione.

Il dendrologo  (colui che studia da un punto di vista botanico alberi e arbusti e ne permette la datazione nell’ambito delle scienze umane) Karl – Uwe Heussner propose una teoria affascinante: secondo il suo parere l’idolo rimase in piedi accanto al grande lago preistorico Shigir per oltre venti anni. 

In  seguito iniziò a formarsi una crepa che portò, nel tempo, alla caduta di frammenti in acqua; essi rimasero a galleggiare per circa un anno e poi sprofondarono sul fondo. Ebbe inizio, a questo punto, la formazione di torba intorno all’idolo.

Cosa rappresentino i segni scolpiti sulla grande scultura lignea rimane ancora oggi un mistero. Nel 2015, in occasione di una conferenza tenutasi a Yekaterinburg  sono stati messi a confronto i simboli dell’Idolo di Shigir con quelli rinvenuti a Gobekli Tepe, sito archeologico localizzato a 2500 chilometri di distanza,  in Turchia.  

In questo luogo  cacciatori – raccoglitori si sarebbero riuniti per celebrare riti, scolpendo figure di animali stilizzati su pilastri in pietra di notevole altezza.

Altri studiosi si sono cimentati nell’interpretare questo particolare simbolismo a partire da Thomas Terberger dell’Ufficio Regionale per la Tutela dei Beni Culturali della Bassa Sassonia che ha intravisto un più stringente parallelismo con i totem realizzati nel nord – ovest del Pacifico, destinati a rendere omaggio agli dei e agli antenati.

Mikhail Zhilin  ha dichiarato che l’idolo potrebbe essere la personificazione di spiriti o di demoni della foresta locale e che potrebbe contenere informazioni criptate, rivolte ad un osservatore edotto. 

Peter Vang Peterson, archeologo del Museo Nazionale di Danimarca ritiene che le incisioni realizzate a zig zag costituirebbero una sorta di confine con uno spazio ritenuto pericoloso.

L’archeologa Svetlana Savchenko ha ipotizzato che le linee orizzontali possano simboleggiare il confine tra terra e cielo, o fra il mondo terreno e quello ultraterreno; le linee a zig zag potrebbero fare riferimento all’elemento dell’acqua oppure essere collegate alla figure del serpente. 

Le forme geometriche rappresentate dai rombi, dai quadrati, da elementi circolari o cruciformi sarebbero da accostarsi alla simbologia legata all’elemento del fuoco o al sole.

Le sette facce troverebbero una spiegazione connessa alla sfera sacrale; non dobbiamo dimenticare che il sette era il numero magico della cultura babilonese che lo associava alle stelle così come avvenne nella Kabala ebraica. Il sette incarnava, nel culto greco di Apollo, una importanza rilevante e per i Pitagorici era il numero che scandiva il ritmo della vita umana.

All’interno della palude degli Urali furono rinvenute più di 3000 armi da caccia, attrezzi utilizzati per la pesca oltre a utensili in osso e corno, attualmente custoditi al Museo di Ekaterinburg, vicino all’idolo. 

Quest’ultimo è un reperto di eccezionale rilevanza in quanto rappresenta uno dei pochi oggetti d’arte prodotti alla fine del Paleolitico superiore europeo. 

Tale  periodo preistorico è stato, da sempre, avvolto da un alone di grande mistero soprattutto dopo gli ultimi splendori del Magdaleniano (fine del Paleolitico superiore, deriva il suo nome dal sito archeologico di La Madeleine in Francia) caratterizzato dalla produzione delle splendide pitture rupestri ibero – francesi (Lascaux, Altamira) e dalle incisioni di Gonnersdorf, superlativo insieme di raffigurazioni femminili stilizzate e di animali prodotte su lastre d’ardesia e scoperte in Germania.

 

We use cookies

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.