Scicli, come Modica e Ragusa, è una città inscritta nel Val di Noto, avvinghiata agli speroni rocciosi che la circondano, incastonata nei contrafforti del tavolato ibleo; il centro sorge sulla rocca di San Matteo (212 metri sul livello del mare), collocato nel punto di confluenza di tre valli fluviali e lungo la linea di penetrazione che, dal litorale distante solo cinque chilometri, dà accesso all’altopiano interno.
La città sviluppandosi tra le rocce, è infatti cinta dalle cave di Santa Maria la Nova e di San Bartolomeo e si espande, poi, verso il mare; citando la descrizione che ne fa Paolo Portoghesi, talentuoso architetto e storico dell’architettura italiana, oltre che professore e critico, “nessun paese ha come Scicli una struttura urbanistica così affascinante in colloquio con la natura”.
L’intero complesso testimonia la complementarietà tra l’aspetto naturale e le modifiche attuate dalla mano dell’uomo e tale caratteristica è evidente, soprattutto, nelle abitazioni in grotta dell’insediamento trogloditico di Chiafura, oggi divenuto parco archeologico.
Queste grotte, abitate sino agli anni sessanta del Novecento, si estendono lungo il lato sud occidentale del Colle di San Matteo, che sovrasta la città di Scicli; inizialmente, nel periodo bizantino, furono utilizzate come catacombe, almeno sino all’avvento degli Arabi, e dal 1091, con la conquista della città da parte dei Normanni, la popolazione iniziò a stabilirvi la propria dimora, dando vita al fenomeno del trogloditismo. Chiafura divenne un vero e proprio centro abitativo, con una propria economia, con i suoi luoghi di culto, le sue usanze, infrastrutture per l’approvvigionamento idrico.
L’organizzazione delle grotte passò da una prima fase più rudimentale, in cui era presente, spesso, un forno, delle nicchie per conservare le suppellettili, una mangiatoia, ad una struttura più complessa e moderna con la costruzione di ambienti in muratura, realizzati all’esterno dell’imbocco della grotta.
Nel Settecento gli abitanti nelle varie grotte arrivarono ad essere circa 2000 per ridursi a 900 alla metà del XX secolo; fu solo nel 1959 che le istituzioni di Scicli convinsero le 100 famiglie di Chiafura ad abbandonare quella vita così difficile e a trasferirsi in un contesto abitativo più consono, nel centro cittadino.
Scicli, sin dall’antichità, fu un luogo strategico sia da un punto di vista commerciale che difensivo per l’intera isola, per divenire, in epoca normanna, città demaniale e per essere inglobata, a partire dal 1296, nella Contea di Modica, sotto il governo dei Chiaramonte, poi dei Chiabrera. Nel XIV secolo l’abitato andò ad espandersi nel fondovalle fino a raggiungere i 12000 abitanti nel XVI secolo; nel Quattrocento, riguardo la produzione agricola, la terra venne coltivata a canapa oltre che a grano.
. Il Seicento fu un secolo di contraddizioni, testimone di carestie, di pestilenze ma allo stesso tempo molto vivace culturalmente: vennero, infatti, istituite quattro collegiate, nelle chiese di San Matteo, di San Bartolomeo, in quella della Consolazione e in Santa Maria La Nova.
Sempre nello stesso periodo videro la luce diversi cantieri di edifici religiosi e numerosi artisti produssero opere d’arte destinate ad arricchire l’apparato decorativo dei luoghi di culto presenti in città. Scicli, come le altre città della parte sud orientale della Sicilia, venne colpita, nel 1693, da un devastante terremoto in cui morirono 3000 persone e che distrusse sostanzialmente un luogo che, nel corso dei secoli, aveva assunto il suo aspetto definitivo e che, in seguito alla ricostruzione, non subì grandi modifiche del suo originario impianto urbano.
La città rinacque solo nella pianura, dove gli abitanti avevano cominciato ad insediarsi nel Quattrocento, e vennero attuati lavori di riedificazione di magnifici edifici, tra cui chiese e palazzi, in stile tardo barocco lungo nuovi assi viari rettilinei, talora interrotti da ampie piazze; proprio alcuni tra questi complessi architettonici, dal 2002 sono entrati a far parte del patrimonio UNESCO.
A differenza di quanto accaduto a Noto , dopo il sisma, centro sostanzialmente dipendente dalla corona spagnola, in cui ci si avvalse, per dar vita alla ricostruzione, dell’architetto gesuita Angelo Italia, il quale ridisegnò una città nuova e creò grandi palazzi grazie al sapiente lavoro di abili mastri, Ragusa, Scicli e Modica, tipiche realtà feudali, vennero ricostruite dall’aristocrazia locale, non da capo, ma ricalcando i modelli dei loro antichi tracciati medioevali, sorti intorno ad antichi castelli.
Le maestranze operanti in queste grandi imprese trassero ispirazione dalla grande stagione barocca del Seicento romano ed, anche, dal tardo barocco europeo del Settecento; mentre a Roma il travertino fu il materiale maggiormente utilizzato, nel sud est della Sicilia venne scelto il calcare dorato ibleo, una pietra dalle mille sfaccettature, ora color miele, ora color grano, unica nel suo genere.
Scicli è una città sorprendente, in cui le architetture monumentali si concentrano in uno spazio ristretto ma, in grande contatto con l’aspra natura circostante, in un dialogo serrato e particolare.
Da Piazza Italia, risalendo per cinquecento metri la cava da cui trae il nome, si scorge, in tutta la sua bellezza e maestosità, quasi fosse un’apparizione, la magnifica chiesa di San Bartolomeo, stretta tra le colline di San Matteo e della Croce, forse una delle chiese più belle di Sicilia.
Lo scenario naturale che la circonda e che la fa spiccare come prodotto dell’ingegno umano, ispirò le parole di Paolo Portoghesi il quale disse: “Il rapporto con la natura a Scicli è più riuscito che in qualunque altro centro di tutta l’area sud orientale.
Valga l’esempio della chiesa di San Bartolomeo, unica per la bellezza dell’accostamento con lo scenario naturale: sembra veramente una perla dentro le valve di una conchiglia, un’immagine estremamente suggestiva, tra le più belle dell’architettura barocca”.
La chiesa sorta a partire dal XV secolo, fu fortemente danneggiata dal terremoto dell’11 gennaio 1693; la sua ricostruzione iniziò a partire dagli anni ‘50 del Settecento.
L’imponente facciata, realizzata in stile barocco-neoclassico, venne progettata dall’architetto siracusano Salvatore Alì, la personalità più interessante della fine del Settecento e del primo Ottocento in Sicilia.
Nel grandioso prospetto, diviso in tre ordini, l’impatto teatrale e l’impostazione fortemente chiaroscurale e volumetrica rimandano, chiaramente, al linguaggio tardo barocco, mentre è possibile leggere il passaggio ad una cultura artistica di stampo neoclassico nella profusione di colonne trabeate, doriche al primo piano, ioniche al secondo e corinzie nel terzo, dal rigore palladiano.
La facciata, terminata nell’Ottocento, nel terzo ordine ospita la grande cella campanaria e culmina con una cupola costolonata; nel timpano arcuato del portale si trova una statua della Madonna con Gesù Bambino e ai lati sono collocate quattro statue che raffigurano San Pietro, San Paolo, San Bartolomeo e San Guglielmo.
All’interno, con pianta a croce latina, il transetto centrale interseca l’unica navata, che è preceduta da un esonartece, con la funzione di piccolo atrio, elemento tipico delle basiliche paleocristiane; visitando la chiesa si è particolarmente colpiti dai numerosi tesori artistici che custodisce.
Intanto il suo ricco e complesso apparato decorativo, connotato dal candore dei pregiati stucchi realizzati da Giovanni Gianforma e dal padre Giuseppe, artista palermitano formatosi alla scuola di Giacomo Serpotta, il più grande stuccatore del ‘700 siciliano, entrambi dotati di grazia, di accesa fantasia e di grande fervore plastico; i Gianforma da Palermo si trasferirono, con la famiglia, nella Sicilia Orientale e furono attivi in tutta l’area iblea tra il 1740 e il 1770.
Lo stucco, materiale che conferisce eleganza, delicatezza, luminosità agli ambienti, venne ampiamente utilizzato durante il periodo Rococò (stile architettonico e decorativo nato in Francia nel 1700), nelle maggiori corti europee come nel panorama artistico del Val di Noto.
Un’opera d’arte, di indiscussa e pregevole qualità, conservata all’interno di San Bartolomeo, è sicuramente il Presepe, di fattura napoletana, composto da 29 statue (in origine erano 65), alte un metro, scolpite su legno di tiglio da Pietro Padula tra il 1773 e il 1776.
Al centro della scena compare la Natività collocata tra rovine architettoniche, mentre ai lati accompagnano la rappresentazione, contadini, pastori e grandi angeli che fluttuano sospesi nell’aria. Nel transetto di sinistra è esposta la seicentesca“Deposizione” dipinta dal caravaggesco Mattia Preti e proveniente da Malta, mentre, sempre degna di nota è la splendida pala d’altare con il “ Martirio di San Bartolomeo”, opera realizzata nel 1779 da Francesco Pascucci, dipinta a Roma e trasportata nel 1780 in Sicilia.
Una cappella, posta nel transetto, custodisce la “Santa Cassa”, reliquiario in argento del 1862, contenente un Gesù Bambino in legno, chiamato con affetto “Cicidda r’oru”.
La Sicilia è un territorio, ricco di tradizioni, storia, arte di incredibile bellezza: un museo a cielo aperto che andrebbe scoperto e ammirato, percorrendo i suoi tracciati con calma e a piedi, per non perderne ogni suggestivo angolo.
Non possiamo proporvi qualche interessante visita come La visita guidata della città Barocca di Scicli,
Altrettanto interessante ed esperienza unica Scicli con tour a piedi
La Sicilia e tutta bella e lo sappiamo molto bene per questo vi segnaliamo un imperdibile esperienza che vi condurrà lungo tutta la Val di Noto Modica, Ragusa e altro