Ci troviamo in provincia dell’Aquila, all’interno di una frazione del comune di Caporciano che conta appena sessanta abitanti; il borgo sorge a pochi chilometri dal Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, vicino alla meravigliosa Piana dei Navelli, cuore medioevale della regione Abruzzo, conosciuta per la produzione di zafferano e per essere territorio incontaminato, ricco di antichi borghi in pietra che custodiscono meraviglie artistiche.
Il piccolo centro, che faceva parte, anticamente, di uno dei complessi monastici più importanti d’Abruzzo, era conosciuto con il nome di “Mamenacus”, toponimo citato nel Chronicon Farfense, storia politica, sociale ed economica di tutta la regione intorno a Farfa, scritta da Gregorio di Catino, monaco benedettino vissuto tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo e operante presso l’Abbazia di Farfa.
Il primitivo monastero, nel X secolo, apparteneva, infatti, all’ordine religioso dei benedettini e dipendeva dall’Abbazia di Farfa; era posizionato, strategicamente, tra la via Claudia Nuova e la via Minucia, lungo il Tratturo Magno, un’antica via di transumanza, la principale, che attraversava l’Italia del centro – sud, di grande importanza per la vita agricola e culturale del passato.
Il monastero aveva una posizione strategica rispetto a questo tratturo, che collegava l’Aquila con Foggia: tale percorso, infatti, nella zona compresa tra San Pio delle Camere e Caporciano subiva una biforcazione e il complesso fortificato, sicuramente molto esteso rispetto ai resti che ci sono pervenuti, assumeva un ruolo fondamentale nel controllo delle greggi in transito. Attraverso l’importante fonte rappresentata dal Chronicon, si è ulteriormente compresa la rilevanza dell’Abbazia di Bominaco intorno all’anno Mille, testimoniata dal fatto che da essa dipendevano i principali centri del territorio come San Pio, Caporciano, Ofaniano, Beffi e Tussio.
Intorno al 1019 il complesso venne donato a Oderisio di Valva (famiglia che risiedeva a Sulmona) e dal 1093 appartenne alla diocesi di Valva (l’attuale Corfinio, denominata Valva nel Medioevo); nel tempo divenne il fulcro di diverse dispute tra i vescovi di Valva e i monaci benedettini di Bominaco, eventi che culminarono nel 1423, quando il monastero fu depredato da Braccio da Montone e, degli edifici architettonici, sopravvissero soltanto la chiesa di Santa Maria Assunta e l’Oratorio di San Pellegrino.
Queste splendide costruzioni religiose rappresentano le due straordinarie testimonianze di quello che, in passato, era stato l’imponente centro culturale, economico e religioso nato nel raggio dell’antica Peltuinum, città fondata dai romani tra I secolo a.C. e I secolo d.C. nel territorio abitato dal popolo dei Vestini e situata tra la Valle dell’Aterno e quella del Tirino.
Sulla sommità di una piccola collina, tra alberi e rocce, ancora oggi, dunque, è possibile ammirare due edifici medioevali di grande bellezza: una è la chiesa dedicata alla Vergine Maria e l’altra è lo splendido Oratorio di San Pellegrino.
La chiesa, databile tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo, presenta un’abside orientata ad est e mostra, intatta, la semplicità tipica delle grandi fondazioni benedettine. L’interno è diviso in tre navate longitudinali che terminano con altrettante absidi semicircolari; di grande interesse l’arredo liturgico che arricchì la chiesa nella seconda metà del XII secolo, grazie all’abate Giovanni, e fra cui spicca, soprattutto, lo splendido pulpito.
Più in basso, rispetto alla chiesa di Santa Maria Assunta, si erge una piccola struttura longitudinale, conosciuta con il nome di Oratorio di San Pellegrino; il suo attuale accesso è costituito dalla monumentalizzazione della sua parete settentrionale attraverso un pronao tardo seicentesco.
Le due costruzioni, che furono oggetto di restauri tra la fine dell’Ottocento e primi del Novecento, sono disposte quasi ad angolo retto tra di loro e non resta altra testimonianza dell’originario complesso benedettino; non è stato possibile ricostruire l’esatta collocazione degli ambienti in quanto l’area è caratterizzata da ingenti salti di quota, rocce che affiorano ovunque, versanti scoscesi, che creano in chi osserva un senso di spaesamento.
La tradizione vuole che l’Oratorio bominacense sia nato sui resti di un tempio pagano dedicato a Venere, ipotesi resa plausibile dalla vicinanza con la città romana di Peltuinum; la datazione della prima edificazione cristiana di questo luogo, invece, presenta due possibili versioni documentate.
La prima è tratta dal Chronicon Farfense, nel quale è scritto che la fondazione sarebbe da attribuire ad Oderisio, in una data vicina all’XI secolo, mentre la seconda, ha come punto di riferimento due iscrizioni presenti nell’Oratorio, una sui plutei e l’altra sull’architrave del rosone posteriore. In questo ultimo caso viene fatto il nome di un re Carlo che si occupò della costruzione del piccolo edificio, identificato con Carlo Magno; se tale ipotesi fosse veritiera la fondazione dovrebbe essere anticipata al IX secolo.
La tradizione racconta che sulla tomba di San Pellegrino, martirizzato in questo territorio tra III e IV secolo, venne creato da Carlo Magno un piccolo oratorio, poi donato all’abbazia benedettina di Farfa, sotto la cui influenza sarebbe rimasto sino agli inizi dell’XI secolo. Questa versione deve però essere messa in discussione, in quanto, era prassi comune del tempo assegnare nobili origini a determinati luoghi per aumentarne il prestigio.
Nessun dubbio, invece, sull’esatta datazione delle iscrizioni sopra citate, risalenti al 1263, quando l’Oratorio venne riedificato per volontà dell’abate Teodino, grazie al cui impegno fu realizzata la magnifica decorazione ad affresco che ancora oggi è possibile ammirare, nello splendore delle sue cromie, sulle pareti del piccolo sacello.
L’antica titolazione a San Pellegrino, santo di origine siriaca, implica nello stesso nome un’idea di movimento, che era la caratteristica principale di questo territorio, attraversato da continui ed incessanti flussi, intanto per motivi commerciali ma, anche, per questioni legate alla spiritualità e alla fede.
Non dobbiamo dimenticare che sin da epoche molto remote, come attestato da Cicerone e da Varrone, questi luoghi costituivano la culla della civiltà agro pastorale che aveva nello svolgimento della transumanza uno dei suoi elementi fondanti; Bominaco si trovava sull’antichissima via dei tratturi, che attraverso gli Appennini conduceva sulle coste adriatiche ed era, dunque, una tappa quasi obbligata per il transito delle greggi che d’estate trovavano refrigerio e cibo in abbondanza negli alpeggi del Gran Sasso, mentre d’inverno migravano verso il Tavoliere delle Puglie.
Tra l’Aquila e Sulmona si svolgevano, poi, fiere del bestiame molto importanti, promosse dall’imperatore Federico II, che costituivano un ulteriore richiamo per un gran numero di persone; la valle dove sorge Bominaco era, dunque, attraversata da pastori con le loro greggi, da mercanti provenienti da ogni parte d’Italia, ma anche da pellegrini diretti verso i grandi centri della fede, come Santiago di Compostela.
Sia viandanti che pastori, necessitavano di punti di sosta e di ristoro che fossero in grado di infondere coraggio e alleviare le fatiche affrontate durante il loro lungo cammino, spesso ostacolato, valicate le montagne, da improvvisi e violenti temporali estivi; proprio all’interno dell’Oratorio, in controfacciata, era stato dipinto un monumentale San Cristoforo, gigante buono invocato per scampare dalla morte durante tutto l’arco della giornata.
Probabilmente la raffigurazione di questo santo era legata alle credenze dei pellegrini e della società agropastorale del tempo, che intratteneva un rapporto molto stretto con le potenzialità taumaturgiche di alcuni santi, invocati in particolari situazioni catastrofiche.
A Bominaco, tutte le storie affrescate, giunte a noi in un ottimo stato di conservazione, erano destinate ad una umanità dotata di fervida fantasia e abituata a narrazioni trasmesse oralmente.
L’Oratorio di San Pellegrino, a navata unica, presenta una pianta rettangolare che si sviluppa in 18 metri di lunghezza e quasi 6 di larghezza; l’ingresso principale è dotato di un vestibolo, di epoca successiva rispetto alla costruzione, a tre fornici frontali, messo in opera con materiali di reimpiego.
L’Oratorio è provvisto di ulteriori due ingressi collocati, uno lungo il lato del perimetro destro, e l’altro, dietro al presbiterio, in posizione opposta rispetto all’ingresso principale. L’accesso presbiteriale è posto ad una quota rialzata ed è collegato alla navata tramite una scala interna, realizzata in pietra, sicuramente per superare il dislivello del terreno; tale ingresso poteva garantire ai monaci, tra le ipotesi avanzate, un collegamento diretto con la vicina chiesa di Santa Maria Assunta.
Forse non costituiva un accesso secondario, infatti la sua importanza è testimoniata da un piccolo rosone, di raffinata ed elegante fattura, impreziosito da trafori tondeggianti scanditi da colonnine con capitelli fitomorfi, in cui appare un’iscrizione relativa all’abate Teodino.
Lo spazio interno è caratterizzato da quattro campate scandite dalla presenza di lesene sulle quali si impostano archi a sesto acuto che fanno da sostegno alla copertura; la zona presbiteriale, riservata al clero officiante, è separata dal resto dell’ambiente, destinato ai fedeli, tramite due splendidi plutei edificati in pietra.
Entrambe queste strutture, con ogni probabilità, costituivano l’iconostasi, parete divisoria di origine bizantina, utilizzata ancora nelle prime chiese cristiane per separare gli spazi dedicati al rito da quelli riservati alla preghiera, oltre ad essere destinata all’esposizione delle immagini sacre.
Queste transenne, raffinate nella lavorazione e nelle scelte decorative, raffigurano due immagini feromorfe: un grifone alato che beve da una coppa, con le zampe anteriori di un rapace e le posteriori, insieme all’intero corpo, di un felino, ed un drago alato con la coda avvolta in spire.
Le figure mitologiche appena descritte, molto rare nella loro iconografia, inquadrate da un ricco fregio a motivi geometrici, appartengono ad un repertorio che attinge all’ambiente benedettino; assonanze in questi motivi come, anche, nei temi rappresentati negli affreschi, quali la Salvezza delle Anime, il Giudizio Universale, Storie dell’Antico Testamento e l’Apocalisse, sono riscontrabili, in una costruzione lombarda, e cioè, la chiesa romanica di San Pietro al Monte.
Ricchissima la decorazione affrescata, realizzata sotto l’abate Teodino entro la prima metà del XIII secolo, una delle più importanti del medioevo abruzzese; gli affreschi sono disposti su tre ordini, tre fasce sovrapposte, con scene divise attraverso motivi decorativi differenti tra di loro.
La parte superiore della prima campata presenta, in senso longitudinale, motivi geometrici di colore chiaro su fondo blu, quasi un cielo stellato; la copertura della seconda campata è impreziosita da motivi circolari al cui interno compaiono figure floreali e geometriche di cromia molto vivida.
Continuando nella zona presbiteriale, la vela della terza campata, è arricchita da una complessa decorazione bicromatica e l’ultima parte, vicina all’ingresso opposto a quello principale, nella copertura sommitale reca un motivo a elementi cruciformi, in cui si alternano il rosso, il verde, l’azzurro e il giallo. Alcuni studiosi hanno accostato la ricchezza di tale sofisticato apparato decorativo alla produzione romana coeva, in special modo agli affreschi della Cappella Gotica presente ai SS. Quattro Coronati al Celio.
Appena entrati all’interno dell’Oratorio di San Pellegrino si possono ammirare, sulla sinistra affreschi che raffigurano l’Inferno e, sulla destra, rappresentazioni del Paradiso; non si tratta di un vero e proprio Giudizio Universale ma di una sequenza di fregi in cui manca l’idea del movimento, e in cui viene descritto il destino dell’uomo in attesa del verdetto finale.
Nella bolgia infernale vi è un susseguirsi di luoghi dove le anime subiscono le punizioni per i diversi peccati commessi, secondo un modo di concepire l’aldilà arcaico, tipico del monachesimo.
Nota particolare è costituita dal fatto che quasi tutti i dannati sono donne, così come concepivano la donna i monaci e, cioè, strumento prediletto del demonio, la “Lira”del diavolo. Sulla parete opposta è rappresentato il Paradiso: ecco apparire San Pietro, i tre Patriarchi ovvero Abramo, Isacco e Giacobbe che rappresentano il cosiddetto “seno di Abramo”, luogo che precede il giudizio delle anime affidato a San Michele, che reca quali attributi, il globo e la bilancia. Sull’attuale controfacciata si stagliano un gigantesco San Cristoforo, nell’atto di attraversare un fiume con in braccio un bambino, forse Gesù, Sant’Onofrio, ed un piccolo San Francesco, privo di stimmate.
Tre personalità differenti sembra abbiano lavorato agli affreschi, trattando temi specifici desunti dall’Antico e dal Nuovo Testamento, tra i quali l’Infanzia e la Passione di Gesù, raffigurate a partire dall’attuale controfacciata, e il destino della anime dopo la morte; sulle pareti dell’edificio furono, inoltre, dipinte le storie di un santo “PEREGRINUS”, il cui nome è scritto in lettere gotiche su una fascetta posta in alto, all’interno della prima delle sei scene che narrano della sua vita, collocate nella seconda campata.
Riguardo ai numerosi profeti, l’ideatore del programma ne dispose molti lungo il perimetro dell’intero edificio: nella volta della terza campata vi sono, su entrambi i lati, due sequenze di profeti o di personaggi assimilabili a profeti, accompagnati da iscrizioni tratte dall’Antico Testamento, mentre ulteriori quindici tondi, contenenti busti di profeti, compaiono nella quarta campata.
Molto interessante è la raffigurazione del calendario che si sviluppa su entrambe le pareti della terza campata; i Mesi sono indicati attraverso un riquadro a dittico, all’interno di una disposizione nella quale, sotto due arcatelle trilobate, il mese, simboleggiato da un personaggio, è affiancato da una pagina, recante l’annotazione di tutti i giorni del mese, indicati da lettere maiuscole dalla A alla G, e delle corrispondenti festività religiose.
In alto è posta l’indicazione delle varie fasi lunari e il corrispondente segno zodiacale; le personificazioni dei Mesi, così come accade per tutto il Medioevo, sono raffigurate nell’atto di compiere le attività proprie del mese rappresentato.
Molti studiosi hanno evidenziato, come sia forte per queste iconografie, l’influenza di modelli bizantino – federiciani, riconducibili ai codici miniati; lo stile espresso nella raffigurazione dei Mesi, infatti, per eleganza, precisione nel rendere i particolari, fantasia, si avvicinava molto allo stile dei codici.
E’ noto come la corte di Federico II rappresentasse un luogo di fusione della tradizione classica con modi orientali e nordici contemporaneamente.
Una parte della critica ha proposto il nome dell’abate Berardo (ante 1223 – post 1233), quale responsabile dell’architettura e delle pitture dell’Oratorio di San Pellegrino; la sua autorevolezza derivatagli dai rapporti intrattenuti con papa Gregorio IX, del quale era delegato per ragioni di giurisdizione territoriale, potrebbe avvalorare l’ipotesi che egli avesse chiamato uno o più pittori da Roma, al fine di affrescare una nuova struttura architettonica con funzioni monastiche, forse una Sala Capitolare, corrispondente all’Oratorio che conosciamo oggi.
In questo modo l’abate committente, chiamò a lavorare tra le montagne abruzzesi un artista che diede vita ad una maniera di raccontare il sacro del tutto inedita in quei luoghi, della quale non vi sono altre tracce nella regione, eccezion fatta per le pitture della chiesa di Santa Maria ad Cryptas a Fossa, realizzate molti decenni dopo.
Il pittore che lavorò a Bominaco scomparve poi dalla scena abruzzese per tornare a Roma, lasciando cadere nell’oblio le meravigliose pitture appena descritte, uno scrigno prezioso, riscoperto soltanto nell’Ottocento.
Non manca anche in questo articolo alcune informazioni di tipo turistico alla scoperta di una regione italiana che fa parlare poco di se ma che ha tanta ricchezza,
Stiamo parlando della regione Abruzzo
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