IL territorio di Farnese, l’antica “Farneto” come veniva chiamata un tempo a causa, forse, della presenza nella località di una specie di quercia, la Farnia, è un piccolo borgo che sorge su di una rupe tufacea nell’alta Tuscia Viterbese, ai confini con la Toscana; appare citato nelle fonti per la prima volta, nel XII secolo, quando il conte Ranieri di Bartolomeo decide di annettere, nel 1168, ai domini controllati da Orvieto, la cosiddetta “Terra Guiniccesca”, di cui Farnese faceva già, probabilmente, parte.
Questo territorio comprendeva dodici castelli posti sulla sponda sinistra del fiume Fiora, governati indirettamente dalla famiglia Aldobrandeschi, un clan guerriero, erede dei Longobardi, che si impossessò della Maremma toscana e di parte di quella laziale. Nell’Alto Viterbese fu attestata, in effetti, la presenza della gens longobarda che, venuta a contatto con le popolazioni indigene andò a popolare i centri abitati altomedioevali.
Era questa la terra dei tufi, territorio di confine, difficile, selvaggio, a tratti disabitato, molto importante da un punto di vista strategico, destinato nei secoli a divenire luogo conteso dall’ambizione di città- stato quali Siena e, appunto, Orvieto; fu proprio della potente città umbra che Farnese divenne feudo vassallo. Nel 1210 venne menzionato insieme a Sorano, Ischia di Castro e Pitigliano nel diploma concesso da Ottone IV di Brunswick, imperatore del Sacro Romano Impero, a Ildebrando Aldobrandeschi. Successivamente, nel XIII secolo, la famiglia Farnese, grazie ai servigi resi al potente casato aldobrandesco, acquisì diversi diritti sul territorio compreso tra Ischia e Pitigliano; nel 1319 essi sono appellati quali signori di Farnese, di Ischia, del Castello di Sala, attualmente diruto e di quello di San Savino, vicino Tuscania. Successivamente, Puccio, Pietro e Ranuccio Farnese ottennero anche Valentano, concessogli dal cardinale Egidio Albornoz, per l’aiuto militare ricevuto nell’opera di recupero di diversi possedimenti, castelli e terre, preda di signorotti locali; essendo di parte guelfa i Farnese, inoltre, favorirono l’opera di assoggettamento di queste terre all’autorità papale, combattendo contro la componente ghibellina.
Nel 1450 Ranuccio lasciò in eredità Farnese e Latera al fratello Bartolomeo, divenuto da quel momento capostipite del ramo cadetto della famiglia. Durante tutto il XVI secolo i Farnese si fecero promotori di attività economiche come l’agricoltura e diedero nuovo impulso alla costruzione di edifici: negli anni settanta del Cinquecento fu Galeazzo II a divenire committente della chiesa di Sant’Anna, oggetto di questo articolo. La chiesa sorge in località le Piagge, nella vallata proprio fuori l’abitato di Farnese in direzione di Castro; fu realizzata tra il 1577 e il 1584 su progetto di un maestro muratore Sallustio, in seguito a una delibera cittadina voluta dopo la conclusione di un’infestazione di cavallette. Essa presenta una pianta rettangolare molto semplice con copertura a cupola non emergente, un tempo rivestita da terracotte invetriate policrome, oggi sostituite da lastre in piombo; la cupola serve da copertura ad una lanterna poligonale all’esterno e cilindrica all’interno.
L’edificio religioso è conosciuto anche con l’appellativo di Santa Maria della Cavarella, denominazione che deriva dalla Madonna della Cavarella, immagine miracolosa la quale, secondo il sentire popolare, aveva liberato il territorio farnesano dall’assalto delle cavallette. Il 19 Agosto del 1577 si diede l’avvio ai lavori che si sarebbero finanziati attraverso elemosine e fondi provenienti dalla comunità; dopo il 1558, due anni dopo il matrimonio celebratosi tra Mario Farnese, divenuto nuovo signore del feudo e Camilla Lupi dei marchesi di Soragna, venne avviata un’intensa attività decorativa all’interno della chiesa, influenzata, con ogni probabilità, dalla raffinata cultura della famiglia della sposa, soprattutto dalla figura della suocera, Isabella Pallavicino. La chiesa, proprio in questo periodo, venne dedicata a Sant’Anna, protettrice delle puerpere, in quanto, secondo una diversa tradizione locale, era stata edificata come ringraziamento per l’esito felice del parto della duchessa Camilla Lupi.
Pregevole l’altare dove, all’interno di un’edicola con erme femminili e grande giglio farnesiano è posta la miracolosa immagine mariana tardo quattrocentesca, opera di un abile artigiano memore di maestri senesi quali Taddeo di Bartolo o Giovanni di Paolo; la ricca decorazione plastico pittorica presenta rilievi in stucco, opera dello stuccatore Pompeo di Marco Antonio Pazzichelli e riquadri ad affresco (Storie della Vergine e di Cristo, Santi e Virtù) realizzati, secondo l’attribuzione fatta nel 1993 da Fulvio Ricci, dal pittore bolognese Antonio Maria Panico sul finire del XVI secolo.
La firma di questo artista, allievo di Annibale Carracci e ricordato da Luigi Lanzi nella sua Storia Pittorica d’Italia, era ancora leggibile decenni fa sulla leggenda di una medaglia all’antica dipinta su di una vela al di sopra dell’altare. La lettura degli affreschi realizzati dal Panico, così come è evidenziato in un saggio di Paolo Galiano, è interessante non solo per la bellezza che li contraddistingue e che rende la chiesa un vero scrigno d’arte, ma anche per il significato alchemico e misterico che essi nascondono; tale sotteso e complesso significato, destinato alla comprensione di un’esigua cerchia di iniziati, dipese sicuramente dalla colta committenza.
La corte dei Farnese non era certamente estranea, infatti, alla pratica di tale filosofia, permeata di esoterismo ed ermetismo; all’interno della chiesa di Sant’Anna, dunque, religione ed alchimia corrono paralleli tra di loro in un racconto davvero unico ed originale. Il Panico, che aveva lavorato al servizio dei Farnese a partire dal 1596 e che aveva realizzato molte opere nel Viterbese, in Sant’Anna si occupò di affrescare le quattro vele del soffitto, lasciando le pareti prive di ornamenti, ricoperte esclusivamente da cornici in stucco in cui sono presenti ovuli, frecce, girali d’acanto, figure mostruose e il giglio araldico. Nella parete di fondo, come già accennato, si trova l’immagine della Madonna della Cavarella, contornata da due affreschi, sempre del Panico, che ritraggono San Giovanni Battista e San Francesco. Ogni vela è suddivisa in sei riquadri caratterizzati da forma e grandezza differenti.
Nel riquadro centrale di ciascuna vela sono presenti momenti salienti della vita della Vergine e cioè: la Natività, collocata sulla porta d’ingresso, con ai lati le raffigurazioni della Giustizia con la bilancia e la mano destra poggiata su di un’ara e della Fortezza, intenta a saldare tra di loro i frammenti di una colonna; la Dormitio Virginis, nella vela a sinistra dell’ingresso, che presenta, nei riquadri accanto, un tempietto circolare e una fontana a base esagonale affrescata in un viale alberato; l’Assunzione, sulla vela di fronte la Natività e al di sopra dell’altare maggiore contornata dalla Carità con un bambino tra le braccia, e dalla Fede che ha come attributo una Croce.
Segue una quarta scena la quale, apparentemente, non ha nulla in comune con la vita di Maria e la cui lettura rimane un rebus. La scena in questione è ambientata all’interno di un’abitazione ed è articolata intorno a tre episodi principali: nel primo appaiono una giovane donna e due uomini intenti a conversare vivacemente, segue poi, sulla sinistra, la raffigurazione di due giovani che imbandiscono una tavola sullo sfondo di un porticato e, sulla destra, in un ambiente illuminato da una luce rossastra, vi sono, sempre intorno ad un tavolo, un uomo e una donna in atteggiamento di preghiera; sulla porta, infine, appare una figura femminile nell’atto di porgere del cibo a dei mendicanti.
Negli spazi tra affreschi e stucchi viene rappresentata un’animata e giocosa popolazione fatta da piccole figure beffarde: puttini affannati a salire sull’albero della cuccagna i cui premi sono costituiti da dischi aurei tenuti da nastri, diavoli rossi abbigliati con i paramenti della messa e altri putti impegnati in svariate monellerie. La grande ed agitata vivacità che caratterizza queste colorate figure trova una sua spiegazione nella allegoria alchimistica del Ludus puerorum; gli oggetti utilizzati dai putti, come il vaso in cui versano l’acqua, la sfera su cui siedono, i pali su cui si arrampicano, altro non sono che gli strumenti dell’alchimista e i simboli del processo alchemico.
Tali rappresentazioni, che ben si discostano da un genuino e autentico spirito di religiosità popolare, trovano una spiegazione nello spirito di inquietudine che permea la società del Seicento; esse stanno a simboleggiare una sorta di valvola di sfogo, molto originale, di tipo esoterico, presente persino in questo piccolo borgo, così periferico, e trovano un elitario fruitore nel raffinato salotto creatosi intorno alla figura di Isabella Pallavicino, che a Farnese aveva stabilito una seconda casa.
I Farnese si resero protagonisti in tutto il territorio della costruzione di palazzi, rocche, monumenti, che stanno a testimoniare lo sviluppo della loro splendida signoria; Mario Farnese, signore dell’antica Farneto, stipulò rapporti di assistenza con il confinante stato di Castro, introdusse i monti frumentari e cominciò la costruzione di un acquedotto mai portato a compimento. I debiti accumulatisi nel corso degli anni costrinsero il casato farnesiano a cedere, nel 1658, il piccolo centro ai Chigi; grazie all’appoggio di Alessandro VII, il feudo di Farnese divenne Principato e venne affidato al nipote Agostino.
Sino al 1825 il Principato sopravvisse in tranquilla autonomia e dopo quella data ritornò alla Camera Apostolica, rinchiuso all’interno di una vita laboriosa e senza grandi avvenimenti.
Farnese è parte viva del territorio della Tuscia, regione costellata di gioielli artistici di grande importanza, spesso nascosti o dimenticati che vanno, però, a costituire un patrimonio di enorme rilevanza, seppur frammentato. Il compito di questi articoli è proprio quello di far conoscere tali realtà e di valorizzarle come meritano.