Il borgo si affaccia sulla meravigliosa pianura umbra e la campagna circostante è ricca di oliveti secolari, dai cui frutti si ricava un olio pregiato e di elevatissima qualità; è questa una tappa obbligatoria per chi vuole conoscere davvero la regione, essendo situata a pochi chilometri da Perugia, Assisi e Spoleto.
Fondata dagli antichi Umbri, nel primo secolo Spello divenne colonia romana con il nome di Hispellum; fu Augusto a dichiararla “Splendidissima Colonia Julia”.
Passeggiando tra i suoi caratteristici vicoli, che in estate si colorano di fiori variopinti, tra le case costruite con la pietra rosata tipica del vicino Monte Subasio, ci si accorge dei segni lasciati dalla dominazione romana e da quella longobarda.
Successivamente alla caduta dell’Impero Romano, infatti, Spello venne distrutta dai Goti di Totila per entrare a far parte del Ducato Longobardo di Spoleto.
La cinta muraria che circonda Spello, una delle strutture fortificate romane meglio conservate in Italia, fu costruita tra il 30 e il 20 a.C. per volere dell’imperatore Augusto e restaurata in epoca tardo antica. Lungo le mura si conservano oggi tre posterule, passaggi pedonali tra interno ed esterno, e, cinque splendide porte romane; nella parte meridionale si trovano Porta Venere, porta Urbica e Porta Consolare, mentre presso la Rocca si aprono la Porta di Augusto e la Porta dell’Arce.
Quest’ultima, tra le più antiche della cittadina, venne realizzata con blocchi quadrangolari di arenaria bianca commessi a secco; si raggiunge salendo Via dei Cappuccini, e una volta oltrepassata, si accede ad un bel prato terrazzato posto al termine della strada, da dove è possibile ammirare una magnifica vista della Valle del Topino e di Assisi.
Dal XII secolo il borgo divenne Comune indipendente ed iniziò a vivere un’intensa attività artistica che si protrasse anche nei secoli a seguire, arricchendosi di capolavori rinascimentali grazie alle opere realizzate da alcuni tra i massimi esponenti delle pittura umbra del Quattrocento e cioè Perugino e Pinturicchio.
Oggetto di questo articolo sono gli affreschi firmati e realizzati da quest’ultimo, fra il 1500 e il 1501, nella Cappella Baglioni all’interno della Collegiata di Santa Maria Maggiore, commissionatigli da Troilo Baglioni, colui che, già priore della Collegiata, da li a poco sarebbe divenuto vescovo di Perugia.
Bernardino di Betto Betti, nato a Perugia intorno al 1452, è universalmente conosciuto con il nome di Pinturicchio (piccolo “pintor”, ovvero pittore), in riferimento alla sua corporatura minuta. Pinturicchio non si deve considerare quell’artista facile, senza problemi, quell’inventore di belle favole colorate, capace di riempire metri quadrati di parete, così come stabilì buona parte della critica, ma in realtà è una figura molto più sfaccettata e complessa.
Egli, rispetto a Pietro Perugino, artista più interessato ad imprimere una sua cifra stilistica ai lavori compiuti, tendeva a voler dare un risultato unitario alle opere realizzate.
Poco conosciuta è l’attività di Pinturicchio prima del 1480, data cruciale nella biografia dell’artista umbro, in quanto fu chiamato a Roma dal Perugino, che probabilmente aveva avuto modo di apprezzarne le qualità nei suoi soggiorni a Perugia, qualità come la rapidità di esecuzione e la grande resistenza al lavoro.
Perugino aveva ottenuto un ruolo importante nella incipiente decorazione della Cappella Sistina, iniziando ad affrescarla, partendo dalla parete di fondo che poi sarebbe stata distrutta per far posto al Giudizio Universale di Michelangelo.
Grazie alla partecipazione all’impresa decorativa più importante della città papale, che ne avrebbe trasformato il volto, Bernardino divenne uno dei pittori più richiesti dalla committenza romana.
Non mi dilungherò sui numerosi cicli affrescati a Roma, che culminarono e si conclusero negli Appartamenti Borgia, con l’elaborazione di un complesso programma iconografico progettato per Alessandro VI , tra il 1492 e il 1494, di cui l’artista fu più ideatore e impresario che realizzatore effettivo; in realtà le grandi doti pittoriche del Pinturicchio emersero con maggiore forza solo in seguito al suo ritorno in patria, nel 1495, quando la sua partecipazione ai diversi cantieri divenne assidua e consistente.
Spello rappresentava la capitale dei possedimenti della famiglia Baglioni, originaria di Perugia, che dal XIV secolo aveva stabilito un legame molto stretto con questo luogo, tanto da tramutarlo in una propria “signoria”.
Fu così che sul finire del XV secolo Troilo Baglioni, come atto di munificenza in occasione della sua nomina a priore della Collegiata di Santa Maria, decise di affidare al Pinturicchio la decorazione della Cappella Bella; questa impresa decorativa, insieme agli affreschi della sala dell’Udienza nel Collegio del Cambio , eseguiti da Perugino nel 1500, e alla cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto, opera realizzata da Luca Signorelli tra il 1499 e il 1503, può essere considerata uno degli apici del Rinascimento umbro.
All’interno della Cappella, dove il filo conduttore si svolge seguendo un discorso lineare, semplice, accessibile a tutti, entro uno spazio quadrangolare coperto da una volta a vele, l’artista dipinse a sinistra l’Annunciazione, al centro l’Adorazione del Bambin Gesù e l’arrivo del corteo dei Magi e a destra la Disputa tra i dottori del Tempio, occupando tre pareti in quanto la quarta destinata ad ospitare l’arco di ingresso; sulla volta le Quattro Sibille (Tiburtina, Eritrea, Europea e Samia).
Un grande artista come il Pinturicchio, il quale dopo le imprese romane aveva acquisito una enorme erudizione antiquariale, che aveva intrecciato, nelle sale dell’Appartamento Borgia, immagini sacre e simboli pagani, che aveva più volte rappresentato draghi, mostri, semidei, poteva facilmente affrancarsi, ora, dall’ambiente umanistico locale e rivendicare una profonda autonomia.
Nella Cappella Baglioni, ancora una volta, il tema affrontato è quello che gli eventi fondanti del Cristianesimo (Concepimento, Natività ed Epifania di Cristo, qui rappresentati dall’Annunciazione, dall’Adorazione dei Magi e dei Pastori e dalla Disputa nel Tempio) trovino una anticipazione nelle profezie delle Sibille, di cui Bernardino conosceva perfettamente il repertorio e da cui parte la narrazione.
Le Sibille, pur ricalcando le idee di Pinturicchio, (manifestano infatti una sostanziale affinità con le Arti Liberali dell’Appartamento Borgia e seguono un programma iconografico certamente ideato dall’artista), probabilmente furono eseguite da un suo collaboratore, Giovan Battista Caporali; grande vivacità, fantasia e freschezza caratterizzano le decorazioni a grottesche dei quattro fascioni, che nascono dagli angoli della Cappella per ricongiungersi al centro.
Nei punti di innesto sono posizionati, con straordinaria fantasia e inventiva, spinosi nidi di uccello, che ben introducono la ricchezza decorativa dei fascioni, in cui sono rappresentate candelabre, viluppi di vegetali, figure bizzarre e mostruose, con sembianze a metà strada tra l’umano e il ferino.
Largamente autografa è la prima scena del ciclo, prima non in senso cronologico, quella con “L’Annuncio a Maria”, dove si susseguono episodi di grande livello esecutivo; la sconfinata erudizione antiquaria di Bernardino è presente, ancora una volta, nelle decorazioni dei pilastri che sostengono le volte e nel pavimento ad intarsi marmorei. Inserito entro un finto quadro il magnifico autoritratto del pittore è contornato da oggetti che esaltano la sua colta professionalità: i libri, il calamaio e la candela sono simboli dell’impegno intellettuale che dovrebbe accompagnare ogni artista.
L’interno, realizzato con grande senso della prospettiva, ci mostra la Vergine e l’Angelo Annunciante in scala monumentale, separati da un leggio che sembra preso in prestito da un coro monastico; alle loro spalle appare un paesaggio affollato da deliziose scene di genere, degne di un pittore olandese del Seicento.
Sotto un pergolato, davanti ad un’osteria, ecco apparire la corte di un prelato, seduta a tavola, che scambia consigli con un opulento oste, il quale ha in spalla una tovaglia a frange; un cane, agile e smilzo, simile ad un levriero, sta reclamando un boccone.
Altri personaggi sono una donna che attinge acqua da un pozzo, due curiosi che osservano a distanza e, poco oltre, un contadino che spinge un asino e un mendicante seduto sul bordo della strada. In contrasto con questo ambiente bucolico, vi è lo scontro tra due opposte fazioni che cercano di contendersi la città sullo sfondo, identificata con Spello.
Le lotte rappresentate alludono ai cruenti combattimenti che, nella realtà, avvenivano in territorio spellano, posto al confine tra possedimenti perugini e possedimenti folignati.
La scena successiva è quella che rappresenta la “Natività”; la storia affrescata non è quella tratta dai Vangeli canonici, che ambientano la nascita di Gesù a Betlemme, ma la versione tratta dal Vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo e dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. Ambedue le fonti sono concordi nel collocare il parto di Maria al di fuori della città, in una grotta secondo lo Pseudo Matteo, sotto una tettoia adibita a stalla, secondo la versione di Jacopo da Varazze.
All’interno della scena vi sono anche riferimenti alla Crocifissione, intanto nei segni della Passione presenti sul velo che l’angelo ha posto sotto il corpo di Gesù e, poi, nella posizione incrociata, apparentemente con casualità, di due tronchi di legno davanti la capanna.
Quest’ultima è quasi distrutta e simboleggia il paganesimo ormai al tramonto; sono ancora intatti due pilastri che, però, stanno per essere avvolti dall’edera a significare l’avvento di una nuova era, quella cristiana, annunciata dall’arrivo sulla terra del Salvatore, e dal canto degli angeli.
Anche la parete di sinistra sta per crollare e sulle rovine svetta vittorioso il pavone, uccello incorruttibile, che rappresenta la Resurrezione. Molto interessante ed originale è il gruppo dei re Magi, giovani uomini del Rinascimento riccamente vestiti; alcuni rappresentano perfettamente l’impegno dell’artista nell’imprimere carattere ai suoi personaggi.
Leggiadri e soavi sono coloro che cavalcano bruni destrieri, malinconico ed elegante è il mago che mostra il contenuto dell’ampolla, indolente è il paggio che si appoggia mollemente al cavallo bianco. Ma i brani di pittura più magistrali sono i ritratti dai pastori venuti in adorazione del Bambino: rappresentazione di un’umanità emarginata, le cui brutture vengono descritte, con spietato realismo, dal Pinturicchio.
Ecco in primo piano lo scemo del villaggio, a cui mancano i denti, un anziano che porta le uova e serra la bocca per nascondere le gengive sgangherate, il pastore con la barba incolta e i capelli in disordine. La primavera intorno esplode in tutta la sua bellezza: vi sono pioppi, roverelle, alberi tipici della campagna umbra, cipressi, fichi, ma anche candidi gigli e rose, in un tripudio di colori. Gli animali presenti vengono indagati ognuno nel suo specifico carattere: il bue e l’asino, mansueti osservano la scena, una grande capra protesta ma è afferrata per le corna da un pastore, il levriero mostra con eleganza il suo profilo.
Altre piccole scene di vita quotidiana sono ritratte con maestria dal pennello dell’artista: il pescatore nell’atto di immergere la lenza, un asino che stenta ad attraversare un ponticello, due cacciatori raffigurati nell’atto di tendere la trappola.
I veri protagonisti della scena, la Vergine Maria e San Giuseppe, sono brani di pittura altrettanto alti, colti nel momento intenso della riflessione sul mistero a cui stanno assistendo.
La “Disputa di Gesù con i dottori” presenta i diversi personaggi inseriti entro due scatole prospettiche: la prima è quella che contiene Gesù e una animata compagnia, formata da mercanti, artigiani e nobili, la seconda, più elevata, è determinata dalle direttrici prospettiche del pavimento che convergono e culminano nel Tempio di Salomone.
Alcune figure non vennero qui realizzate dal maestro ma, forse, da Eusebio da San Giorgio, suo collaboratore a Spello; il Pinturicchio interviene di sua mano, sicuramente nei personaggi posti a destra di Gesù, come nel ritratto di Troilo Baglioni, l’uomo vestito di nero dal volto raggrinzito, ma anche nell’uomo che gli sta accanto, probabile tesoriere dell’opera, fine ed elegante nei tratti, e, inoltre, nei due fanciulli in primo piano, dai gesti dolci ed affettuosi.
Il giudizio negativo riservato al Pinturicchio dal Vasari all’interno delle sue Vite, e il silenzio che l’aretino inflisse alla splendida Cappella Baglioni, confessando in questo modo la volontà di infliggere una sorta di damnatio memoriae all’artista, odiatissimo per aver osato , sempre secondo il Vasari, utilizzare tecniche e materiali che hanno come risultato”cose goffissime nella pittura”, condizionò l’opinione di molti addetti ai lavori di epoche successive.
A partire dall’Ottocento cominciò a consolidarsi un’opinione completamente diversa sul grande artista umbro, un orientamento finalmente positivo.
Scrive Giulio Urbini che “se il Perugino, nella limpida semplificazione dell’arte sua è più rappresentativo della natura e dell’anima umbra in quanto ha di più essenziale e di più intenso, il Pinturicchio la rappresenta in quel che mostra di più ricco e di più vario, e sa muoversi per una più larga cerchia di figurazioni e di armonie”.
La Cappella Baglioni è visitabile pagando un contributo di 3 euro a persona nei seguenti giorni e orari.
dal 18 marzo 2022 la cappella Baglioni è visitabile tutti i giorni
dal martedì al sabato 9.30-12.30 e 15.30-17.00
domenica e festivi 15.30-17.00
chiuso il lunedì, la domenica e festivi di mattina
Per info
Tel. +39 0742/301792
Fax +39 0742/302082
e anche in questo caso vi consigliamo di essere curiosi e di andare a visitare la meravigliosa e rinascimentale Spello