L’incontro si è svolto alla presenza di grandi autorità, tra le quali il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, il Sostituto Procuratore presso il tribunale di Perugia dottoressa Annamaria Greco, il Comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale Generale di Divisione Francesco Gargaro, il Capo del Dipartimento per la Tutela del Patrimonio Culturale del Ministero della Cultura dott. Luigi La Rocca e il Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Perugia dott. Raffaele Cantone.
Tutto è partito nel mese di aprile 2024, quando viene segnalata dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, la presenza di uno scavo abusivo nel territorio compreso tra Chiusi e Città della Pieve, zona dell’Umbria che rappresenta uno degli stanziamenti più importanti della cultura etrusca.
Il Comando TPC nasce nel 1969, prima della Convenzione UNESCO, con l’importante compito di contenere la dispersione e il commercio illegale dei beni culturali. Per citare alcuni numeri basti ricordare i 3 milioni di opere recuperate in 55 anni di attività: oltre 1 milione di beni archeologici, 1 milione e 370 mila tra opera false o contraffatte, 1 milione e 700 mila tra beni librari e archivistici e oltre 170 mila oggetti d’arte.
Solo nell’anno 2023 il Comando TPC ha recuperato oltre 105 mila beni artistici per un valore di 264 milioni di euro. Per quanto riguarda il campo dell’archeologia nell’ultimo anno sono stati recuperati 750 reperti rimpatriati da Londra, e oltre 60 reperti, del valore stimato di 20 milioni di dollari, rimpatriati dagli Stati Uniti.
Il merito va alla competenza dell’Arma, all’uso delle nuove tecnologie e alla preziosa banca dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti che ci restituisce il più grande archivio al mondo di beni d’arte rubati. All’interno sono custodite informazioni su oltre 7 milioni di beni censiti, di cui oltre 1 milione e 370 mila ancora da recuperare.
L’indagine, molto complessa sotto diversi aspetti, prende il suo avvio da una serie di fotografie che circolavano sul web, ritraenti numerose urne cinerarie di età etrusca, pronte per essere vendute sul mercato clandestino.
Accertamenti più approfonditi sono stati portati avanti anche grazie al coinvolgimento di esperti di archeologia, che hanno dato un chiaro riscontro alla fondatezza del materiale circolante; per questo sono stati coinvolti sia un docente dell’Università di Tor Vergata, sia la Soprintendenza dell’Umbria.
L’attenzione si è concentrata su un fatto accaduto nel 2015 a Città della Pieve, dove un contadino, mentre era intento ad arare un terreno di sua proprietà, aveva trovato un ipogeo etrusco.
In quel caso il coltivatore aveva immediatamente messo a disposizione delle autorità i reperti. Il ritrovamento consisteva in 4 urne cinerarie e 2 sarcofagi riferibili alla gens Pulfna, importante famiglia del territorio, il cui nome era stranamente presente su alcune delle urne raffigurate nelle fotografie di cui parlavamo prima. La particolarità consisteva nel fatto che l’ipogeo rinvenuto nel 2015 era caratterizzato da sole sepolture maschili, al contrario delle immagini giunte agli investigatori che raffiguravano principesse etrusche.
I militari del TPC, grazie all’ausilio di intercettazioni telefoniche autorizzate preventivamente dal GP, supportate anche da servizi di pedinamento e di osservazione, con l’utilizzo di un drone in dotazione al Nucleo Elicotteri Carabinieri di Pratica di Mare, sono riusciti nell’intento di sequestrare 8 urne litiche etrusche, 2 sarcofagi e il relativo corredo funebre di età ellenistica, risalenti al III secolo a.C.
Tutte questo prezioso materiale, il cui valore si aggira intorno ad una cifra di 8 milioni di euro e che attualmente è sottoposto ad un attento lavoro di restauro, si trovava in terreni adiacenti a quello che apparteneva al contadino interessato nella vicenda del 2015.
Queste aree erano proprietà di un imprenditore locale, titolare di un’impresa edile in grado di occuparsi di grandi movimentazioni del terreno. I soggetti coinvolti sono due, uno dei quali ha avuto persino avuto l’ardire di farsi fotografare con alcuni reperti alle spalle, pubblicando l’immagine sul suo profilo Facebook.
A seguito di un decreto di perquisizione sono state scoperte le 8 urne trafugate da una tomba gentilizia di epoca ellenistica; identiche a quelle presenti nelle fotografie sopra citate, erano conservate, vista la loro grande mole, all’interno di depositi.
Il 14 ottobre è avvenuta la definitiva fase di recupero di tali preziosissimi reperti, destinati, con tutta probabilità, al mercato estero sia per il loro elevato valore, sia per la difficoltà di commercializzazione. Ad oggi i reati ascritti ai due imputati sono furto e ricettazione, con il rischio di una condanna a 10 anni di reclusione.
Durante la conferenza stampa è stato evidenziato come dal 2022 in Italia sia stata introdotta una norma che riconosce identità penale ai reati contro il patrimonio culturale, con l’inserimento di diversi articoli all’interno del codice penale. La piaga dello scavo clandestino, che colpisce la storia e la ricchezza culturale di una nazione, è il primo tassello attraverso il quale si muovono i vari sistemi criminali; successivamente avviene lo sviluppo nel mercato clandestino dell’arte che può avere risvolti sia nazionali che internazionali.
Grazie al recupero di questi beni di inestimabile valore culturale, si è ottenuta la possibilità di reperire una grande mole di informazioni scientifiche ricavabili attraverso un attento studio che è stato da poco avviato. I materiali provengono da una tomba, andata distrutta, costituita da due piccole camere ipogee; una delle due camere conteneva due sarcofagi.
Di uno si è recuperata solo la lastra di copertura, mentre l’altro conteneva uno scheletro il quale, dalle prime analisi, è riferibile ad una donna sui 40 – 45 anni che aveva avuto, probabilmente, dei parti.
Sul coperchio della cassa è inciso il nome della defunta che corrisponde a VELIA PUFNASA, in riferimento alla famiglia dei PUFNA. All’interno della prima camera erano presenti due urne (in totale sono 8), riferibili a personaggi femminili e costituite da una cista d’alabastro e da un coperchio.
Le 2 urne rinvenute nella prima camera, da un punto di vista artistico, risultano essere quelle maggiormente rappresentative; una delle urne reca la scena mitica dell’Uccisione del cinghiale Calidonio da parte di Meleagro e Atalanta. Entrambe presentano uno straordinario stato di conservazione, particolarmente evidente nelle figure femminili che recano ancora traccia delle pitture originali, con i monili realizzati in foglia d’oro.
Tutti questi elementi fanno riferimento ad una bottega chiusina operante tra il 240 e il 220 a.C., dunque nella seconda metà del III secolo. L’altra urna reca la figura di recumbente con le stesse caratteristiche tecniche della precedente; la scena rappresentata sulla cassa è la Decapitazione di Troilo tratta dal mito omerico dell’agguato di Achille a Troilo.
Troilo era uno dei figli di Priamo, ucciso con la complicità di Aiace, decapitato dopo essere stato disarcionato da cavallo. In questa stessa zona, accostato al sarcofago con lo scheletro e alle due urne, è stato trovato un corredo vascolare e fittile in bronzo.
Si tratte di fiasche decorate e di specchi, puliti, attualmente, in modo ancora superficiale in quanto il restauro del bronzo prevede l’utilizzo di tecniche molto delicate. Risaltano quattro specchi facenti parte del corredo della defunta; uno degli specchi, quello meglio conservato, reca l’immagine della Lupa che allatta un solo bambino alla presenza di divinità.
Tra queste vi sono Minerva e Eracle insieme ad altre figure di accompagnamento; il pensiero corre subito al mito della fondazione di Roma ma è necessario chiarire tale aspetto attraverso una pulitura più approfondita.
Vi sono, infatti, altre scene legate alla presenza di bambini introdotti da Eracle alle divinità, sempre con allattamento. Lo specchio, inoltre, risale alla fine del IV secolo ed è un oggetto di famiglia, tesaurizzato, inserito poi nel corredo.
In una seconda camera sono state rinvenute altre urne funerarie, con la presenza, questa volta, di defunti maschili; la decorazione è molto semplice, costituita da una gorgone, simbolo, in ogni periodo storico, del mondo degli inferi. Appare un’iscrizione che recita: TORNABEL PULFNA, un nome maschile, membro della stessa famiglia, ma non deve stupirci in quanto siamo di fronte ad una tomba gentilizia di tipo familiare.
La figura è arricchita da una patera ombelicata e da una collana, con dei monili di materiali non conosciuti; accanto due sfingi, anche questo chiaro riferimento al mondo degli inferi. Sono poi presenti due urne in alabastro molto deteriorate, forse perché collocate in una zona della tomba sottoposta a percolamento di acqua e quindi a forte umidità.
Nell’urna che reca ancora traccia della decorazione a rilievo è riprodotto il mito dell’Agguato di Achille a Troilo, scena più cruenta della precedente. Un’altra urna è decorata da una scena di battaglia che ha per protagonista una figura maschile che combatte, con un aratro, un gruppo di armati; il riferimento è al personaggio di Echetlo, eroe della battaglia di Maratona. In questa scena vi è un probabile rimando alla superiorità della vita agricola.
L’ultima urna, molto piccola, è stata rinvenuta secondo quanto raccontato dallo scavatore clandestino, entro una nicchia; è qui rappresentato lo scontro tra Etecleo e Polinice, mito tebano narrato da Eschilo. Il recupero del contesto funerario etrusco di Città della Pieve è una tangibile testimonianza del valore che il patrimonio archeologico riveste per tutto il territorio italiano. I preziosi reperti offrono la grande opportunità di immergersi nello straordinario mondo etrusco e sono testimoni di un fondamentale frammento della complessa stratificazione delle società che nel corso dei millenni hanno animato la storia del nostro Paese, contribuendo a formare la nostra identità nazionale.