Dalla Valle dello Starcia lo splendore dell’Abbazia di Sant’Antimo

La splendida Abbazia benedettina di Sant’Antimo, complesso monastico tra i più importanti del romanico toscano, domina con il candore delle sue architetture la Valle dello Starcia.

 Questa bellissima valle prende il suo nome dal torrente che l’attraversa andando, poi, a confluire nel fiume Orcia. Ci troviamo proprio sotto il borgo di Castelnuovo dell’Abate, all’interno del Comune di Montalcino che dista appena 10 chilometri, in provincia di Siena.

Chiunque giunga in questo luogo rimane colpito dal silenzio, dalla quiete e dal misticismo che emana l’abbazia, la quale si erge maestosa,  al centro di una valle verdissima, disseminata di ulivi e di cipressi. Secondo un’antica tradizione la fondazione del complesso abbaziale risalirebbe a Carlo Magno; egli, nel 781, tornando da Roma attraverso la grande arteria di comunicazione creata dai Longobardi che toccava anche il Monte Amiata, fu costretto a fermarsi nella Val di Starcia, poco lontana dalla Via Francigena, a causa di una epidemia di peste che aveva colpito il suo esercito e la sua corte. 

Dopo aver intensamente pregato gli apparve un angelo che gli disse di salire sul monte vicino, lanciare uno strale e bruciare l’erba nel punto esatto dove fosse atterrato; l’erba bruciata, ridotta in polvere doveva essere mescolata al vino e data da bere agli ammalati. L’erba così ottenuta, ribattezzata carolina, miracolosamente, guarì le persone colpite dalla tremenda malattia. 

L’imperatore, secondo quanto attestato dal gesuita e storico fiammingo Johannes Bollandus negli Acta Sanctorum, aveva ottenuto da papa Adriano I, durante il suo soggiorno romano, il corpo di Sant’Antimo e parte di quello di San Sebastiano, protettore contro la peste e terzo patrono di Roma, dopo Pietro e Paolo. Fu così, che in segno di ringraziamento per il miracolo ricevuto, Carlo Magno decise di far erigere un’abbazia in quel luogo e di intitolarla ai Santi Antimo e Sebastiano; la doppia titolazione sarebbe scomparsa nel corso del XII secolo, rimanendo la chiesa consacrata al solo Sant’Antimo.

Tale affascinante versione, in cui si afferma che lo splendido monastero fu creato come ex voto del primo imperatore del Sacro Romano Impero, ritenuta spesso soltanto una storia medioevale, ha trovato una qualche conferma nel diploma imperiale di Enrico III,  datato 17 luglio 1051, all’interno del quale viene dichiarato che l’edificio religioso sarebbe sorto per esplicita volontà di Carlo Magno.

Alcuni studiosi sostengono, invece, che il nucleo originario dell’intera costruzione fosse  rappresentato da un piccolo oratorio fatto costruire sul luogo in cui, nel 352, era stato martirizzato il diacono aretino Antimo; in precedenza, proprio in quella zona, era stata edificata una villa romana, come testimoniato dai resti rinvenuti nei dintorni dell’abbazia. La costruzione di un primo monastero, tralasciando la tradizione legata alla figura di Carlo Magno, è legata all’iniziativa dei Longobardi, che nel 770 affidarono il compito all’abate benedettino Tao. 

La presenza di grandi quantità di acqua nella Val di Starcia, ricca di torrenti e di una sorgente, esistente ancora oggi e chiamata “Acqua Arcangela”, fu con ogni probabilità determinante nella decisione di costruire un monastero, che sarebbe divenuto punto di riferimento per i numerosi pellegrini diretti verso Roma.

Il complesso abbaziale sorto nell’VIII secolo era molto differente dall’odierno che è caratterizzato da forme architettoniche sicuramente più monumentali; dell’antico impianto permangono, ancora oggi, la cripta posta al di sotto della sacrestia e l’abside superiore. 

L’interesse mostrato da molti imperatori verso la comunità monastica originatasi in Val di Starcia è confermato dai diversi diplomi emanati; essi elargivano importanti privilegi ed immunità agli abati i quali, si erano occupati, nel corso del tempo, di dirigere le diverse attività del monastero. 

L’esistenza del complesso architettonico è attestata, con sicurezza, a partire dagli inizi del IX secolo, così come confermato dal più antico diploma imperiale giunto sino a noi, conservato presso l’Archivio di Stato di Siena. 

Il diploma venne concesso nell’814 da Ludovico il Pio, quarto figlio legittimo di Carlo Magno, all’abate Apollinare; nel prezioso documento sono elencate le numerose proprietà donate dall’imperatore all’abbazia, che arrivavano sino alla costa tirrenica, e viene fatto divieto assoluto di molestare l’abate. 

Nell’Alto Medioevo, Sant’Antimo divenne una Reichsabtei, abbazia imperiale del Sacro Romano Impero, grazie ai privilegi e alla protezione garantita dagli imperatori contro le mire e le usurpazioni spesso attuate dai signori dei feudi vicini; l’abate venne autorizzato a rivestire il titolo, molto prestigioso, di Conte Palatino. 

Nel tempo la potenza dell’Abbazia crebbe grazie, anche, al favore e alle agevolazioni concesse dal papato così come evidenziato da diverse bolle papali: quella promulgata da Giovanni XV nel 992, quella di Anastasio IV nel 1153 e quella di Onorio III nel 1216.

Attraverso questi pochi documenti giunti sino a noi, possiamo apprendere che l’abate godeva di piena autorità ed era libero di operare in perfetta autonomia, senza dover soccombere alla volontà di marchesi, visconti, castaldi; nessuno, dunque, tranne il pontefice, poteva mettere in atto alcun tipo di imposizione sull’Abbazia di Sant’Antimo. 

La protezione assoluta concessa da imperatori e pontefici spiega, chiaramente, la potenza esercitata, nel corso degli anni, dalla comunità benedettina; l’abate che ne aveva il governo  usufruendo, anche, delle rendite derivate dalle diverse proprietà, esercitava la giurisdizione spirituale e temporale sui possedimenti e sulle chiese disseminati tra Lucca, Pistoia, Chiusi, Grosseto, Siena, Pisa e Firenze. 

L’Abbazia nel 1118 ottenne una donazione davvero importante da parte del conte Bernardo degli Ardengheschi il quale lasciò in eredità, alla comunità di Sant’Antimo, il suo enorme patrimonio. 

Era questo un periodo in cui ricche donazioni venivano destinate, in prevalenza, ad altri ordini religiosi come Cistercensi, Camaldolesi, Vallombrosani che attiravano un maggior numero di vocazioni; nonostante questo l’abate Guidone, decise di intraprendere, grazie al generoso lascito, una campagna di interventi atti a costruire una nuova chiesa che fosse degna di rappresentare un’abbazia imperiale. 

In Val di Starcia giunsero architetti italiani e francesi che progettarono e realizzarono un vero capolavoro dell’arte romanica, distinto dagli altri che erano fioriti in Italia e Europa occidentale, in quanto influenzato da maestranze transalpine.

L’opera portata a termine fin oltre la metà del XII secolo e che dunque interessò anche  gli abati Ugo e Guglielmo, successori di Guidone, si attuò attraverso un progetto molto ambizioso; vennero impiegati, per la costruzione dell’edificio, alabastro e travertino, preziosi materiali estratti dalle vicine cave di Castelnuovo dell’Abate. Una chiara testimonianza del legame tra i beni lasciati dal conte Bernardo e l’edificazione della splendida ed imponente badia, si trova sui gradini dell’altare maggiore sui quali è posta una epigrafe latina, una sorta di “charta lapidaria”, in cui è inciso il testo della pergamena redatta in occasione della donazione.

Questo periodo di estremo splendore dell’abbazia perdura sino all’occupazione senese di Montalcino, il cui castello, dal quale era possibile controllare le vallate dell’Ombrone, dell’Asso, dell’Orcia, la Maremma e la fondamentale Via Francigena,  per oltre un secolo, era stato una delle numerose proprietà appartenute alla comunità religiosa. Nel corso del Duecento, dunque, inizia un lento ma inesorabile declino per Sant’Antimo, che culmina il 12 giugno del 1212 con la cessione al podestà di Siena, Guido di Ranuccio di Orvieto, della quarta parte del castello, compreso il poggio sul quale era stato costruito.

Niccolò IV nel 1291 affida il complesso monastico ai Guglielmiti del monastero di Castiglion della Pescaia, ritenuti “uomini fervidi per pietà, contemplazione e castità”. 

Nel 1462 papa Pio II Piccolomini decide la soppressione dell’abbazia e ne affida i beni alla diocesi di Montalcino e Pienza; negli anni a seguire la famiglia Piccolomini cerca di salvaguardare l’edificio religioso dall’incuria, con interventi di restauro e conservazione  che difendono la struttura dai vari influssi artistici, e ne mantengono intatti gli stilemi architettonici di età romanica. 

Intorno al 1870, dopo un lunghissimo periodo di totale abbandono e disinteresse, l’abbazia entra in possesso dello Stato e inizia un lunga campagna di restauri, composta da sette interventi distinti tra di loro  protrattisi dal 1872 al 1895, grazie ai quali la chiesa viene riportata alle sue meravigliose forme architettoniche.

L’Abbazia di Sant’Antimo è il frutto di quattro distinte fasi costruttive, che possono essere riassunte nel seguente modo: la fondazione in età longobarda, la ricostruzione in epoca carolingia, una riedificazione in età ottoniana e, infine, il grande cantiere del XII secolo. 

Quest’ultimo  la trasformò in una splendida badia, probabilmente ispirata all’immensa chiesa abbaziale di Cluny, in Francia, il cui modello, che presentava un ampio sviluppo della zona presbiteriale, con deambulatorio, sarebbe stato di grande ispirazione in architettura. A Sant’Antimo la pianta basilicale è, infatti,  conclusa da un grande deambulatorio con cappelle radiali, accostabile, più in generale, alla planimetria adottata in  molte chiese di pellegrinaggio francesi. 

 La pratica dei pellegrinaggi verso i santuari che custodivano preziose reliquie, nel corso dell’XI secolo, prende grande slancio e diviene un fenomeno sociale di grandissima portata; le principali vie di pellegrinaggio conducevano al sepolcro di Cristo a Gerusalemme, alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma, e a quella di Giacomo a Compostela, in Galizia. 

Accanto a questa pratica, molto diffusa tra gli uomini del Medioevo, che la mettevano in atto, spesso, per assicurarsi la benevolenza delle divinità e dei santi, si diffonde, parallelamente, uno straordinario interesse rivolto alle attività  artistiche, che favorisce i contatti tra maestranze operanti in luoghi diversi e distanti tra di loro. 

Il fenomeno più interessante è legato al diffondersi di un particolare tipo di pianta nelle grandi chiese di pellegrinaggio, legato, in particolar modo, al grande afflusso di masse di viandanti, con conseguente sviluppo degli spazi ed eccezionale ampiezza del deambulatorio, dotato di cappelle radiali adibite alla custodia delle reliquie.

L’ingresso dell’Abbazia di San Antimo è orientato ad ovest, mentre l’abside e l’altare sono ad orientem dove sorge il sole e verso Gerusalemme, città da cui ha avuto origine Cristo, vero sole. La facciata si presenta ancora oggi incompleta, così come appariva nel XII secolo, a lavori terminati. Il progetto iniziale avrebbe previsto un portico di cui si intravedono, attualmente, alcuni archi e due portali gemini, elementi caratterizzanti le chiese che sorgevano lungo le vie di pellegrinaggio. 

La presenza di due portali avrebbe permesso ai pellegrini di entrare da un ingresso, percorrere le navate laterali, attraversare il deambulatorio e uscire senza recare disturbo alle funzione religiose. 

Tutto questo non venne mai realizzato e, oggi, nella facciata è inscritto un unico portale con architrave in cui è scolpito l’albero della vita; nella parte inferiore dell’architrave, un’iscrizione reca il nome di Azzo dei Porcari, originario di Lucca, definito “auctor previus” dell’edificio. Secondo alcuni studiosi quest’uomo, entrato da giovane in monastero, ne divenne decano; ricoprendo tale ruolo fu colui che amministrò la fabbrica della chiesa e, date le sue nobili origini, con ogni probabilità fornì una cospicua donazione all’abbazia. 

All’interno, appena varcata la soglia, si trovano due grandi leoni stilofori, che un tempo dovevano trovarsi in un protiro esterno alla chiesa; il leone simboleggia una delle 12 tribù di Israele, quella di Giuda, da cui, secondo le Sacre Scritture, discende Gesù. 

Colonne alternate a pilastri dividono la navate centrale da quelle laterali; gli elementi di derivazione francese sono rappresentati dal deambulatorio con cappelle radiali, dalla copertura delle navate laterali con volte a crociera e dal matroneo con le finestre a bifora. Quasi alla fine dei lavori di edificazione, a metà del XII secolo, cominciò ad operare all’interno del cantiere la celebre bottega del Maestro  di Cabestany, autore di uno splendido capitello, realizzato sulla seconda colonna di destra e rappresentante Daniele nella fossa dei leoni, racconto tratto dal libro VI del profeta Daniele. 

Questo artista proveniva, quasi sicuramente, dalla regione dei Pirenei e scolpì diverse opere, almeno venti, sparse tra la Linguadoca, la Catalogna e la Toscana; egli lavorò, insieme alla sua bottega, per diverse comunità benedettine dando vita ad opere contraddistinte da grande minuziosità dei particolari e realizzate, spesso, attraverso l’utilizzo della tecnica del bassorilievo, mutuata dalla scultura romana.

Nel capitello di Sant’Antimo, la figura del profeta Daniele risulta essere il fulcro della composizione rivolta verso la navata centrale, animata dalla grande esuberanza della decorazione plastica che riveste anche il sovrastante abaco, realizzato in alabastro, e in cui sono rappresentati draghi e mostri che simboleggiano il male sconfitto dal Cristo risorto. Intorno al profeta, in un groviglio di corpi e criniere che convergono verso di lui, i leoni, invece che divorarlo, si prostrano mansueti. 

Tutte le figure mostrano una grande vigoria, ottenuta attraverso una tecnica straordinaria, tormentata, che intaglia con maestria le superfici. Tutti i capitelli della chiesa sono esempi di eccelsa qualità nell’ambito della scultura romanica e vennero decorati, oltre che da scene bibliche, anche da motivi geometrici, vegetali o animali.

L’altare maggiore si eleva al di sopra della cripta che è, probabilmente, ciò che rimane dell’antico oratorio, dove un tempo si trovavano le reliquie di Sant’Antimo. I lavori di costruzione del complesso presero avvio dalla zona absidale, dove furono impiegate raffinate soluzione decorative e materiali di grande pregio, costituiti da blocchi di travertino locale. 

La facciata venne conclusa, invece, per ultima, quando le casse del monastero erano quasi esaurite; per questo  non fu mai realizzato il portico, che avrebbe dovuto inquadrare i due portali d’ingresso originariamente previsti, e dei quali fu portato a compimento soltanto uno.

Splendido il crocifisso ligneo che si erge sull’altare, databile tra la fine del XII  e gli inizi del XIII secolo la cui iconografia è influenzata dallo stile della scultura borgognona. L’opera, scolpita in un unico blocco di legno, si colloca in una fase di passaggio tra il Christus triumphans, che non reca particolari segni di sofferenza, tipico delle rappresentazioni altomedioevali, e il Christus patiens, in cui sono più evidenti i segni della passione. 

Un tempo sul fianco meridionale della chiesa si trovava il chiostro, intorno al quale  erano stati edificati tutti gli edifici che costituivano il complesso abbaziale; Sant’Antimo presentava, dunque, una planimetria che ricalcava perfettamente le caratteristiche che accumunavano tutti i monasteri benedettini d’Europa. Attualmente del chiostro, luogo della meditazione e del silenzio,  rimangono soltanto alcune tracce della muratura che lo cingeva e una parte degli ambienti che vi si affacciavano.

Sul lato orientale, a partire dalla chiesa, sorgevano: la Cappella Carolingia, che corrisponde all’attuale Sacrestia, con la sottostante Cripta, la Sala del Tesoro, la Sala Capitolare e lo Scrittorio. Una piccola scala, posta sul lato orientale del chiostro, conduce alla Cripta Carolingia, edificata, insieme alla Cappella Carolingia, nell’ XI secolo. 

Questo luogo, mistico e silenzioso, rappresenta uno dei primi esempi di cripta ad oratorio ed  è costituito da una stanza, con due piccole absidi, rivolte una ad occidente ed una ad oriente; in quest’ultima si apre un’unica finestra circolare da dove filtra la luce. Il campanile è frutto di una ricostruzione avvenuta nel XII secolo, parallelamente a quella della chiesa; la struttura è suddivisa in quattro ordini da quattro cornici, decorate da una fascia di archetti pensili. Il fatto che testimonia la contemporaneità della costruzione di campanile e chiesa è la presenza delle sculture nel primo ordine, stilisticamente affini a quelle realizzate nell’abside interno.

Le mura della splendida Abbazia di Sant’Antimo, oltre a costituire uno dei più significativi capolavori dell’architettura medioevale, rappresentano un inno di lode al Signore; l’arte si fa espressione perfetta della grande ed intensa spiritualità monastica benedettina

 

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