A poca distanza dalla Cassia e da Sutri sorge, su di un blocco tufaceo, a trecentocinquanta metri di altitudine, il piccolo comune di Bassano Romano, circondato da una rigogliosa vegetazione, caratterizzata dalla presenza di castagni, faggi e querce; ci troviamo a trenta chilometri da Viterbo, proprio a metà strada tra il lago di Bracciano e il lago di Vico, tra la Valle delle Mole e i monti Sabatini.
Le prime notizie, riguardanti un iniziale insediamento fortificato, sono collocabili tra il 1157 e il 1175; nel 1298 Bassano risulta essere iscritto nel registro del rettore Malvolti, insieme ad altri feudi che pagavano il focatico e, cioè, l’imposta diretta che nel Medioevo era dovuta, per fuoco o famiglia, indipendentemente dal reddito e dal numero di componenti del nucleo familiare. Nel 1363 il feudo era in parte di proprietà della famiglia Anguillara, per un terzo, infatti, apparteneva a Francesca, vedova di Giovanni, conte d’Anguillara; nel 1428 una piccola parte era stata acquisita dai Savelli.
Fu nel 1482, che grazie all’interessamento di Sisto IV Della Rovere, Bassano passò completamente nelle mani del casato Anguillara. In concomitanza con la fondazione del Borgo, avvenuta in epoca medioevale, venne costruito dai sutrini, (ricordo che in origine il toponimo era, infatti, Bassano di Sutri), una sorta di fortilizio, che nel tempo divenne oggetto di varie ristrutturazioni, fino ad acquisire, tra XVI e XVII secolo, i caratteri di edificio residenziale.
Quello che, in origine, fu un castello venne trasformato in palazzo durante l’amministrazione del feudo da parte di Porzia di Ceri Anguillara, sposa di Giovanni Orsini; in questo periodo ebbe inizio anche la prima fase di decorazione pittorica, fu infatti affrescata la loggia e alcune stanza del piano nobile. Bassano, nel 1595, fu venduto da Flaminio Anguillara a Giuseppe Giustiniani, ma fu durante la gestione di Vincenzo, figlio di Giuseppe, che l’intero complesso andò ad acquisire i caratteri di villa palazzo.
Vincenzo Giustiniani (1564-1638) apparteneva ad una delle più importanti e ricche famiglie di Genova; sin dal 1362 il doge genovese Simone Boccanegra aveva affidato il governo dell’isola di Chio, importante base commerciale nell’Egeo nord-orientale, alla cosiddetta maona nuova, (la maona era una sorta di società per azioni con obblighi di mutuo soccorso), i cui soci, appartenenti a diverse famiglie, assunsero il nome di Giustiniani.
La famiglia, che aveva numerose ramificazioni, accrebbe nel tempo, enormemente, la sua ricchezza grazie ai commerci con l’Oriente, all’estrazione dell’allume e alla produzione di mastice, resina profumata all’epoca ricercatissima per la preparazione di unguenti, lacche, profumi o semplicemente come gomma da masticare. Nel 1566 avvenne il trasferimento dei Giustiniani a Roma causato dalla conquista dell’isola da parte dei turchi.
Venne scelta come luogo di residenza Via della Dogana Vecchia, cuore nevralgico della Roma papale sia da un punto di vista burocratico che finanziario; il quattro luglio del 1590 Giuseppe Giustiniani, che sotto Sisto V era divenuto uno dei tre principali banchieri di Roma, acquisirà un immobile, sito di fronte la chiesa di San Luigi dei Francesi, che diverrà per secoli la dimora romana della famiglia ,e che attualmente è sede di rappresentanza del Presidente del Senato. Suo figlio Vincenzo, insieme al fratello Benedetto (1554-1621) avviato alla carriera ecclesiastica (ottenne, infatti, la porpora cardinalizia da Sisto IV Della Rovere), si fecero promotori di una intensa attività di difesa e studio del patrimonio artistico della Roma tardo cinquecentesca, divenendo colti collezionisti di opere d’arte, soprattutto di pittura e scultura antica, nonché grandi estimatori di Caravaggio.
Vincenzo accoglierà nel palazzo di Roma più di mille sculture e trecento dipinti, tra cui numerose opere del grande artista. La splendida raccolta inizierà ad essere dispersa nel secondo decennio del Settecento; molte delle sculture andranno ad arricchire le raccolte Vaticane e a costituire il nucleo principale della collezione Torlonia alla Lungara, mentre, le opere di pittura, saranno acquisite dai maggiori musei del mondo come il Suonatore di liuto di Caravaggio, attualmente conservato all’Hermitage di San Pietroburgo.
Giuseppe Giustiniani, come accennavo prima, divenne proprietario della tenuta di Bassano nel 1595, donandola al figlio Vincenzo, così da ottenere la sua futura nobilitazione.
L’edificio residenziale presenta una pianta rettangolare rivolta verso il parco, ponendosi, dunque, in relazione diretta con il giardino che lo circonda; alla sommità di questo parco, in posizione assiale rispetto al palazzo, venne fatta costruire, per volontà di Vincenzo Giustiniani, la Rocca, introdotta dal giardino all’italiana, un tempo ornato da gruppi scultorei e fontane; egli ampliò anche il palazzo facendo riedificare tutta l’ala settentrionale ed affidando ad alcuni tra i più importanti artisti dell’epoca il compito di decorare l’intero piano nobile. Tra il 1609 e il 1610, vennero coinvolti per la sistemazione del giardino e della palazzina conosciuta come “Rocca” Girolamo Rainaldi e Carlo Maderno, i quali si limitarono a dare una consulenza tramite stime e perizie.
Il fabbricato, utilizzato come casino di caccia, è un edificio a due piani di impianto architettonico molto semplice, in origine probabilmente dotato di cinque torri merlate che andavano a riprodurre lo stemma araldico dei Giustiniani; ad oggi è caratterizzato dalla presenza di un’unica torre centrale. Una menzione a parte spetta al parco, voluto fortemente da Vincenzo Giustiniani per rendere la sua dimora degna delle più importanti ville rinascimentali del suo tempo; egli, durante i suoi viaggi, aveva potuto ammirare, traendone ispirazione, diversi giardini in Italia e in Francia e si era reso conto di come si tendevano a privilegiare grandi spazi che includevano nel loro impianto brani di bosco e lunghi viali dove, specie in estate, era piacevole passeggiare all’ombra di grandi alberi sempreverdi. Fu così che si andò a costituire l’area verde intorno al palazzo che, ancora oggi, è caratterizzata da un ricco patrimonio arboreo costituito da lecci plurisecolari, da cipressi e da abeti rossi. Questi ultimi furono messi a dimora per volontà della principessa polacca Sofia Braniska, sposa di Livio II Odescalchi; la famiglia Odescalchi divenne, infatti, proprietaria del palazzo a partire dal 1854, anno in cui il complesso venne venduto dai Giustiniani per far fronte a gravi problemi economici.
Gli Odescalchi si occuparono della fastosa residenza sino alla metà del novecento, quando iniziarono a lasciarla in un desolante degrado. Il palazzo venne spogliato dei suoi ricchi arredi e lo splendido giardino, che comprendeva anche una riserva di caccia di oltre venti ettari, divenne preda della vegetazione più intricata; nel 2001 lo Stato Italiano finalmente acquisì l’intero complesso mettendo in atto importanti lavori di restauro.
L’accesso alla splendida dimora si presenta defilato, a differenza di quanto accadeva in alcune grandi residenza rinascimentali le quali, con la loro imponenza, dominavano il centro abitato che le accoglieva: basti pensare a Palazzo Farnese a Caprarola. Il portale d’accesso del palazzo si raggiunge attraverso un sottopassaggio collocato al livello del piano seminterrato dell’edificio; ai lati del portale sono collocati quattro grandi busti che sostengono altrettante teste marmoree, busti databili al II secolo d.C.
Entrando si accede al cortile, e quindi alla loggia a doppio ordine di arcate, decorata precedentemente all’acquisizione del palazzo da parte dei Giustiniani, cioè durante la proprietà degli Anguillara. Questo si evince da alcune pitture presenti che chiaramente si distaccano dallo stile degli altri affreschi; le due storie preesistenti, sulla volta della loggia, trattavano temi legati alla guerra, così, il Giustiniani decise di far decorare la facciata meridionale con imprese belliche. Egli affidò l’incarico ad Antonio Tempesta, il quale, come si trova scritto in alcuni atti di pagamento dell’epoca, fu retribuito con 136 scudi per realizzare tra il 1603 e il 1605 diverse decorazioni, tra cui un corteo trionfale, oggi appena leggibile.
La scelta di temi bellici fu operata, probabilmente, per alludere ad un presumibile avo dei Giustiniani,l’imperatore Giustiniano; all’ingresso furono inoltre disposte statue antiche insieme a dodici busti di imperatori nella Sala Grande del piano nobile, così da creare una sorta di “fila di avi” per i discendenti di Giustiniano. Tutto ciò fu ideato da Vincenzo Giustiniani, al fine di dimostrare il suo radicamento nella cultura romana e, più in generale, italiana; il banchiere aveva, in effetti, ottenuto il titolo nobiliare solo nel 1605 e a Roma era sempre stato giudicato, in quanto proveniente da Chio, come uno straniero.
Il programma iconografico iniziato dalla famiglia Anguillara ebbe una conti nuazione ed un completamento anche nel piano nobile; per quello che concerne le quattro stanze con le rappresentazioni delle stagioni esse presentano sicuramente motivi decorativi realizzati in una data precedente il 1572, come le grottesche e le rose e le anguille tratte dagli stemmi degli Orsini e degli Anguillara.
Le raffigurazioni dell’Estate, dell’Autunno e dell’Inverno, invece, sarebbero state realizzate da un’unica mano, da un artista che lavorò sicuramente su committenza dei Giustiniani, differentemente dalla ninfa sdraiata nella stanza della Primavera, la quale stilisticamente è molto differente. Proseguendo il percorso ed entrando nella Stanza del Parnaso è possibile notare come la qualità pittorica delle decorazioni presenti sia notevolmente superiore a quella delle Stanze con le Quattro Stagioni; la vitalità, l’originalità e la splendida cromia con cui sono realizzati i motivi a grottesche ben testimoniano il raffinato ambiente culturale da cui proviene Vincenzo Giustiniani. La presenza del nuovo padrone di casa si esemplifica attraverso le due carte geografiche di Chio e Genova, disposte sui lati lunghi della stanza; al centro della sala è presente Apollo, dio del Sole, che domina sulle Stagioni, e quindi simboleggia in un certo senso Vincenzo Giustiniani, quale feudatario.
L’Apollo qui prescelto non è il dio belligerante ma l’Apollo del Parnaso circondato dalle Muse e da Minerva, dea delle Arti, dunque, sempre alter ego, del proprietario, uomo colto e grande estimatore di ogni forma artistica. Queste appena descritte costituivano le stanze private della residenza; l’inizio di tali ambienti era annunciato da un grande salone, utilizzato sicuramente per i ricevimenti e cioè la Sala di Amore e Psiche; la decorazione pittorica venne in questo caso affidata a Bernardo Castello, artista già in contatto con i Giustiniani, anch’egli di origine ligure e all’epoca considerato grande specialista di affreschi.
Castello ebbe contatti con figure letterarie molto importanti come il Tasso e il Marino, tanto da essere considerato un “pictor doctus”; riprodusse spesso opere letterarie sia in grafica che attraverso l’affresco e, proprio per questo, scelse per Bassano un tema letterario quale la favola di Amore e Psiche, tratta dall’Asino d’Oro di Apuleio.
Il prototipo di tali raffigurazioni è sicuramente Raffaello alla Villa Farnesina; a differenza però della sensualità della protagonista femminile, realizzata dal maestro urbinate, la Psiche di Bernardo Castello è una fanciulla sempre pudicamente vestita ed inoltre gli episodi prescelti dai due artisti sono differenti; a Bassano la carica erotica degli eventi descritti viene sminuita a favore di una lettura più moraleggiante, probabilmente, perché questi ambienti vennero vissuti anche dal fratello di Vincenzo e cioè dal cardinale Benedetto Giustiniani.
Tra il 1607 e il 1609 venne costruita e completata l’ala settentrionale dell’edificio che comprendeva, come oggi, la Galleria e l’attiguo camerino, affrescati per primi e la Sala della Felicità Eterna, la cui decorazioni venne terminata nel 1610; partiamo da quest’ultimo ambiente che il fruitore incontra per primo durante la visita di quest’ala del palazzo. La Sala venne decorata da Paolo Guidotti Borghese artista eccentrico e poliedrico, che si occupò di scultura, architettura, poesia, musica e ancora astrologia e matematica, certamente influenzato in pittura, per un determinato periodo, da Caravaggio; la sua personalità e le sue invenzioni (realizzò una macchina per volare) gli fecero ottenere la protezione di Paolo V Borghese, di cui assunse il cognome. Nell’ambiente da lui decorato a Bassano si trova, ad ogni angolo, un trono con la personificazione di una virtù; tali figure sono state interpretate come: il Sacrificio di Sè, la Purezza, Il Dispregio del Mondo, la Sapienza che discende da Dio.
Altre scene presenti nella volta sono tratte da quattro episodi dell’Antico Testamento e si collegano al tema dei vizi e delle virtù. Segue un piccolo camerino, dedicato a Diana, affrescato da Domenico Zampieri detto il Domenichino; l’incarico di questo lavoro giunse, con ogni probabilità, grazie all’intercessione di Francesco Albani, che nel 1609 era stato chiamato da Bologna a Bassano per decorare la Galleria; sulla volta vennero affrescate nove scene mitologiche legate alla figura di Diana, dea della luna e della caccia, forse perché raffigurare temi cosmologici era ritenuto, sin dall’antichità, pertinente alla decorazione delle ville.
Per il dipinto centrale fu prescelta la figura di Latona con i figli Diana e Apollo, mentre, ai quattro angoli furono realizzati squarci di cielo con putti che recano armi, omaggio del Domenichino al committente Vincenzo Giustiniani, particolarmente legato alla caccia quale aspetto della vita agreste. L’artista nella sua decorazione si rifece alla Galleria Farnese di Annibale Carracci. L’ultima stanza che si incontra durante il percorso espositivo è la Galleria, ambiente splendidamente affrescato da Francesco Albani nell’estate del 1609; questa è l’ultima sala dell’ala settentrionale e, a dispetto del suo nome, non era il luogo adibito all’esposizione di collezioni d’arte ma, semplicemente, un ambiente con una bella vista panoramica. Albani, uomo colto e di ampia formazione, giunse da Bologna, dopo aver raggiunto la fama grazie a piccoli dipinti; a Bassano volle dimostrare, secondo le sue parole di “ saper fare in grande et in picolo”, dando così vita ad un capolavoro sinora, purtroppo, poco conosciuto. Tema della stanza è un episodio tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, la Caduta di Fetonte; qui l’Albani, a differenza di Domenichino nel camerino appena descritto, non si rifece al prototipo rappresentato nella galleria Farnese dal suo maestro Annibale Carracci. L’artista, infatti, invece di suddividere la scena in vari episodi, rappresentò un’unica, grande, apertura illusionistica.
La storia narrata è quella di Fetonte, figlio di Apollo, che chiede e ottiene di condurre per un solo giorno il carro del Sole ma non riesce ad assolvere il compito; il carro, maldestramente condotto, fa precipitare la terra nel caos e alla fine interviene Giove che, scagliando un fulmine su Fetonte, lo fa precipitare.
La vicenda familiare dei Giustiniani si può mettere in relazione proprio con gli affreschi realizzati da Francesco Albani all’interno della Galleria; la fuga da Chio rappresenta la perdita di punti di riferimento, una sorta di apocalisse, così come la folle corsa del carro trainato da Fetonte, che semina scompiglio e disperazione, ma a un tratto avviene per i Giustiniani una sorta di ritrovata sicurezza, rappresentata dall’arrivo a Roma e dal successivo acquisto della tenuta di Bassano, un rinnovato radicamento. Allo stesso modo la Terra ritrova un giusto equilibrio ed una nuova serenità grazie all’intervento di Giove, il quale mette in atto la suprema giustizia divina.