Il chiostro di Santa Chiara a Napoli: spettacolo di colori dal segno inequivocabile partenopeo.

Oggi voglio raccontarvi la storia del Complesso Monumentale di Santa Chiara, uno dei luoghi più straordinari di Napoli, posto nel cuore del centro storico della città partenopea ed esteso su di un’area molto vasta;


desidero svelarvi, in particolare, i segreti del Chiostro annesso al monastero delle Clarisse, rimasto invariato nella sua struttura trecentesca, ma, il cui giardino, è stato completamente modificato, tra il 1739 e il 1742, dall’estro creativo dell’architetto Domenico Antonio Vaccaro. Maiolicato

La regina Sancia di Maiorca, moglie devota di Roberto d’Angiò, re di Napoli, è colei che volle creare, nel 1311, il monastero delle Clarisse e unire quest’ultimo alla chiesa di Santa Chiara, fondata dal suo sposo su modello gotico provenzale, così da realizzare una sorta di cittadella monastica che comprendeva, al suo interno, anche il vicino convento maschile dei Frati Minori. 

. Il grande monastero francescano, la cui regola molto rigida venne abbandonata ben presto dalle Clarisse le quali aderirono a forme religiose più blande, era, nel Seicento, uno dei più ricchi della città partenopea, in quanto oggetto, sin dalla sua nascita, di generose donazioni, proprietario di svariati immobili e fondi rustici, oltre che feudatario del casale di Qualiano. 

Le Clarisse, appartenenti spesso ad importanti famiglie nobili napoletane, definite nei documenti dell’epoca “Dame Religiose”, portavano al loro seguito due domestiche pagate dalla famiglia di origine, ed erano allietate, durante la vita monastica, da feste, ricevimenti e concerti, tutte occasioni di privilegio ma, comunque, innocenti.

La Badessa, che godeva del particolare titolo di Regina di Pozzuoli e del diritto di indossare manto, scettro e corona durante le festività più solenni, era in carica per tre anni durante i quali deteneva ampi poteri amministrativi e numerosi privilegi che le consentivano di poter affrontare spese ingenti destinate all’ampliamento e all’arricchimento dell’apparato decorativo di chiesa e monastero. Numerose le visite, nel periodo spagnolo, delle viceregine e frequenti anche quelle della regina Maria Amalia di Sassonia dopo il 1738, circostanza, quest’ultima, legata alla trasformazione del Chiostro.

Molte le reprimende messe in atto dalle autorità religiose al fine di interrompere le occasioni mondane che si svolgevano, oltre che a Santa Chiara, anche in altri monasteri napoletani, considerate inadatte alla vita monastica e fonte di continui, inutili, sperperi. 

Tra le iniziative messe in atto per reprimere tali indesiderati comportamenti si può citare una lettera inviata, nel 1724, dal Cardinale Paolucci, Segretario di Stato, al cardinale Pignatelli, arcivescovo di Napoli, in cui si auspicano provvedimenti da prendersi per essere stati chiamati ottanta musici allo scopo di produrre una fastidiosa musica all’interno della chiesa di Santa Chiara. Le Badesse, in tutta risposta, ancora negli anni ‘30 del Settecento, indifferenti a queste ingerenze, continuarono a organizzare, in occasione di festività, recite e persino commedie di carnevale.

Questo, dunque, l’allegro e gioioso contesto che ruotava intorno alle “Dame Religiose”, grazie al quale prese vita la realizzazione dell’elegante e fastoso corredo in ceramica del Chiostro di Santa Chiara. Nel cortile del Monastero era presente, anche, una farmacia riservata alle monache e affidata, negli ultimi decenni del Seicento, allo speziale Giuseppe de Franco. I lavori del Chiostro iniziarono sotto il badessato (1739 – 1742) di Suora Donna Ippolita Carmignano; fortunatamente sono giunte fino a noi le note redatte con cura dalle monache, in cui sono annotate le spese affrontate per trasformare in realtà il grande desiderio delle Clarisse di veder ammodernato il Chiostro. 

Alcuni fogli, opera del Vaccaro, contengono, inoltre, la dettagliata descrizione del programma architettonico e decorativo da lui realizzato e diretto; attraverso queste testimonianze è possibile capire esattamente quali fossero le motivazioni alla base della trasformazione settecentesca del Chiostro.

Tra di esse sicuramente la più importante consisteva nella volontà della regina Maria Amalia di Sassonia, moglie dal 1738 di Carlo di Borbone e assidua frequentatrice del monastero, di veder ammodernato il Chiostro e dotato il giardino di comodi viali lastricati non con mattoni, ma in terra battuta.

 C’era, inoltre, la volontà di modificare la severa impronta gotica del Chiostro, realizzando un elegante giardino maggiormente consono alla moda del tempo e alle nobili abitudini delle Clarisse, che fungesse da luogo di rappresentanza degno di donne provenienti da famiglie di alto rango.

Il Vaccaro ideò la nota decorazione a maioliche per dei precisi motivi, tra i quali, appunto, la necessità di adornare gli ambienti del monastero e lo stesso Chiostro in occasione dei festeggiamenti legati alle solennità religiose. 

Il ricorso a tale preciso programma decorativo era stato attuato anche nelle logge del Palazzo Reale e lo stesso Vaccaro era ricorso ad Arazzi di Succhi d’Erbe per arricchire degli ambienti; alcuni studiosi hanno stabilito dei punti di tangenza culturali tra l’arte del tessuto, in particolare degli arazzi, e la maiolica. 

L’architetto decise di realizzare nel Complesso di Santa Chiara un sofisticato giardino-salotto, impreziosendolo di splendidi parati ceramici; delineò l’impianto attraverso l’incrocio di quattro viali, caratterizzati dalla presenza di una serie ininterrotta di sedili, o canapè, ricoperti da elegantissime maioliche con diverse figurazioni e scanditi da pilastri tappezzati da rivestimento ceramico, colorato attraverso festoni con frutta e fiori.

Vaccaro fu l’unico ideatore della vasta impresa decorativa, concependo la maiolica quale mezzo espressivo d’elezione per caratterizzare felicemente il giardino barocco rispetto all’austera architettura gotica dei quattro portici del Chiostro, con le loro arcate ogivali. 

L’architetto, inizialmente, realizzò un parterre sollevato rispetto al piano dei portici e, poi, partendo dalla parte del giardino il cui ingresso era introdotto dalla Scala Regia, pose in asse, rispetto a quest’ultima, il viale nord – sud, uno dei quattro principali, creando delle zone disuguali, suddivise attraverso il grande viale est – ovest (che incrocia il precedente in una rotonda centrale), in quattro quadri.

Il Vaccaro decise di proporre diverse destinazioni per questi quadranti, alcuni con funzione di giardino rustico, altri di agrumeto, scanditi da vialetti a pergolato sostenuto da piccoli pilastri in stucco bianco. Per quanto concerne, invece, i 64 pilastri ottagonali, dipinti in azzurro pallido, che si alternano lungo i viali, essi sono avvolti da festoni floreali a forma di spirale dalla vivace policromia.

 Come detto l’accesso interno al Chiostro era dalla Scala Regia posta in asse con il viale nord ma, questo fatto, non ha indotto l’architetto a privilegiare il prospetto del portico nord e del relativo viale con un particolare programma iconografico. 

I pannelli non presentano analoghi soggetti ma diversi episodi dipinti che si alternano con straordinaria varietà compositiva; gli ornati dei parapetti sono costituiti da deliziose scene di genere sullo sfondo di paesaggi di fantasia, ove non è possibile riconoscere ambientazioni che facciano riferimento a reali luoghi del territorio partenopeo. 

La forma di questi pannelli è quella di un rettangolo molto allungato proprio per la grande distanza che separa i pilastri e ciò ha favorito il susseguirsi di diverse scene di genere, al contrario di quanto accade nelle superfici che rivestono i sedili, caratterizzate, grazie alle dimensioni più contenute, da ricche bordure che incorniciano una carrellata di immagini, accompagnando il visitatore in una ininterrotta sequenza.

Attraverso la lettura dei documenti sappiamo che il ceramista dei parapetti fu Donato Massa; il variato dispiegarsi dei deliziosi paesaggi e delle vedute costiere, disegnati dal Vaccaro sono stati realizzati qui con un arioso e libero fare pittorico. Alla cultura figurativa del Vaccaro che svolse, anche, l’attività di regista di feste reali, di apparati e di carri si deve l’invenzione, all’interno dei pannelli in ceramica, di cacce, danze popolaresche, carri allegorici. 

Le Clarisse, animate da gusti raffinati, preferirono l’impronta ingenuamente profana delle rappresentazioni dipinte, impegnate come erano, quali “Dame Religiose”, nello svolgimento dei riti liturgici quotidiani e degli innocenti svaghi di cui accennavo prima. In quelle occasioni veniva servita cioccolata calda con piccola pasticceria, erano distribuiti pistacchi alle signore e pignoli alle domestiche.

Nella prima fase di esecuzione delle decorazioni su maiolica si evince la stretta collaborazione tra il Vaccaro, gli aiuti, che sviluppavano spesso i suoi disegni, e i ceramisti; la differente misura delle piastrelle nelle spalliere dei sedili dimostra che esse furono prima dimensionate in relazione al relativo cartone preparatorio. 

Nelle gustose scene popolaresche e nelle rappresentazioni paesistiche del Chiostro qualcuno ha voluto evidenziare punti di tangenza con le incisioni del Callot e di Stefano Della Bella, sicuramente appartenenti ad una cultura figurativa nota al Vaccaro che, però, era comunque più attratto dal paesaggismo barocco napoletano.

Da una attenta analisi si può, dunque, evincere che, ad esempio, nella maschera di Pulcinella, dipinto nelle scene carnevalesche del Chiostro, con il tipico “coppolone” della maschera napoletana non ha nulla a che vedere con il Pulliciniello del Callot, contraddistinto da lunghi baffi e da un copricapo a doppio becco. Il Vaccaro propone l’iconografia seicentesca di Pulcinella che tenderà a scomparire nelle raffigurazioni settecentesche della maschera napoletana.

La produzione maiolicata presente a Santa Chiara non deve assolutamente essere intesa come semplice manifestazione dell’arte popolare ma, piuttosto, essa rientra nell’ambito dell’arte colta intanto per l’estrazione sociale della committenza, poi, per le fonti iconografiche alla base delle decorazioni e, non da ultimo, per la grande cultura dell’ideatore dei disegni, l’architetto Vaccaro.

Nel Chiostro di Santa Chiara la vena popolare è invece espressa dalla consistenza materica della ceramica e dal vivace cromatismo della tavolozza, così differente, nei suoi timbri, dall’equilibrato repertorio espresso dai ceramisti di Castelli, più inclini a realizzare, su vasellame e piccoli quadri, le eleganti scene della pittura barocca. I riggiolari (nome che indica i piastrellisti napoletani) operanti a Santa Chiara sono, al contrario, dediti a tradurre nel fuoco dello smalto la pittura paesistica partenopea del Sei e Settecento

Colui che, dunque, si occupò del progetto delle decorazioni fu l’architetto Vaccaro, mentre Giuseppe e Donato Massa furono gli esecutori materiali delle maioliche; il legame di parentela che li univa è stato svelato grazie a ricerche di archivio attraverso le quali si è capito che Giuseppe fosse figlio di Donato. La decorazione dei parapetti e del rivestimento del vestibolo che dalla chiesa conduce alla Scala Regia e al Chiostro venne affidata a Donato Massa il quale dimostrò notevole brio narrativo, e l’utilizzo di una tavolozza dalle tonalità calde e accese, in aperta competizione con il figlio Giuseppe, dotato di grande talento e astro nascente della famiglia, a cui venne affidata la parte maggiormente impegnativa dell’impresa pittorica. 

Per Giuseppe la decorazione in Santa Chiara rappresentò il punto di partenza di una eccezionale carriera, infatti fu il primo tra i ceramisti napoletani a introdurre la prospettiva nella raffigurazione paesistica, entro una florida trama di festoni, volute e motivi naturalistici. Con ogni probabilità si deve alla maestria dei due insigni ceramisti l’uso dello smalto berettino, e cioè la tenue tonalità di azzurro impiegata nel corpo dei pilastri maiolicati. L’utilizzo dello smalto bianco avrebbe, al contrario, causato effetti di rifrazione solare fastidiosa ed accecante.

Il Vaccaro inserì dei sedili a spalliera rotonda nelle nicchie degli archi e fece spiovere dall’alto ricchi festoni sospesi nel vuoto e disposti come cascate floreali, colmi di invitanti grappoli, tanto da essere definiti “feste d’uva”.

 È doveroso evidenziare la netta differenza tra l’operato di Donato Massa rispetto a quello del figlio Giuseppe: il paesaggio è il protagonista assoluto delle libere ed estese vedute realizzate da Donato nella zoccolatura del porticato, mentre nelle composizioni disegnate dal Vaccaro ed eseguite da Giuseppe, l’elemento figurativo diventa predominante, inserito in uno scenario paesistico certamente suggestivo ma che, comunque, rimane un semplice sfondo delle interessanti scene folkloristiche.

 Le scene e gli ornati paesaggistici del Chiostro di Santa Chiara rientrano perfettamente, con il loro brio, la loro delicatezza e leggerezza, nel pieno gusto rococò.
Il Complesso Monumentale di Santa Chiara, sorta di cittadella francescana, che comprende la Basilica di impronta gotica, gli ambienti monastici, lo splendido Chiostro Maiolicato, e, anche, un’area archeologica che conserva i resti di un impianto termale di epoca romana, rappresenta un’oasi di pace e bellezza, perfetto connubio tra arte e fede. 

 

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