Casa Barnekow ad Anagni: esempio di architettura medievale

In occasione delle Giornate FAI d’autunno che si sono tenute sabato 14 e domenica 15 Ottobre 2023, Archeologia e Paesaggio ha visitato ad Anagni;

città nelle quale numerosi luoghi sono stati resi accessibili e fruibili al pubblico grazie all’ausilio di visite guidate gratuite, Casa Barnekow, oggi dimora storica e splendido esempio di architettura medioevale, costruita sotto il pontificato di papa Gregorio IX. 

Essa rappresenta uno dei gioielli di Anagni, conosciuta come città dei papi ed attualmente è un centro culturale molto importante; sorge, maestosa, in pieno centro storico, in Via Vittorio Emanuele, proprio di fronte la chiesa di Sant’Andrea.

Anagni, l’antica Anagnia, capitale degli Ernici, ha avuto sempre un legame molto forte con il divino; per il popolo romano, che la conquistò nel 306 a.C. rappresentava un sorprendente luogo sacro, citato dall’imperatore Marco Aurelio che così scriveva: ”piena di molte cose antiche e di sacri edifizi e religiosi. Non v’era angolo che non avesse un santuario, o una cappella, o un tempio. V’erano anche  molti libri di lino trattanti di cose sacre”. 

Divenne comune nel XII secolo e fu, lungamente, sotto la signoria dei Caetani; diversi i grandi pontefici di origine anagnina che determinarono, fortemente, il corso della storia. Tra di essi Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV, ma, soprattutto Bonifacio VIII, la cui figura è strettamente correlata alla fama di Anagni, attraverso “lo schiaffo di Anagni”.

Il celebre episodio, avvenuto la notte del 7 Settembre 1303, narrato da Dante nel XX canto del Purgatorio, vide come protagonisti Guglielmo di Nogaret e Giacomo Sciarra Colonna, emissari del re di Francia Filippo IV il Bello.

Essi giunsero ad Anagni, dove era rifugiato il Papa, con 2000 uomini armati, e sottoposero Bonifacio VIII ad umiliazioni ed angherie al fine di ottenere la revoca della bolla con la quale il re veniva scomunicato. 

Secondo la tradizione Sciarra Colonna schiaffeggiò il Pontefice anche, se, in realtà lo schiaffo è da intendersi in senso simbolico, quale rappresentazione della fine del medioevo cristiano.

Tra i numerosi monumenti architettonici che è possibile visitare, tra i quali ricordo la splendida Cattedrale, c’è, come accennavo inizialmente, la misteriosa Casa Barnekow, appartenuta a diverse famiglie nobili di Anagni, come i Cipriani, i Tomasi e i Gigli, sino al 1860 quando venne acquistata dal barone svedese Alberto Barnekow, appassionato di alchimia. Egli fu militare di cavalleria ma, avendo una notevole capacità artistica, venne inviato a Roma da re Oscar I per copiare gli affreschi di Raffaello. 

Durante questo periodo ebbe modo di entrare in contatto con artisti e intellettuali svedesi che si dilettavano con l’alchimia, portando avanti un’antica tradizione nata con Cristina di Svezia nel Seicento, e di conoscere una bellissima modella di origini anagnine, che divenne sua moglie e con la quale si trasferì ad Anagni nel 1860, acquistando quella che allora si chiamava Casa Gigli. 

Questa straordinaria dimora medioevale, la cui architettura è riferibile al XIII secolo ma di cui si hanno notizie sin dall’anno 1130, affascinò a tal punto il barone che egli decise, a partire dal 1861, di intraprendere un’opera, conosciuta, poi, con il nome di TRIBUNA ALBERTINA. 

L’evento che spinse Barnekow a dedicarsi con tanta dedizione a tale impresa fu, secondo quanto ci ha tramandato, un’apparizione della Immacolata Concezione, avvenuta il 27 Novembre 1861. 

I messaggi trasmessi al Barone, dieci per la precisone, in francese, svedese e in italiano, facevano riferimento alla salvezza dell’umanità e, in particolare, attraverso di essi gli veniva affidato il compito di divenire una guida per gli abitanti di Anagni, verso la vita eterna.

Il barone tenendo fede a quanto dettatogli dalla Vergine Maria, tramite la simbologia ed il linguaggio alchemico, realizzò la sua TRIBUNA ALBERTINA, così come la chiama lui stesso all’interno di una lapide oggi scomparsa. In un periodo di 25 anni Alberto Barnekow arricchì la facciata del palazzetto di sua proprietà di affreschi e di lapidi, creando di una sorta di cammino in cui è spiegata la modalità per divenire immortali, grazie all’alchimia.

 Il termina Alchimia deriva, forse, dall’arabo con il significato di “chimica”, o, e sembra la spiegazione più attendibile, dal cinese, lingua nella quale corrisponderebbe ad un “sacco per fare l’oro”; per secoli gli alchimisti si occuparono di scienza, dedicandosi a vari aspetti del sapere, tra i quali la fisica, l’astronomia, la medicina, la chimica, la botanica.

Nella filosofia alchemica esistevano due aspetti, uno legato alla pratica, l’altro alla teoria; il barone si dedicò, principalmente, alla parte teorica, approfondendo la lettura di un testo fondamentale per gli alchimisti, il Corpus Hermeticum, nel quale è scritto: “Se non ti fai simile a Dio non potrai capire Dio, perché il simile non è intellegibile se non al simile. Innalzati a una grandezza al di là di ogni misura, con un balzo liberati dal tuo corpo, sollevati al di sopra di ogni tempo, fatti Eternità: allora capirai Dio”.

Questa tendenza, dunque, verso l’Eternità è alla base del modo di concepire la spiritualità del Barnekow; altro testo che influenzò il pensiero alchemico fu il Mutus Liber, nel quale era spiegato che l’operare alchemico poteva essere grandemente enfatizzato dall’utilizzo delle immagini, così come avviene sulle pareti della facciata di Casa Barnekow, in cui sono affrescate monumentali pitture. 

Barnekow nel suo palazzo di Anagni prepara chiunque ne sia interessato a vivere una trasformazione interiore per giungere, così, alla perfezione e divenire simile a Dio. 

Questa entusiasmante esperienza si snoda attraverso tre differenti momenti che seguono l’architettura del palazzo partendo dal pianerottolo di accesso e proseguendo lungo la scala sino all’ingresso.

Salendo lungo la “TRIBUNA ALBERTINA” il primo affresco che incontriamo raffigura tre ritratti inseriti entro altrettanti tondi: rappresentano il “bello” Ernico, Erodoto di Alicarnasso e Cicerone. 

Questi illustri personaggi, i cui nomi sono specificati dallo stesso barone intorno alla figura, sono i suoi antenati, chiamati “precursori” nella lapide posta al di sotto, quasi interamente perduta. 

Il re – sacerdote Ernico viene appellato “il bello” quale riferimento alla morale; Erodoto è, invece, lo storico che narra il mito dell’Araba Fenice, importante nella raffigurazione dello stemma di Anagni che era un tempo posizionato al di sopra e di cui rimane una piccola traccia in un frammento di affresco che raffigura una zampa di leone e la prima parola relativa ad una frase tratta dall’Eneide, che recita: “Hernica saxa colunt, quos dives Anagnia pascit”; Cicerone, infine, il quale possedeva una villa ad Anagni, parlò di politica e di religione oltre a definire gli anagnini “ornatissimis”, cioè “elegantissimi”, termine di cui si appropria Barnekow quando si celebra “anagnino ornato”.

Continuando si incontra un affresco nel quale è contenuto un messaggio relativo alla trasformazione del barone; questo processo alchemico si sviluppa attraverso tre fasi ovvero quella della “Nigredo”, che rappresenta la materia mortale, impura, seguita da quella della “Albedo”, incarnata dalla veste bianca a simboleggiare la materia divenuta pura e, infine, quella della “Rubedo”, materia ormai sublimata, tramutatasi in un’essenza eterna, immortale, impersonificata dall’Araba Fenice. 

Tali fasi corrispondono ai processi messi in atto dall’alchimista in laboratorio per tramutare la materia impura in un metallo puro ed immortale come l’oro. 

Lo sfondo di questa rappresentazione è costituito da un finto mosaico dorato dal quale emana luce, tema legato alle vicende connesse alla resurrezione. Nell’affresco, che prende ispirazione da un’immagine contenuta nel Mutus Liber, il barone si sta, lentamente, tramutando nell’Araba Fenice al punto che un’ala è parte, ormai, del suo corpo.

Proprio al di sopra della porta d’ingresso, al termine della scala, si trova un affresco che rappresenta il barone inginocchiato a mani giunte dinanzi all’Immacolata Concezione, la terza fase del messaggio di Barnekow. 

Lo sfondo della scena, come in tutte le rappresentazioni della facciata, è costituito da un finto mosaico in oro; esisteva, un tempo, una lapide in cui il barone narrava questo prodigioso incontro avvenuto dopo l’acquisto della casa, nell’orto di sua proprietà posto dietro la chiesa della Madonna del Popolo. 

Alberto Barnekow riportò le parole ricevute da Maria in francese, svedese, italiano e ciociaro all’interno della lapide, collocata alla fine della scala, una sorta di tavola delle leggi di Mosè; essa rappresenta una stazione di arrivo dell’intero processo, anche se in realtà è l’inizio del percorso della Tribuna Albertina. 

Molte le analogie con il messaggio di Lourdes avvenuto solo tre anni prima: la Madonna si manifesta come Immacolata Concezione, c’è la raccomandazione di trasmettere i messaggi esattamente, parola per parola, e si parla di eventi futuri. Alberto Barnekow era di fede luterana, convinzione che mantenne per tutta la sua vita, e l’apparizione dell’Immacolata Concezione non rivela cambiamenti di rotta, infatti Lutero sosteneva questo credo ancora prima che divenisse un dogma della Chiesa Cattolica.

Nel grande tondo all’interno del quale Barnekow si raffigura in candida veste, durante la sua “trasfigurazione”, è inserita, nella cornice in alto, una frase fondamentale per comprendere l’esperienza vissuta dal barone, che recita: ”BEATO CHI ASCOLTA”. Ad un primo livello interpretativo è riferibile al VI messaggio della Madonna, che esclama più volte: ME AUDIE, e alla quale viene risposto: BEATO CHI ASCOLTA. 

Vi è anche un secondo, interessante, livello di interpretazione collegabile all’esperienza mistica vissuta da Barnekow, grazie alla quale egli diviene “anagnino consacrato” e, dunque, degno di essere ascoltato per volontà divina.

Un ultimo livello, ancora da esplorare, è collegato a quanto scritto da Eraclito e cioè: “Ascoltando non me ma il Logos (parola) è saggio convenire che tutto è uno” e, anche, al brano iniziale del Vangelo di Giovanni in cui è scritto: “In principio era il Verbo... tutto è stato fatto per mezzo di lui”. Ascoltare, quindi, non significa solo obbedire ma, anche, riconoscere e rispettare l’artefice del creato.

All’interno di Casa Barnekow si trova, murato, un tondo realizzato in stucco romano, nel quale è raffigurato un corteo di dei a seguito della vittoria sui Giganti. Non si conosce l’autore di quest’opera ma il tema affrontato è in perfetta sintonia con il messaggio del barone; il semi – dio Ercole, protagonista del corteo è, infatti, colui che ha sconfitto i nemici dell’Olimpo ma, anche, la morte tornando dal mondo degli Inferi. 

Ercole, come Barnekow, affronta un estenuante percorso di salvezza, e appare nel Mutus Liber, accompagnato da diversi simboli alchemici, quale “sapiente”, che sale al cielo dopo le sue fatiche. Il tondo, splendida opera d’arte che risale, probabilmente, alla prima età cristiana, doveva forse provenire dalla “Villa Magna”, un’area archeologica di grande interesse presente nel territorio.

Il barone Barnekow lasciò su di una lapide posta sulla scala di accesso, vicino al pianerottolo, la sua ultima testimonianza, una sorta di riassunto della sua opera e del suo cammino di trasformazione, scritta nel 1884, a cinque anni dalla morte.

 

 

Dopo aver letto questo interessante articolo non vi resta che andare a fare un giro alchemico per i viali e vicoli di Anagni, e vistare di persona la Casa BARNEKOW.

 

 

 

 

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