La Mummificazione: requisito per l’immortalità

La mummificazione, pratica messa in atto dagli antichi Egizi con il fine di evitare la decomposizione del corpo dopo la morte, era parte essenziale di un complesso e affascinante rituale funerario.

Per questo popolo l’uomo era costituito da cinque componenti essenziali: corpo, ka, ba, ombra e nome. Quando si moriva questi elementi si disgregavano e, affinché il defunto potesse rivivere nell’Aldilà, bisognava che tornassero a unirsi grazie ai rituali funebri.

Attraverso la mummificazione il corpo veniva conservato in modo da fornire al suo ba, cioè all’insieme di caratteristiche che non appartengono alla fisicità ma che identificano un uomo quale individuo, un involucro dal quale distaccarsi per poi tornare, dopo aver girovagato nel mondo dei vivi. 

Le mummie egizie non sono le più antiche nella storia dell’umanità in quanto questo è un primato che appartiene alle mummie della cultura Chinchorro, del deserto di Atacama in Cile, riferibili al 7000 a.C.

I primi tentativi di mummificazione realizzati dagli Egizi risalgono al 4000 a.C., nel pieno periodo Predinastico; tutto avvenne nel giacimento di Hierakompolis, uno dei più importanti centri politici dell’epoca e luogo fortemente coinvolto nella trasformazione dell’Egitto nel primo Stato centralizzato  al mondo. 

Questi primi esempi di conservazione del corpo seguivano una particolare procedura: panni di lino venivano imbevuti di resina e poi posti in parti specifiche della salma che, successivamente, era coperta con bende e avvolta interamente in una stuoia. 

Un esempio di tale metodo venne rinvenuto in una mummia denominata “Puddy” (tomba B85) da coloro che la scoprirono; essa esibiva questa sorta di proto -  mummificazione negli avambracci, nelle mani, alla base del cranio, nella fronte, nel collo e nella mascella. 

Al contrario il viso, con occhi, naso e bocca,  risultava senza riempimento,  ricoperto soltanto da poche stuoie. Inizialmente si credeva che questa tecnica si fosse diffusa al fine di conservare i corpi che poi trovavano sepoltura all’interno di bare, diversamente da quanto accadeva quando si inumavano nella sabbia del deserto che permetteva alla mummificazione di avvenire in modo naturale.

Attraverso gli ultimi studi gli scienziati hanno compreso che la pratica di mummificare i corpi si introdusse in Egitto per motivi ideologici, il cui vero significato non è stato ancora chiarito. In epoca tinita (periodo Protodinastico, 3150 a.C. – 2700 a.C.) i faraoni della I e della II dinastia venivano imbalsamati, come testimonia il braccio ritrovato nella tomba di Djer. 

Durante questo periodo e successivamente nell’Antico Regno (2700 a.C. – 2200 a.C.) il modo in cui venivano conservati i cadaveri era differente da quanto sarebbe accaduto in seguito; il corpo subiva un processo di essiccazione tramite natron ma non veniva eviscerato, divenendo una sorta di statua del defunto.

Il corpo veniva modellato con estrema precisione grazie all’utilizzo di bende, applicate insieme a della resina e poi premute con forza per farle aderire. 

In alcuni casi al posto della resina era impiegato  il gesso che conferiva al corpo delle sembianze ancora più statuarie;  tale effetto veniva accentuato dalla pittura, applicata su alcuni particolari anatomici. 

I capelli venivano colorati di nero, le sopracciglia e gli occhi di verde,  la bocca di rosso;  le mummie maschili erano adornate con baffi e barba. 

Con tale modo di operare si conservavano soltanto le ossa in quanto il corpo si decomponeva; questo fu il probabile motivo per cui, ad un certo punto, si iniziò ad eviscerare i cadaveri.  

La prima a sperimentare tale tecnica fu la regina Hetepheres, madre di Cheope,  nella cui tomba a Giza fanno per la prima volta la loro comparsa i vasi canopi.  

Il loro nome deriva da un errore di interpretazione messo in atto dagli egittologi del XIX secolo: Canopo era il timoniere di Menelao, il re di Sparta sposato con Elena, sedotta da Paride e motivo della guerra di Troia.

Canopo cominciò ad essere adorato nel Delta nelle vesti di una brocca e per questo motivo i primi egittologi cominciarono a pensare che i quattro vasi che spesso rinvenivano all’interno delle sepolture fossero la rappresentazione di questa figura mitologica. 

All’inizio i vasi canopi si trovavano entro casse scavate nel calcare, oppure erano conservati in cavità quadrate contenute nei pavimenti e nelle pareti delle tombe, e presentavano un coperchio piatto. 

Questo tipo di copertura, nel Primo Periodo Intermedio  (2160 a.C. – 2055 a.C.),  venne sostituita da raffigurazioni di teste umane fino al Medio Regno (2055 a.C. – 1790 a.C.), momento nel quale i coperchi iniziarono a rappresentare il viso di uno dei quattro figli di Horus.

Ogni organo divenne la personificazione di una specifica divinità che aveva come protettrice una dea; gli intestini erano identificati  con Quebhsenuf che presentava una testa di falco e si trovava sotto la protezione di Serket, lo stomaco divenne il simbolo di Duamutef con la testa di sciacallo e la protezione della dea Neith. 

Il fegato si identificò con Imset dalla testa umana e sotto la protezione della dea Iside e i polmoni con Hapi, dalla testa di babbuino e come protettrice la dea Nefthi.

Nel Medio Regno non era mai comparso un sistema di mummificazione vero e proprio; si utilizzava il metodo di essiccazione con natron insieme ad altre tecniche.  

Con il trascorrere del tempo furono introdotti diversi miglioramenti nell’eviscerare i corpi. Due regine di Amenemhat III (XII dinastia), seppellite nella sua piramide a Dahshur, furono le prime a cui venne estratto il cervello dal naso attraverso la rottura dell’etmoide (osso del cranio situato tra la cavità nasale e l’orbita). 

Queste tecniche erano riservate, essenzialmente, ai membri della famiglia reale; le persone che non potevano permettersi  tali trattamenti continuavano ad essere sepolte nella sabbia che seccava i corpi in maniera naturale, grazie al completo assorbimento dei fluidi della decomposizione.

Il processo della mummificazione rimase identico e senza variazioni per molti secoli;  sino al Medio Regno non vennero acquisite le tecniche definitive, il cui frutto sono le mummie che conosciamo oggi. 

Il lavoro che portava a ottenere la mummificazione, intesa in senso “classico”, era lungo e meticoloso. Bisognava intervenire immediatamente dopo la morte, in modo che il corpo, visto anche il clima torrido, non si decomponesse; il defunto, se si trattava di un re, veniva portato in una struttura denominata “cabina divina”, mentre, quando si trattava di un cittadino comune, all’interno di una “tenda di purificazione”. 

Qui il corpo era spogliato e lavato, dunque preparato a subire l’opera degli imbalsamatori.

Il luogo dove si svolgeva l’imbalsamazione era chiamato wabt wat, ovvero “luogo puro”, “luogo bello”. 

La salma veniva posta su un tavolo dove aveva inizio il lavoro cruento dell’imbalsamatore il quale rompeva l’osso etmoide e introduceva un gancio per l’estrazione del cervello; girava poi la testa per far fuoriuscire dal cranio i liquidi. 

Il corpo veniva successivamente svuotato dei suoi organi interni praticando un’incisione diagonale sul lato sinistro dell’addome, parallela all’anca. 

Intestino, stomaco e fegato erano i primi ad essere estratti; si tagliava poi il diaframma tramite un coltello per asportare entrambi i polmoni. Soltanto il cuore veniva lasciato al suo posto, in quanto si riteneva che fosse la sede delle emozioni e dell’intelligenza.

La cavità interna del corpo veniva resa asettica mediante pulizia con acqua e vino di palma; si procedeva quindi a trattare gli organi interni come fossero piccole mummie. 

Venivano essiccati con l’utilizzo del natron, poi bendati e collocati all’interno dei vasi canopi. Il natron è un sale naturale, composto da carbonato di sodio, bicarbonato di sodio e cloruro di sodio (il sale da tavola);  il nome deriva dal luogo in cui si trova in Egitto e cioè nel Wadi El – Natrun, vicino al Cairo. A partire dalla XX dinastia (1185 a.C. – 1078 a.C.) gli organi interni, una volta mummificati, erano risistemati all’interno del corpo e non nei vasi canopi.

La salma veniva poi fatta disidratare tramite l’utilizzo di mirra, resina e piccoli pacchi di natron e lino.  

La fase successiva consisteva nell’ immergere il corpo nel natron e nel farlo riposare, in quella posizione, per quaranta giorni;  per eseguire tale manovra bisognava avere a disposizione 300 chili di natron. 

Dopo questo periodo si passava a verificare che il corpo fosse completamente disidratato e asciutto e si eliminava il riempimento interno che si seppelliva vicino la tomba. 

Il corpo, in quelle condizioni, aveva perso circa la metà del suo peso e, dunque, era necessario restituirgli un aspetto il più naturale possibile.

Internamente non erano più presenti gli organi, depositati, come detto, nei vasi canopi; si procedeva così a inserire sacchetti di sabbia, natron e cipolle; il lungo taglio che era stato praticato prima doveva essere richiuso e questo accadeva attraverso la resina e, anche, una lamina d’oro. 

A questo punto era quasi realizzata la mummia definitiva alla quale venivano chiusi gli orifizi della testa e, sugli occhi, era posto un panno con occhi disegnati. Si procedeva poi con l’abbellire il corpo: si donava volume ai capelli tramite l’applicazione di nuove ciocche, si definivano le sopracciglia disegnando una linea nera e si utilizzava l’hennè per dipingere le unghie. I genitali maschili avevano una cura particolare perché  si credeva che la potenza sessuale dell’uomo giocasse un ruolo fondamentale nella rinascita.

Per questo motivo i genitali  potevano essere bendati per tramutarli  in ex – voto  fallico o incollati alla coscia, in modo da renderli meno visibili ad eventuali ladri. 

La pelle della mummia veniva, quindi, cosparsa con oli aromatici per renderne l’aspetto più gradevole; successivamente il corpo veniva reso impermeabile con della resina liquida che, seccandosi, produceva uno strato molto protettivo. 

L’ultima fase consisteva nel bendaggio del cadavere attraverso l’utilizzo di bende tra i 4 e i 6 cm. che erano applicate dalla testa a scendere sull’intero corpo. Nel Nuovo Regno (1550 a.C. – 1069 a.C.) sia uomini che donne tenevano le braccia disposte lungo i fianchi e le mani incrociate all’altezza dei genitali, a differenza dei re che le avevano sempre incrociate sul petto.

Il corpo era di solito coperto da un sudario decorato da strisce orizzontali; a partire dal Nuovo Regno questa stoffa e le bende potevano presentare iscrizioni tratte dal Libro dei morti. 

Gli imbalsamatori, dopo aver bendato il corpo, lasciavano diversi amuleti; il più importante era lo scarabeo del cuore che recava un’iscrizione, con il compito di impedire, davanti al giudizio di Osiride, che questo organo mettesse in cattiva luce il defunto, non permettendogli di raggiungere l’Aldilà. 

Dopo la mummificazione il corpo, per ottenere la vita eterna, veniva collocato all’interno di una bara, solitamente realizzata in legno, che a sua volta era posta in un sarcofago in pietra. 

Le prime bare presentavano una forma rettangolare e antropomorfa; questo accadde fino al Medio Regno. Il colore del viso degli uomini, nelle bare, era rosso mentre quello delle donne era giallo; capitava che il defunto fosse sepolto con il proprio animale domestico, anch’esso imbalsamato e posto ai suoi piedi.

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