L’abbazia di Santo Spirito al Morrone. Viaggio nella Spiritualità

Continua il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi, ricchi di spiritualità e misticismo, creati e fortemente voluti, da papa Celestino V, nato Pietro Angelerio, il quale dedicò gran parte della sua vita alla preghiera e ad una rigorosa disciplina ascetico contemplativa. 

Originario di Isernia, dove nacque intorno al 1210, entrò come oblato presso il monastero di Santa Maria di Faifoli; dopo aver condotto per tre anni un’esperienza monastica di tipo cenobitico, dunque fondata sulla condivisione, decise di rivolgersi ad un monachesimo maggiormente improntato alla solitudine, di stampo eremitico. 

A tale scopo si diresse verso Roma, per chiedere autorizzazione a papa Gregorio IX di proseguire il suo cammino di fede nella pace dell’eremo.

In questi anni, attraverso un antico tratturo, toccò Pescolanciano, Castel di Sangro e soprattutto la Maiella, nella cui natura selvaggia, sperimentò appieno la vita eremitica prima di divenire sacerdote negli anni tra il 1238 e il 1239. 

La fama delle sue capacità taumaturgiche e della sua santità fece accorrere al suo cospetto numerosi fedeli, fatto che lo convinse a cercare nuovamente la solitudine: intorno al 1245, insieme ai confratelli Francesco d’Atri e Angiolo di Caramanico, trovò a Roccamorice uno spazio isolato dove fondò un nuovo eremo, che nel tempo fu conosciuto con il nome di Santo Spirito a Maiella. 

Questo luogo, con il trascorrere degli anni, divenne casa madre della nuova Congregazione, denominata dei “monaci eremiti”, creata da Pietro e ufficializzata nel 1264 da papa Urbano IV; negli anni 70 del Duecento, il monaco eremita vi convocò il primo Capitolo Generale, donandogli un indirizzo incentrato sull’assistenza ai poveri ed un’organizzazione stabile. 

Negli anni che seguirono Pietro si mosse tra i vari monasteri coordinando sia le attività spirituali che quelle economiche; a partire dal 1280 cominciò nuovamente ad isolarsi sul massiccio della Maiella dove si ritirò, dapprima, nell’Eremo di San Bartolomeo in Legio e, successivamente, in quello di San Giovanni all’Orfento.

Nel 1293 la casa madre venne trasferita da Santo Spirito a Maiella all’Abbazia di Santo Spirito del Morrone, il più celebre fra gli insediamenti appartenuti alla Congregazione dei Celestini, e principale centro della vita culturale e civile del territorio circostante. 

Questa architettura, il cui nucleo nacque nel 1241, sorge alle pendici del solitario massiccio del Morrone, sovrastante Sulmona, i cui versanti ospitavano, e ospitano, pascoli, faggete, praterie aride e ambienti rupestri, scelti da Frà Pietro Angelerio quale ideale rifugio. 

Egli riconvertì una più antica cappella dedicata a Santa Maria del Morrone, trasformandola, nel 1268, in una nuova chiesa intitolata allo Spirito Santo, annettendole un convento; questo luogo, nel 1293, ospitò il Capitolo Generale che lo proclamò sede dell’Abate Supremo dell’ordine celestiniano. 

Nel 1294, come conseguenza dell’elezione a pontefice di Pietro che assunse il nome di Celestino V, l’Abbazia conobbe un periodo di grande fama e prosperità: i notabili del tempo, giunsero, infatti, a dare la lieta notizia al neoeletto, e folle di fedeli accorsero da ogni dove per rendere omaggio al nuovo papa. 

Il cenobio ottenne numerosi privilegi, divenendo un vero e proprio feudo, e perfino Carlo d’Angiò lo dotò, già all’atto della sua fondazione, di possedimenti, di terre, e dei castelli di Pratola e di Roccacasale, tramutandolo in uno dei più vasti ed importanti complessi della sua epoca; anche dopo la morte di Celestino V, il re angioino, a partire dal 1299, ne finanziò la ricostruzione e l’ampliamento.

Tali privilegi crebbero nel tempo, al punto che l’intera gestione della pastorizia e dell’agricoltura dei terreni confinanti divenne esclusiva dei Celestini; testimonianza di tutto questo sono, ancora oggi, i due grandi portali che si aprono all’ingresso, denominati “portali del feudo”, che  consentivano il passaggio alle sconfinate tenute terriere. 

Grazie alla florida condizione economica ottenuta dai monaci, la cultura e l’arte poterono riccamente fiorire; testimonianza di questo fortunato periodo di cui godette l’Abbazia furono la continua presenza di uomini illustri che vi fecero visita, l’istituzione di una scuola di Lettere e Filosofia e la fervida attività di artisti che ne arricchirono l’apparato decorativo. 

Al di sotto della zona presbiteriale si può ammirare la cripta medioevale, arricchita da colonne culminanti in capitelli impreziositi da motivi geometrici e da un dipinto raffigurante San Pietro Celestino che dispensa la regola, databile agli inizi del XIV secolo, mentre nell’ala sud vi sono colonne che presentano capitelli decorati con motivi vegetali, riferibili ad un’epoca antica e che, successivamente, vennero inglobati all’interno di pilastri.

Il complesso abbaziale morronese, è collocato in un luogo riservato alla sacralità sin da età remote, come testimoniato dalla presenza, nelle vicinanze, del grandioso santuario di Ercole Curino, i cui resti sono riferibili al I secolo a.C., quando avvenne la ricostruzione su di un tempio preesistente, già frequentato dal IV secolo a.C.; qui riti pagani e cristiani si incontrarono e quasi si fusero, dando origine ad uno dei luoghi di culto più importanti dell’Italia centrale. 

L’Abbazia si trova, inoltre, in dialogo con il vicino Eremo di Sant’Onofrio, rifugio prediletto del monaco eremita, abbarbicato sulla roccia e paragonabile ad un nido d’aquila per l’audacia costruttiva; internamente è decorato da affreschi del Duecento e presenta piccole celle utilizzate da Pietro dal Morrone e da uno dei suoi più fedeli seguaci, il beato Roberto da Salle.

Del primo monastero riferibile all’Abbazia non si hanno riferimenti architettonici precisi, mentre è stato possibile ricostruire una sommaria rappresentazione dell’edificazione angioina di fine XIII secolo, di ragguardevoli dimensioni, seppur non imponenti.
 Lo sviluppo più importante è, però, databile al Cinquecento mentre, per ciò che concerne le opere in muratura esterne e una parte dei particolari decorativi e architettonici, ci si deve riferire al Seicento. 

L’intera costruzione abbraccia un’area molta vasta, corrispondente a circa 16000 mq, con uno sviluppo tendenzialmente quadrangolare (116 per 140 metri); il complesso attuale, frutto di una sostanziale ricostruzione avvenuta dopo il terremoto del 1706, è circondato da una possente muraglia rinforzata agli angoli dalla presenza di quattro torrioni ottocenteschi, torri quadre fortemente scarpate; internamente si trova la grande chiesa abbaziale e gli edifici monastici, divisi attraverso tre chiostri. 

Il cortile maggiore, chiamato “cortile dei platani” serve da atrio alla chiesa e funge da nodo distributivo di tutto l’impianto: su di esso si aprono gli splendidi portali in pietra che danno accesso agli altri cortili e agli scaloni monumentali.

Entrando il visitatore viene accolto dalla sorprendente visione della facciata principale della chiesa, di ispirazione borrominiana (richiama San Carlo alle Quattro Fontane), imponente nelle sue linee architettoniche seicentesche e chiusa, alle estremità, da due torri barocche, aggettanti in avanti rispetto al corpo principale dell’edificio, contraddistinto da un alternarsi di concavità e convessità. 

Il fronte, venne realizzato attraverso la felice fusione della pietra calcarea di tipo compatto con quella di tipo breccioso. Gli altri cortili presenti sono quello “dei nobili” che propone un elegante insieme decorativo realizzato in stucco e pietra e quello “del pozzo” che risulta incompleto, con murature prive di intonaco. 

Il semplice interno, inizialmente con pianta a croce latina, fu trasformato a croce greca nel Settecento; probabile la presenza di artisti di origine abruzzese che operarono nel complesso abbaziale, come risulta evidente nel prezioso coro a due ordini di stalli in noce, fastosamente intagliati, ed attribuiti a Ferdinando Mosca. 

Questa opera unisce alla purezza delle linee una grande raffinatezza degli ornati a traforo. Altra splendida opera d’arte è la cantoria d’organo, intagliata magistralmente dal milanese Giovanni Battista del Frate nel 1681 e dorata da Francesco Caldarella di Santo Stefano, in cui si ammirano piccoli paesaggi riferibili ad una possibile ricostruzione storica dell’Abbazia. 

Sul coro, al centro dell’abside, si trova una imponente tela del Seicento, di scuola napoletana, che ritrae la Discesa dello Spirito Santo. Un tempo venivano collocati in questo luogo i ritratti degli Abati generali ma non le loro spoglie che, per consuetudine, erano inumate nella chiesa di Collemaggio all’Aquila, all’interno della quale venne accolto anche il corpo di Celestino V. L’ Abbazia fu sacrario, invece, dei corpi di molti uomini illustri, di generali e uomini d’arme, tra cui Iacopo Caldora, celebre condottiero, la cui tomba andò distrutta nel terremoto del 1676, suo nipote Restaino e il generale Fabrizio Pignatelli. 

La cappella di Restaino e di Rita Cantelmi, detta cappella Caldora- Cantelmi, sorge attigua alla chiesa; al suo interno, entro una nicchia, si trova il monumento funebre realizzato nel 1412 dallo scultore Gualtiero d’Alemagna su commissione di Rita Cantelmo che lo destinò a sé e ai suoi figli, così come indicato nell’iscrizione sulla cornice. 

L’opera è caratterizzata da una parte frontale intagliata vigorosamente con rilievi suddivisi in riquadri, e dalla presenza di una folta schiera di personaggi, scolpiti ad altorilievo; vi è qui rappresentata la testimonianza più schietta della presenza della cultura germanica all’epoca. L’artista che vi lavorò può essere identificato, infatti, con Gualtiero di Monaco, operante nella cattedrale di Strasburgo e nel Duomo di Milano. 

Canale di penetrazione privilegiato della cultura nordica, portatrice di un’arte profondamente religiosa e drammatica, contrapposta al carattere cortese tipico del gotico internazionale, sin dal 1300, furono le Marche. 

L’opera è caratterizzata da una parte frontale intagliata vigorosamente con rilievi suddivisi in riquadri, e dalla presenza di una folta schiera di personaggi, scolpiti ad altorilievo; vi è qui rappresentata la testimonianza più schietta della presenza della cultura germanica all’epoca. L’artista che vi lavorò può essere identificato, infatti, con Gualtiero di Monaco, operante nella cattedrale di Strasburgo e nel Duomo di Milano. Canale di penetrazione privilegiato della cultura nordica, portatrice di un’arte profondamente religiosa e drammatica, contrapposta al carattere cortese tipico del gotico internazionale, sin dal 1300, furono le Marche. 

Il monumento è incastonato in un coevo ciclo di affreschi, sempre commissionato da Rita Cantelmo, in cui sono raffigurati Episodi della vita di Cristo, assegnati dalla critica ad un’interessante figura, nota con il nome di “Maestro della Cappella Caldora”. Enzo Carli li attribuì, invece, a Giovanni da Sulmona, aprendo scenari inaspettati verso i monasteri di Subiaco.

Di notevole importanza diversi ambienti che si aprono all’interno dell’Abbazia, come le gradinate di accesso ai piani superiori, il refettorio, all’interno del quale, in seguito a lavori di restauro, sono emersi interessanti decorazioni a monocromo, opere pregevoli realizzate dal monaco Joseph Martinez tra il 1717 e il 1719, la farmacia con i suoi arredi in legno e la biblioteca, contraddistinta da un elegante colonnato, ma priva, attualmente, dell’originario, ricchissimo, patrimonio librario. 

 La foresteria, un tempo, era particolarmente ampia, dotata di cento stanze, quanti furono i monasteri appartenuti all’ordine; in occasione dei Capitoli Generali, infatti, la Badia Morronese doveva essere in grado di dare ospitalità ai cento priori ed abati della Congregazione. 

Il monastero, nel corso del tempo, subì diverse modifiche, che riguardarono, soprattutto il suo ampliamento, così da soddisfare esigenze mutevoli; il modello di vita benedettina, basato sull’ora et labora, ispirò la concezione e il progetto dei diversi ambienti, concepiti in modo ampio e destinati ad accogliere l’oratorio, il refettorio, la sala capitolare, la biblioteca. 

Furono realizzate, anche, delle stanze da adibire al lavoro artigianale, a dimostrazione dello stretto rapporto che legava l’Abbazia morronese al territorio circostante. Due eventi, in particolare, segneranno i cambiamenti più evidenti effettuati in questo luogo: i terremoti del 1456 e del 1706. 

Quest’ultimo, in particolare, colpì con grande forza Sulmona e danneggiò gravemente il complesso abbaziale che dovette essere restaurato e fortemente rimaneggiato: prima nel 1709 e poi nel 1730, data incisa sull’orologio della chiesa.

Con decreto datato 16 giugno 1807, dopo la soppressione della Congregazione celestiniana, la Badia cadde in declino, divenendo “Real Collegio dei tre Abruzzi”; basti ricordare che, prima di questa soppressione, le entrate del monastero ammontavano a 6000 ducati annui e i monaci erano 80.

Nel 1818 la Badia venne destinata ad Ospizio e nel 1840 a “Real Casa dei Mendici dei tre Abruzzi”; successivamente, nel 1868, fu trasformata in istituto di pena e, solo dal 1993, ne venne dismesso l’utilizzo carcerario grazie alla realizzazione di una nuova casa circondariale. A partire dal 12 marzo 1998 l’edificio religioso entrò a far parte del Demanio dello Stato e fu assegnato al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, oggi Ministero della Cultura. 

Il ricchissimo apparato decorativo appartenuto all’Abbazia andò perso in seguito alle spoliazioni avvenute nel 1868; presso il Museo Civico della Santissima Annunziata di Sulmona  è conservato un gruppo di beni provenienti dalla Badia, tra i quali, degni di nota, sono gli splendidi stalli lignei del 1598, dall’impianto strutturale sobrio ed elegante, testimoni della vivace arte ebanistica presente nel monastero. 

Preziosi intagli arricchiscono e decorano gli stalli, offrendo un repertorio decorativo tipicamente cinquecentesco formato da grottesche, teste animali, grovigli vegetali, tutti realizzati da una sapiente mano artigiana. Altre opere pregevoli, sempre esposte al Museo di Sulmona, sono il San Benedetto di Anthon Raphael Mengs datato 1758, l’Apoteosi di San Pietro Celestino di Giovanni Conca del 1750, e la Santa Caterina e la Santa Lucia attribuite a Giuseppe Simonelli.

L’Abbazia di Santo Spirito al Morrone è legata in modo profondo al suo fondatore, Pietro Angelerio, eremita e poi divenuto papa con il nome di Celestino V. Le tracce del suo passaggio nel Parco Nazionale della Maiella sono, ancora oggi, molto evidenti, grazie alla presenza degli insediamenti monastici ed eremitici ancora perfettamente conservati ed inseriti nel contesto ambientale che mantiene intatte le sue caratteristiche originarie. 

Questa intensa spiritualità, da cui nascono tradizioni e manifestazioni, imprimono in modo impressionante il territorio abruzzese che offre al visitatore che lo desideri, una chiave di lettura forte e profonda. 

Alcuni consigli di lettura da Pillole di Lettura che vi permetterà di integrare le informazioni e contenuti dell'articolo.

 

 

 

 

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