La cappella Sansevero e il Cristo velato: arte e mistero

Eccoci davanti una delle meraviglie dell'incarnazione del marmo: il Cristo velato a Napoli.

Nel centro storico di Napoli, che nasconde, entro un intricato diramarsi di piccole vie, un insieme di grandi capolavori d’arte, sorge vicino la Piazza di San Domenico Maggiore, la Chiesa sconsacrata di Santa Maria della Pietà, conosciuta meglio con l’appellativo di Cappella Sansevero; questo  luogo  noto in tutto il mondo quale pregevole esempio del barocco napoletano, custodisce  al suo interno splendide opere d’arte, tra le quali, la Pudicizia di Antonio Corradini, il Disinganno del genovese Francesco Queirolo ma, soprattutto, la statua del Cristo Velato, capolavoro realizzato dallo scultore settecentesco Giuseppe Sanmartino. 

La Cappella è attigua al Palazzo dei Principi di Sansevero, essendone separata soltanto da un vicolo, un tempo sormontato da un ponte che permetteva agli illustri appartenenti alla famiglia di entrare in quello che era il loro luogo di culto privato, una sorta di cappella gentilizia.

La Cappella Sansevero è legata indissolubilmente al nome del principe alchimista Raimondo di Sangro (1710-1771), settimo principe di Sansevero, ideatore e committente dell’ambizioso programma iconografico, ricco di simbolismi, realizzato per questo ambiente. Nato nel castello di Torremaggiore, in Puglia, da Antonio, duca di Torremaggiore e da Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, il principe fu un uomo di smisurata cultura, filosofo, scienziato, figura davvero illustre del Settecento napoletano; egli divenne anche inventore di macchine pirotecniche, idrauliche, interessandosi persino di alchimia ed elaborando i suoi particolari e ambiziosi progetti nei sotterranei del Palazzo, dove amava lavorare giorno e notte. 

I membri della sua famiglia erano Grandi di Spagna, proprietari di numerosi feudi nell’area pugliese, e sostenevano di discendere direttamente da Carlo Magno; il principe Raimondo fu presto mandato a Roma, ove rimase sino ai suoi venti anni, studiando presso la scuola dei Gesuiti, istituzione grazie alla quale acquisì una vastissima cultura che abbracciava numerose discipline come la matematica, la filosofia, il greco e il latino; proprio attraverso lo studio egli riuscì ad affrancarsi da un’infanzia difficile, segnata dalla prematura morte della madre e dalle nefandezze compiute dal padre, che si macchiò di vari omicidi sino a prendere i voti.

Il Palazzo da lui abitato a Napoli, luogo ricco di fascino e mistero, esisteva da molto tempo prima di divenire proprietà dei Sansevero; nel Cinquecento apparteneva al principe Carlo Gesualdo da Venosa, compositore di musica sacra e madrigali, che vantava tra le sue amicizie quella con Torquato Tasso. L’uomo si macchiò di un atto cruento ed efferato, facendo uccidere la moglie Maria d’Avalos e il duca d’Andria Fabrizio Carafa in seguito alla scoperta della loro relazione clandestina ed esponendone i corpi insanguinati proprio all’ingresso del Palazzo; successivamente il Principe decise di trasferirsi a Gesualdo per evitare la vendetta dei Carafa e non fece più ritorno a Napoli. Dopo questo uxoricidio, nel 1590, il Palazzo divenne proprietà di Giovan Francesco Paolo di Sangro, il quale fece erigere una nuova facciata e nel giardino realizzò una cappella intitolata alla Vergine della Pietà, destinata a contenere le tombe dei membri del casato,  luogo poi conosciuto come Cappella Sansevero. 

Ancora oggi la facciata del Palazzo conserva gli elementi architettonici tipici del tardo manierismo quali il bugnato e anelli in marmo e piperno, roccia eruttiva dal caratteristico colore grigio, ampiamente utilizzata in Campania quale materiale da costruzione. Nel 1621 l’edificio, ereditato dal secondo principe di Sansevero, Paolo dei Sangro, subì nuovi rimaneggiamenti che riguardarono nuovamente la facciata e l’imponente portale; in pieno XVIII secolo, più precisamente nel 1744, la dimora gentilizia visse il suo periodo più splendido grazie al nuovo proprietario, Raimondo di Sangro, settimo Principe di Sansevero. 

Egli diede inizio ad una importante opera di restauro e di sistemazione della Cappella di famiglia, quella di Santa Maria della Pietà, conosciuta al popolo napoletano con l’appellativo di “Pietatella” e nota al mondo come Cappella Sansevero; tali lavori resero questo luogo un vero capolavoro, alla cui decorazione parteciparono alcuni fra gli artisti più importanti del periodo i quali  diedero vita ad una commistione di Cristianesimo, cabala, alchimia e antichi culti egizi. All’interno furono realizzate opere di grande valore tra le quali spiccarono la splendida Pudicizia, realizzata in onore della madre del Principe, morta in giovane età e  la statua del Disinganno, dedicata al padre; tra tutte le opere presenti la più conosciuta rimane, comunque,  il Cristo Velato.

Il Palazzo venne arricchito, ulteriormente, attraverso decorazioni di Belisario Corenzio e Francesco Celebrano, e fu, inoltre, realizzato un cavalcavia per collegare l’edificio con la Cappella, una sorta di ponte, che, a causa di infiltrazioni d’acqua, presto crollò.  I lavori richiesero un cospicuo dispendio economico che portò all’accumulo di diversi debiti, con il prosciugamento delle casse di famiglia; tale  politica costrinse  il Principe ad affittare alcune stanze della sua residenza ad uso di bisca clandestina, motivo per il quale fu arrestato e condannato ad alcuni mesi di carcere a Gaeta.

L’opera sicuramente più incredibile realizzata per la Cappella Sansevero è, come accennavo, il Cristo Velato, firmata dalla mano dello scultore napoletano Giuseppe Sanmartino e datata 1753. Poco conosciuta è l’attività giovanile del Sanmartino, considerato uno dei maggiori virtuosi del Settecento italiano, il quale andò a bottega probabilmente presso Felice Bottiglieri, scultore campano e ingegnere della Real Camera della Sommaria, sviluppando e rielaborando la grande tradizione barocca locale e aggiornandosi, anche, sulle più nuove tendenze rococò; le prime opere da lui prodotte risalgono al 1750, quando l’artista aveva compiuto i trent’anni, e sono  il San Michele Arcangelo e il San Giuseppe per la Cattedrale di Monopoli. 

Momento centrale della sua carriera fu, appunto, la realizzazione del marmoreo  Cristo Velato, commissionatogli nel 1753 da Raimondo di Sangro, che volle la splendida statua quale fulcro dei rimandi esoterici e simbolici del complesso, allestito secondo i principi della Massoneria, di cui il Principe divenne Granmaestro. Negli stessi anni in cui il Sansevero iniziò i lavori per la Cappella, divenne, infatti, “Fratello Massone” fondando una “Loggia” con alti esponenti della nobiltà partenopea che prese il nome di Rosa d’ordine Magno; scalò in breve tempo la gerarchia dell’Associazione divenendo Granmaestro di tutte le Logge napoletane, le quali avevano iniziato a sorgere nella città ai primi del Settecento. 

Tornando alla scultura, caratterizzata da livelli sensazionali di virtuosismo e da uno straordinario pittoricismo del sudario marmoreo che appare agli occhi del visitatore quasi reale, è possibile dedurre che ebbe come prototipo un bozzetto in terracotta, con lo stesso soggetto,  di Antonio Corradini, conservato al Museo Nazionale di San Martino a Napoli. Il Corradini, oltre ad essere stato il primo direttore dei lavori eseguiti per la Cappella, fu, anche, colui che per primo ebbe l’incarico di realizzare la statua del Cristo Velato, opera che non portò a compimento a causa del sopraggiungere della prematura morte, avvenuta nel 1752; l’opera venne compiuta da Giuseppe Sanmartino, il quale, ebbe sicuramente modo di perfezionare il proprio bagaglio tecnico presso il suo abile predecessore. La statua del Sanmartino fu scolpita in modo magistrale; ciò che attira la nostra attenzione, ancora oggi, è la leggerezza del velo che ricopre il corpo del Cristo morto (eseguito a grandezza naturale), realizzato con tale maestria da far dubitare che fosse realmente di marmo o, piuttosto, che si trattasse  di un  tessuto reale cristallizzato attraverso processi esoterici messi in atto dallo stesso Sansevero, con precedimenti chimici che consentissero di ottenere la calcificazione di tessuto in cristalli di marmo. 

Tale fantasiosa ipotesi, creatasi in seguito agli studi alchemici del Principe, famoso per le sue stravaganti invenzioni, fu smentita attraverso analisi e studi che confermarono la realizzazione del velo in marmo, utilizzando una tecnica davvero straordinaria. La statua ebbe tale fortuna nel tempo da essere visitata da grandi artisti quali Antonio Canova, che, giunto a Napoli nel 1780, provò ad acquistarla e addirittura affermò, secondo la tradizione, che avrebbe dato dieci anni di vita pur di essere lui lo scultore di quel marmo incomparabile; la competenza raggiunta valse al Sanmartino numerose commissioni  in Campania e in Puglia, tra le quali l’altare maggiore della chiesa dell’Annunziatella, altro capolavoro, realizzato in marmi policromi. 

 

Vi proponiamo a questo punto un'interessante visita a Napoli, anche per avere l'occasione di poter vivere e conoscere dal vivo questa opera meravigliosa. 

 


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