Nel 1624 anche Galileo Galilei, amico e collega del Linceo, soggiornò nella cittadina umbra. La famiglia Cesi, anticamente nota con il nome Chitani o Aquitani, era originaria dell’omonimo borgo posto sopra la conca di Terni. Nel corso del Cinquecento ebbe una forte ascesa sociale che la portò a divenire una delle famiglie più influenti e ricche dello Stato Pontificio.
L’eccezionale scalata sociale dei Cesi, che non ha probabilmente eguali nella storia dell’Umbria, salvo alcune eccezioni, fu dovuta ad accordi matrimoniali favorevoli, ad incontri molto fortunati e alla benevolenza di alcuni pontefici. Il casato rappresentò, infatti, per la Chiesa un ottimo alleato nel controllo dell’Umbria, in quanto diversi suoi membri detennero, nel corso del tempo, il cappello vescovile sia a Narni che a Todi.
Il ramo dei Cesi più vicino alla realizzazione dello splendido Palazzo di Acquasparta è quello di Angelo, il quale, unito in matrimonio con Francesca Cardoli (figlia di Angela Gattamelata, appartenente alla famiglia del celebre condottiero), ebbe ben 12 figli, alcuni dei quali divennero potenti cardinali: Paolo Emilio, Federico e Giangiacomo, primo signore di Acquasparta.
Paolo Emilio Cesi, che ottenne la porpora cardinalizia nel 1517 grazie a Leone X Medici, fu tra i cardinali italiani che l’11 ottobre 1534 portò all’elezione al soglio pontificio di Paolo III Farnese, colui che, sulla scia dei sentimenti di rinnovamento introdotti dalla Riforma luterana, condusse all’opera rinnovatrice del Concilio di Trento. Il fratello Federico fu a capo della sede episcopale di Todi per circa ventidue anni, dal 12 giugno 1523 all’11 marzo 1545; divenuto cardinale ricoprì, all’interno della curia romana, rilevanti uffici e altrettanto fece in campo politico, spesso affiancando lo stesso pontefice.
Giangiacomo Cesi, dedito alla carriera delle armi, sposò con grande fasto Isabella Liviani nel 1531; questo evento contribuì alla fortuna della famiglia in quanto la sposa portò in dote la quarta parte di Alviano e Guardea che anni dopo, (7 marzo 1540), venne permutata da Pierluigi Farnese con le terre di Acquasparta e Porcaria, possedimenti che i Farnese ottennero, inizialmente, dalla Camera Apostolica.
L’entità dell’acquisto non è ben nota, anche se si può pensare ad un edificio, una sorta di rocca, esistente nell’area dove oggi sorge il Palazzo ducale; con ogni probabilità questa iniziale costruzione doveva risultare inagibile e non all’altezza dei coniugi Cesi – Alviani e, quindi, subì diverse trasformazioni, come ipotizzato da vari studiosi, ma rimangono ipotesi di cui non c’è certezza alcuna.
L’anno di costruzione esatto del Palazzo non è stato accertato, ma sicuramente le prime demolizioni avvennero già a ridosso della permuta stipulata nel 1540, intorno al 1544. La realizzazione del Palazzo venne accompagnata certamente dall’acquisizione di ulteriori immobili siti nelle vicinanze, in particolare in Contrada Portanuova, comprati attraverso tre distinti rogiti datati 4 ottobre 1549 e utilizzati come alloggi di appoggio per seguire i lavori.
Committente della costruzione, (? – 1565), fu il cardinale Federico Cesi, fratello di Giangiacomo ed effettivo dominus dell’impresa, che pur divenendo vescovo di Cremona dal 1551 al 1560, si occupò ugualmente di realizzare importanti acquisti feudali ed immobiliari nell’alto Lazio e, dunque, pose mano all’edificazione del Palazzo di Acquasparta; dopo il suo rientro dalla diocesi cremasca portò con se maestranze lombarde per dare nuova forza all’impresa costruttiva.
Non si sa con esattezza se fu lui ad ideare il progetto nelle forme che attualmente possiamo ammirare, al di là delle opere finali, degli affreschi e della sistemazione del giardino.
Tradizionalmente la fabbrica dell’edificio è assegnata a Jacopo Barozzi da Vignola, in quanto molte sono le similitudini con un’altra opera da lui eseguita in Umbria, la Castellina di Norcia (1554 – 1587): il grande portone a bugnato e le quattro, maestose, torri angolari che ricordano quelle presenti ad Acquasparta e che, seppur con alcune differenze, sono simili a quelle del Palazzo Santacroce ad Oriolo Romano.
Ci sono, però, degli accadimenti che hanno fatto propendere una parte della critica verso una diversa attribuzione; non si ha traccia, in effetti, di nessun spostamento del Vignola verso Acquasparta, malgrado sia attestato il suo intervento nel 1565 al Palazzo del Seminario di Todi, periodo nel quale è certo, anche, il suo contributo, al completamento dei lavori della chiesa di Santa Maria della Consolazione.
Gustavo Giovannoni, nel 1931, attribuì ad un artista diverso dal Vignola la paternità del progetto, individuandone l’autore nell’architetto fiorentino Guidetto Guidetti, che, intorno al 1561 era stato chiamato dai priori di Rieti a realizzare alcune opere per conto del Comune.
Non è dato sapere con certezza se il Guidetti fosse, poi, realmente andato a Rieti anche se certamente fu l’autore della ristrutturazione della chiesa romana di Santa Caterina ai Funari, eseguita su indicazione del cardinale Federico Cesi. L’attribuzione di Giovannoni, tuttavia, sollevò numerose perplessità, tanto che il Biagetti, nel 1934, indicò nel lombardo Giovan Domenico Bianchi l’esecutore effettivo del Palazzo di Acquasparta; l’artista fu architetto di fiducia della famiglia Cesi per la quale realizzò dei lavori a Todi e a Cantalupo Sabino ed, inoltre, tra il 1570 e il 1586, fu alle dipendenze di Federico Cesi, nipote dell’omonimo cardinale, per il quale diresse proprio la costruzione del Palazzo, entrando a far par parte della piccola città umbra con la qualifica di priore. L’impresa terminò nel 1579, anno del matrimonio di Federico Cesi, figlio di Angelo Cesi e Beatrice Caetani, con Olimpia Corsini.
Il Bianchi fu, con certezza, esecutore dell’edificio ma dimostrare che ne fu anche architetto progettista è impresa più difficile. La pianta di Palazzo Cesi appare piuttosto singolare rispetto agli altri palazzi urbani del Cinquecento; la forma è rettangolare, affiancata, ai lati, da due robusti avancorpi che si elevano sino ai piani superiori.
Il lato maggiore di entrambi gli avancorpi si inclina leggermente verso l’esterno. La parte sinistra della facciata subisce un prolungamento sino all’attuale Corso dei Lincei; sul retro il Palazzo presenta un magnifico loggiato su due piani, connotato da cinque archi e doppio ordine di paraste.
Tramite questo loggiato è possibile affacciarsi sul giardino retrostante che presenta una sopraelevazione oltre il limite del terrazzo. Attraverso un lungo androne, che si sviluppa appena varcata la soglia d’entrata, si giunge direttamente al vestibolo aperto sul giardino, che forma la prima loggia.
Tutti gli appartamenti affrescati sono collocati nell’ala sinistra dell’edificio: al pianterreno si trovano gli ambienti un tempo denominati “Stanze dipinte”, adibiti a camere da letto, mentre, al piano sovrastante, si susseguono le sale di rappresentanza. L’ ammezzato era riservato ai guardaroba e agli appartamenti della servitù, e nei sotterranei vi erano le cucine, i lavatoi e le cantine. Parte della critica ha notato che questo tipo di pianta, almeno parzialmente, ricalca alcuni noti edifici realizzati da Antonio da Sangallo il Giovane, grande architetto fiorentino, ideatore di costruzioni rimaste memorabili nella storia dell’arte di tutti i tempi.
La maggior parte dei palazzi urbani del Sangallo, come Palazzo Farnese, Baldassini e Ossoli a via dei Balestrari, o Palazzo Pucci ad Orvieto, mostrano la medesima tipologia: gli ambienti sono disposti intorno ad un cortile centrale delimitato da un doppio loggiato, con chiusura ad ali su tutti e quattro i lati. Gli edifici sopra elencati hanno, poi, una caratteristica spiccatamente in comune con Palazzo Cesi ad Acquasparta, e cioè la presenza di un lungo androne che permette l’ingresso al cortile.
La pianta del Palazzo, tuttavia, ripete in maniera quasi speculare, anche se in forme più grandiose, la struttura di palazzo Farrattini ad Amelia, commissionato da monsignor Bartolomeo Farrattini al Sangallo, che vi realizzò uno dei suoi capolavori. Con ogni probabilità numerose furono le visite dei membri della famiglia Cesi, vescovi di Narni e Todi, a monsignor Farrattini, residente nello splendido palazzo ad Amelia disegnato dal Sangallo, sicuramente fonte di ammirazione ed ispirazione.
La facciata principale di Palazzo Cesi presenta, anch’essa, modi sangalleschi, con i suoi ampi spazi delimitati da poderosi bugnati al pianterreno e, con minor spessore, al primo e al secondo piano, dove i bugnati si ripetono sugli avancorpi laterali.
Elemento caratterizzante la facciata è rappresentato dal magnifico portale, sempre a bugne, sovrastato dal balcone su cui affaccia la finestra centrale: questo modello era stato largamente utilizzato dal Sangallo nei grandi edifici gentilizi, primo fra tutti, Palazzo Farnese a Roma, dove il grandioso portale fu attribuito con sicurezza all’architetto fiorentino, dato che alla sua morte, avvenuta nel 1546, la facciata principale era completata fino al secondo piano.
Altro elemento degno di nota, che classifica il palazzo di Acquasparta come uno dei più rilevanti nel panorama degli edifici gentilizi umbri del XVI secolo, è lo splendido duplice loggiato che caratterizza la facciata retrostante; il Sangallo ne realizzò una prima, interessante, formulazione nel 1513, anno in cui venne chiamato da Giulio II Della Rovere a lavorare nel forte di Civita Castellana, per completare la grandiosa costruzione ed il mastio commissionati, tra il 1494 e il 1497, da papa Alessandro VI Borgia ad Antonio da Sangallo il Vecchio.
Passando ora ad analizzare la decorazione pittorica di Palazzo Cesi dobbiamo ricordare che essa riguarda il piano terreno e il piano nobile (primo piano) ed è concentrata sulla sola parte sinistra dell’edificio. Ciascuno dei piani fa riferimento a sei ambienti (cinque sale più un camerino), disposti, come detto, all’interno dell’avancorpo sinistro della costruzione; al piano nobile è anche presente una piccola cappella affrescata, che, solitamente, era collocata vicino le stanze di rappresentanza.
Al piano terreno, sulle volte, sono stati affrescati episodi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio: Sala delle fatiche di Ercole, Sala degli amori di Giove, Camerino di Narciso, Sala di Orfeo ed Euridice, Sala di Adone e Venere, Sala di Callisto. Al piano superiore si trovano cinque eleganti fregi pittorici posti al di sotto di magnifici soffitti cassettonati; sono qui presenti riferimenti a importanti personaggi della Roma repubblicana, le cui imprese furono narrate da grandi storici dell’antichità, in particolare da Plutarco.
Le sale che si susseguono sono così denominate: Sala degli Imperatori, Sala delle Muse, Sala delle Virtù, Camerino degli Stemmi, Sala della Genealogia Cesi, Sala di Coriolano, attribuiti, a fine Ottocento, agli Zuccari, anche se in realtà non esistono documenti che lo accertino. Per quanto riguarda la committenza la critica è concorde sul nome di Federico Angelo Cesi e, per una parte più ridotta, sul figlio, Federico il Linceo. Nel 1980 la studiosa Giovanna Sapori attribuì gli affreschi di entrambi i piani al pittore marchigiano Giovan Battista Lombardelli (1535 – 1592), attraverso un accostamento ad opere riconosciute dello stesso artista; forse proprio a Roma, dove la famiglia Cesi aveva avuto modo di accrescere il proprio prestigio, il Lombardelli ottenne l’incarico di decorare il Palazzo di Acquasparta, città dove egli dimorò a lungo per portare a compimento l’impresa pittorica.
La critica ha, successivamente, ridimensionato il ruolo di questo artista, attribuendogli le singole pitture delle quattro sale al primo piano (Sala degli Imperatori, Sala delle Muse, Sala delle Virtù, Sala di Coriolano), mentre, per almeno i tre riquadri centrali al pianterreno (Apollo e le Muse, il Ratto di Europa, l’Apoteosi in cielo di Venere), si è ipotizzato potessero essere riferibili a Cesare Nebbia, insieme ai disegni preparatori delle opere poi realizzate dal Lombardelli.
In effetti un programma iconografico tanto articolato e complesso venne, con ogni probabilità, affidato a più artisti contemporaneamente, con la supervisione di Cesare Nebbia che assunse il ruolo centrale di ideatore e direttore del cantiere. Le sale al piano nobile, come accennato, erano ambienti destinati ad alta rappresentanza, dunque con il compito di meravigliare gli ospiti attraverso l’esibizione di un ricco apparato celebrativo nei fregi ad affresco, in cui venivano esaltate le virtù militari di Gian Giacomo e Angelo Cesi, accompagnati da un lussuoso arredamento; i soffitti lignei a cassettoni, soprattutto quello del grande salone dove sono intagliate figure di Ercole, trofei d’armi, putti e un grande stemma dei Cesi, sono testimonianze esemplari di artigianato di altissimo livello.
Al pianterreno erano, invece, disposte le stanze da letto riservate ai membri della famiglia e ad eventuali, illustri, visitatori; il tema di cinque delle sei volte di tali ambienti era quello dell’amore, declinato e sublimato attraverso la narrazione dei miti descritti nelle Metamorfosi di Ovidio.
Il fatto che narrazioni paganeggianti fossero presenti nella dimora di una famiglia che vantava quali appartenenti importanti porporati e uomini di chiesa non deve stupirci, in quanto i Cesi si erano sempre autocelebrati come casata di discendenza antichissima, e che, dunque, voleva confermare attraverso il mito la propria prestante idoneità.
Il diffondersi dei temi ovidiani, inoltre, per tutto il corso del XVI secolo all’interno delle dimore gentilizie del nord e del centro Italia, è un fatto ben conosciuto. Fra il 1618 e il 1624 Federico il Linceo fece decorare una stanza al pianterreno con Storie della ninfa Callisto, uno degli amori di Giove trasformata da Giunone in un’orsa; si occupò, anche, di far apporre delle targhe con motti in greco, ebraico e latino, che servissero a rimarcare la sua idea di un necessario rinnovamento spirituale e culturale, basato su radicate convinzioni etiche.
Palazzo Cesi ad Acquasparta fu la sede delle prime riunioni dell’Accademia dei Lincei, fondata nel 1603 a Roma da Federico Cesi il Linceo, grande naturalista, appassionato di botanica, insieme a Francesco Stelluti, Anastasio de Filiis e Giovanni Heckius. Attualmente questa prestigiosa istituzione, considerata l’Accademia scientifica più antica al mondo, è ospitata all’interno del quattrocentesco Palazzo Corsini alla Lungara che accoglie una ricca collezione formata da oltre 600.000 volumi a carattere scientifico, fisico, astronomico e botanico.