La decorazione, che non fu portata a termine dai due artisti, venne completata da Filippo Lippi nella seconda metà del secolo.
La Cappella risultava appartenere ai Brancacci dal 1386; Felice Brancacci era un ricco mercante di sete, genero di Palla Strozzi, che, nel corso della sua vita, aveva ricoperto importanti cariche. Nel 1421 era stato insignito del titolo di console del mare, tra il 1422 e il 1423 era divenuto ambasciatore fiorentino al Cairo presso il sultano d’Egitto e, agli inizi del 1426, commissario presso le truppe che assediavano Brescia nella guerra contro Milano. E’ lui che commissionò il ciclo ad affresco nella Cappella al Carmine di Firenze a Tommaso di Cristoforo Fini, detto Masolino, e a Tommaso Cassai che fu soprannominato Masaccio.
La vocazione artistica dei due pittori fu assolutamente dissonante; Masolino maturò la sua educazione alle arti agli inizi del Quattrocento accanto a Lorenzo Ghiberti e agli artisti gotici presenti a quel tempo a Firenze. Rimase estraneo e lontano dalla rivoluzionaria maniera del giovane Masaccio: le sue figure sono sempre rivestite da un’arcadica serenità, da una grazia, da una vocazione cortese estremamente distanti dall’umanità reale e cruda espressa nei personaggi di Masaccio.
Masolino si iscrisse al registro dell’arte nel 1423, quando ormai aveva raggiunto i quaranta anni e la sua attività è nota solo grazie alle opere della maturità, come la Madonna col Bambino datata 1423 in cui le forme tardo gotiche vengono abbandonate in favore di figure più corpose che, con ogni probabilità, fanno sottendere a rapporti con Masaccio. La brevissima carriera artistica di Masaccio, per la sua portata rivoluzionaria, è paragonabile solo a quella di pochi altri pittori, quali Giotto, prima di lui, e Raffaello, Caravaggio e Picasso dopo di lui; ciò che li accomuna è aver inciso così profondamente il corso della storia dell’arte occidentale, divenendo una sorta di spartiacque tra diverse fasi storiche.
Il vero nome di Masaccio, nato a San Giovanni Valdarno il 21 dicembre 1401, era Tommaso di ser Giovanni Cassai; l’appellativo, secondo Vasari, gli venne attribuito “non perché è fusse vizioso, essendo egli la bontà naturale, ma per la tanta straccurataggine… fu persona astrattissima et molto a caso: come quello che avendo fisso tutto l’animo et la volontà alle cose dell’arte sola, si curava poco di sé, et manco d’altrui”.
Tommaso all’età di cinque anni rimane orfano del padre ed è costretto ad assistere alle seconde nozze della madre con un anziano speziale del paese; la sua infanzia trascorre in maniera poco felice, fatta di ombre e carenze. Inizia a studiare pittura nelle botteghe, impastando i colori, spezzando le terre e raschiando tavole; la madre, rimasta nuovamente vedova, decide di trasferirsi a Firenze con i figli, forse per placare l’irrequietezza di Tommaso, ormai divenuto Masaccio.
A vent’anni l’artista è a Firenze e dopo due anni inizia a lavorare con Masolino, suo conterraneo. La sua ascesa è davvero prodigiosa e si consuma in un lustro: nell’autunno del 1428, partito per Roma, Masaccio trova la morte ad appena ventisette anni, in modo misterioso, quasi che la città lo abbia inghiottito. La notizia che corre a Firenze è “Dicesi morto a Roma per veleno”.
Il critico Libero de Libero scrive: “Fu proprio Masaccio, il più giovane di tutti i pittori che siano stati giovani prima, durante e dopo di lui, in pochi anni di gioventù a compiere il miracolo di risvegliare la pittura e di rianimarla con un’urgenza di vita, finalmente reale e terrena, che mai aveva avuto prima di allora”.
Con Masaccio la storia della pittura prende un nuovo corso; l’uomo viene indagato come individuo reale, provvisto di passioni e sentimenti terreni e dotato di un corpo solido, perfettamente costruito sulla scia degli antichi e dello studio dal vivo. Intorno alla figura umana vi è un’ambientazione realizzata grazie alle regole della rappresentazione prospettica dello spazio, ideata da Brunelleschi.
Il giovane Masaccio inizia a collaborare con Masolino nel 1424, ma il loro rapporto non è tanto quello di scolaro e maestro ma, piuttosto, di due pittori maturi anche se con età molto differenti, che non sono accomunati dagli stessi intenti. Masaccio, in effetti, ben presto riesce a convertire il suo compagno di lavoro, malgrado quest’ultimo sia più esperto e famoso; cogliamo pienamente le differenti concezioni artistiche dei due pittori già nella prima opera nota, frutto di una loro collaborazione, e cioè Sant’Anna con la Madonna, Il Bambino e angeli datata 1424 e oggi agli Uffizi.
Sant’Anna, la figura principale del dipinto, è eseguita da Masolino insieme ad alcuni angeli, mentre a Masaccio è riservata la Vergine che diviene, in maniera sorprendente, il fulcro dell’intera composizione.
La Sant’Anna di Masolino, anche se cerca di trovare posto nello spazio, risulta appiattita e si trasforma quasi in un elemento decorativo, una cornice della figura dipinta da Masaccio. La Vergine, immersa nella luce, è solida come mai era stata prima di allora; non ha un volto grazioso, è ferma e consapevole del suo ruolo tanto che le sue mani stringono con decisione una gamba del Bambino, dalle forme erculee e plastiche. Questo dipinto rappresenta pienamente, e in modo drammatico, la giustapposizione di due stili completamente differenti, divenendo lo spartiacque tra Medioevo e Rinascimento.
Ora giungiamo al tema di questo articolo, la Cappella della Chiesa del Carmine, a Firenze, i cui affreschi furono realizzati da Masolino e Masaccio; nei riquadri eseguiti da Masaccio vi è una piena celebrazione della grandezza e della dignità umana, unite alla consapevolezza della fragilità della condizione terrena. Propria questa fragilità trova piena espressione nella Cacciata dei progenitori dal Paradiso terrestre in cui Adamo è ritratto piangente mentre porta le mani sul volto ed Eva, disperata, cerca di coprire il proprio corpo, divenuto impudico. Un angelo, con gesto imperioso, li spinge verso un mondo crudele.
Una differenza incolmabile separa l’opera di Masaccio con Il Peccato originale dipinto da Masolino sulla parete opposta, all’entrata della Cappella; i due affreschi sono coevi e rappresentano in modo esemplare il passaggio dalla cultura gotica a quella rinascimentale. Masolino dà vita ad una rappresentazione idealizzata, con figure dai corpi allungati, eleganti ma in maniera astratta, prive di espressione e reale comunicazione tra di loro, eredità dello stile prediletto nelle corti del XIV secolo;
Masaccio, invece, compie una rivoluzione realizzando corpi plastici, sottolineati dalla luce e dall’ombra, una sorta di statue dipinte animate da una forte drammaticità, che apre le porte alla scoperta del mondo e dell’uomo avviata durante il XV secolo.
Masolino cerca, in ogni modo, di adeguarsi alle novità introdotte dal talentuoso allievo, senza però riuscire nell’ardua impresa; questo tentativo avviene, ad esempio, nel riquadro con la Resurrezione di Tabita e del Risanamento dello storpio. Masolino prova qui a costruire, attraverso l’uso della prospettiva, un quadro rinascimentale senza riuscirvi in quanto manca un’unità strutturale delle due scene che appaiono divise, irrimediabilmente, in due episodi staccati.
Il tutto è reso ancora più inverosimile dall’inserimento di due uomini abbigliati secondo la moda del tempo che passeggiano in diagonale, ritratti mentre stanno, amabilmente, discutendo tra di loro. Il grande critico Roberto Longhi, li definisce in questo modo: “due indicibili giovanottini stoffati e in mazzocchio, da parer sagome per il sarto di moda a Firenze nella stagione 1424 – 1425”. L’intera composizione viene salvata dal fondo dipinto da Masaccio in cui si intravede una grande piazza cittadina, inondata dal sole e attraversata da fiorentini a passeggio.
Anche lo sdoppiamento delle figura di Pietro, dipinto da Masolino all’interno della stessa scena, contribuisce a rendere la lettura dell’immagine meno credibile, ancor più per l’assenza di una salda struttura compositiva che riesca a saldare le diverse parti. Sulla parete di fronte Masaccio realizza lo splendido Tributo, composizione inusuale e poco rappresentata, con ogni probabilità da riferirsi a vicissitudini della vita del committente; fonte d’ispirazione è un affresco di Pietro Cavallini che il pittore ha modo di osservare, poco tempo prima, a Roma.
Nella scena San Pietro appare tre volte: nell’atto di indicare lo specchio d’acqua con il dito; inginocchiato, all’estrema sinistra, a prendere la moneta dalla bocca del pesce ed, infine, a destra intento a consegnare la moneta al gabelliere. Lo stesso gabelliere è presente due volte: al centro, ritratto di spalle, e a destra mentre riceva la moneta del tributo.
Al centro Masaccio pone la figura di Cristo, fulcro gravitazionale, là dove Masolino inserisce i due giovanotti a passeggio; intorno sono disposte diverse figure che prendono vita nello spazio attraverso gesti retorici, che si amplificano a vicenda. Pietro alza il braccio verso sinistra riecheggiando il comando di Cristo e il gabelliere indica dalla parte opposta, introducendo una seconda diagonale, amplificata dal braccio teso di Pietro che, a destra, sta pagando la moneta. Tutte le figure sono costruite in modo saldo e solido, perfettamente armonizzate con il fondo, orchestrate in modo magistrale.
Le altre scene rappresentate sono: Il Battesimo dei neofiti, La Distribuzione dei beni e la morte di Anania, e La Resurrezione del figlio di Teofilo e San Pietro in cattedra. Tutti gli episodi realizzati da Masaccio sono colmi dei volti che egli incontra nella vita reale, dei diseredati, dei mendicanti, dei generosi che lo aiutano, figure che, con la loro gravità, riempiono uno spazio sapientemente costruito. Masaccio compie la sua rivoluzione grazie, anche, al suo cuore di orfano, alle sue paure e alle sue mancanze.
Vi proponiamo alcune visite a Firenze dove poter approfittare dei tour organizzati e ingressi nei luoghi della cultura.
Tour dei misteri e delle leggende di Firenze
Visita guidata di Palazzo Pitti e della Galleria Palatina
Visita guidata della Basilica di Santa Croce
Visita guidata della Galleria degli Uffizi