I misteri della Ca’ Dario a Venezia

Palazzo Dario, gioiello architettonico che si affaccia sul Canal Grande a Venezia, si trova nel sestiere di Dorsoduro,  tra la Chiesa della Salute e la Collezione Peggy Guggenheim, proprio vicino al Museo di Arte Contemporanea Punta della Dogana. 

Il sestiere di Dorsoduro è uno dei luoghi più tranquilli ed eleganti di Venezia, centrale ma allo stesso tempo lontano dai flussi turistici, dove è possibile passeggiare sulla Fondamenta delle Zattere con i suoi romantici panorami e i caffè e ristoranti che si affacciano sul Canale della Giudecca.

Quello che appare  del palazzo al visitatore, se lo osserva dal lato posto lungo il Canale, è la splendida facciata rinascimentale, arricchita da oculi gotici e da intarsi in marmi policromi, in Pietra d’Istria,  che testimoniano  perfettamente le influenze orientali che ne determinarono l’aspetto. 

Questi  marmi preziosi presero il posto degli affreschi che, usualmente, decoravano molte facciate veneziane rendendo la facciata di Palazzo Dario una delle prime e più raffinate manifestazioni del Rinascimento nella città lagunare.

Tre loggiati sono ritmati da quattro archi a tutto sesto  posti uno sopra l’altro da un lato, una bifora dall’altro  e tra loro grandi medaglioni, ve ne sono quasi ottanta,  in marmi policromi. 

Claude Monet, che utilizzò la Ca’Dario come soggetto di alcuni dei suoi dipinti  realizzati durante la sua permanenza a Venezia nel 1908, la descrisse così:”Dall’acqua a Venezia spuntano meraviglie in serie. La più esaltante e piena è senz’altro la Ca’ Dario”. 

Il Palazzo venne costruito sul finire del XV secolo, intorno al 1487, su di un precedente edificio gotico e su committenza del diplomatico veneziano Giovanni Dario (1414 – 1494) che ne affidò il progetto all’architetto Pietro Lombardo, autore anche della Chiesa di Santa Maria dei Miracoli. 

Non troppo alto e piuttosto stretto il prospetto non è più lungo di una gondola, cioè 10 metri, e risulta lievemente inclinato verso destra, forse a causa di antichi cedimenti delle fondazioni.

Sulla facciata è posta un’iscrizione che recita: “Urbis Genio Ioannes Darius”, da tradursi con “Giovanni Dario,  in onore del Genio della Città”, come simbolo, non tanto della  cultura e della fama del committente, quanto  della grandezza e del “genio” della città da lui tanto amata. Giovanni Dario era di origine cretese, uomo di forte personalità e di vasta cultura umanistica; divenne mercante e poi notaio della Cancelleria Ducale e Segretario ducale.

Grazie a lui, nel 1479, fu stipulata la pace tra Venezia e la corte del sultano Mehemet II (presso la quale  Giovanni Dario aveva risieduto), dopo un periodo di grave crisi politica e militare con i turchi. 

In cambio di questo importante traguardo la Serenissima gli aveva accordato un possesso nel padovano e un’ingente somma di denaro che egli utilizzò per acquistare l’antico palazzo gotico sul Canal Grande e trasformarlo.

Alla morte di Giovanni Dario il palazzo entrò in possesso della figlia Marietta,  divenuta sposa di Vincenzo Barbaro e, successivamente, del figlio Gasparo. 

L’immobile rimase proprietà della famiglia Barbaro sino agli inizi dell’Ottocento per poi passare nelle mani di diversi acquirenti.; l’edificio in quel periodo presentava gravi problemi strutturali che resero necessari ingenti lavori per garantirne la stabilità.

Nel 1838 Rawdon Brown, cultore di storia veneziana e allora proprietario del palazzo, divenne finanziatore dei primi restauri; nel 1904 avvenne una totale revisione edilizia della Ca’ Dario. Fu rimessa completamente in sesto la palificata su cui poggiavano le fondamenta, vennero rinforzati i muri esterni e fu  demolita la facciata, poi prontamente riposta in loco, per consolidare quello che si trovava dietro.

A quel tempo il palazzo venne stravolto anche internamente ma, per fortuna, alcune delle sue primitive caratteristiche sono rimaste immutate; dalla porta d’acqua si accede in uno splendido spazio colonnato dove si trova una vera da pozzo in marmo rosso  e un grande camino. 

E’ qui presente una scala marmorea che conduce ai piani nobili. 

Al primo piano, ancora oggi, si può ammirare una fontana moresca  posta all’interno di una piccola sala interamente rivestita di marmi e impreziosita da una graziosa finestra in stile arabo, fortemente voluta dallo stesso Dario come ricordo dei suoi viaggi in Oriente. Il secondo piano nobile ospita eleganti saloni con tessuti Bevilacqua e antichi lampadari di Murano. 

Al terzo piano sono collocate le camere dal letto,  arricchite da boiserie, e da una splendida terrazza loggiata dalla quale è possibile godere della vista sul giardino segreto.  

Palazzo Dario ebbe un ruolo importante sia nella storia dell’arte sia nella letteratura.

Il poeta e romanziere Henri de Régner (1864 – 1835) soggiornò a lungo in questo incantevole luogo, grazie all’ospitalità della contessa francese Isabelle de La Baume -  Pluvinel, figura importante nella vita mondana veneziana di inizio Novecento che divenne proprietaria dell’immobile nel 1896. Régner  lasciò una bellissima descrizione del palazzo nel romanzo L’altana ou la vie vènitienne.

John Ruskin, critico d’arte britannico, descrisse con meraviglia gli oculi in marmo e la splendida decorazione, mentre Henry James all’interno del suo racconto “Ore italiane”, lo definì “un castello di carte”, sospeso in un equilibrio precario ma affascinante.

Accanto allo splendore architettonico, però, Ca’ Dario porta con sé una fama misteriosa e inquietante, quella cioè di essere un palazzo colpito da una maledizione. 

La storia ha origine sin dalla prima costruzione quando crebbe storto a causa di un piccolo terremoto che, secondo la leggenda, ne avrebbe incrinato le fondamenta per ribellarsi ad una dimora “costruita con il sangue”. 

Marietta Dario, figlia di Giovanni, sarebbe morta di crepacuore dopo i disastri politici ed economici del marito, mentre, sia Vincenzo Barbaro che il figlio Gasparo, furono assassinati. 

Un altro proprietario del palazzo, il ricchissimo commerciante di diamanti di origini armene, marchese Arbit Abdol nel giro di poco tempo vede completamente rovinate le sue fortune, dilapidate in donne e oppio; nell’Ottocento l’americano Charles Briggs è colpito da un grande scandalo che riguarda la sua presunta omosessualità e, dopo essere fuggito in Messico, decide di togliersi la vita.

Nel 1970 il conte Filippo Giordano Delle Lanze viene trovato  senza vita, assassinato tra le mura dell’edificio dal suo fidanzato, un marinaio poi fuggito a Londra, mentre nel 1981 il nuovo proprietario di Ca’ Dario, il manager del complesso rock The Who, Christopher “Kit” Lambert si suicida, o viene ucciso, per motivi mai ben chiariti. 

Alla fine degli anni Ottanta del Novecento, il palazzo è acquisito da Raul Gardini che vorrebbe farne dono alla figlia; dopo una serie di rovesci economici e il coinvolgimento nello scandalo di Tangentopoli, Gardini si suicida.

A di là di queste superstizioni e leggende Palazzo Dario rimane una perla veneziana di rara bellezza, uno dei più belli e affascinanti della città lagunare; attualmente ha un proprietario che è rimasto del tutto indifferente alla sua presunta “maledizione”. Questa leggenda, che ha ripreso vigore negli anni Settanta, ha permesso di moltiplicarne il valore.