L’Abbazia greca di San Nilo, essenza di ellenismo mistico.

Il Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, conosciuto come Abbazia greca di San Nilo, è costituito da un grande complesso fortificato che sorge sulle pendici nord – occidentali dei Colli Albani. 

Ci troviamo  tra la  via Appia e la via Latina, quest’ultima importante asse viario che fungeva  da raccordo fra Roma e il Regno di Napoli.

La cinta muraria e gli imponenti torrioni che circondano il complesso furono realizzati nel corso del XV secolo, tra il 1485 e il 1491, su commissione del cardinale Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV e, a quel tempo, commendatario dell’Abbazia. 

Gli scopi che spinsero ad erigere questa fortificazione furono molteplici: intanto presidiare la campagna romana, poi difendere da incursioni militari il complesso religioso  e, infine,   rappresentare una sorta di sentinella  del traffico che interessava la via Latina.

Il progetto venne affidato a Baccio Pontelli il quale creò un fossato e la cinta muraria che circondava l’insieme su tre lati, mentre quello rivolto verso valle fu considerato meno vulnerabile e già naturalmente protetto. 

Ad ogni angolo del quadrilatero fortificato venne posto un torrione, rotondo e basso, e, in corrispondenza dell’angolo nord – occidentale,  venne costruita un’alta postazione con funzione di vedetta.

Sul  lato sinistro rispetto all’ingresso è collocato Il Mastio; si tratta di una grande torre, alta  e quadrangolare, affiancata da un torrione più basso e di forma semicircolare. Proprio in questo tratto il fossato è oggi attraversato da un ponte in pietra, che un tempo doveva essere levatoio. 

La cinta delle mura protegge e nasconde al suo interno il  complesso monastico costituito dal Palazzo dell’abate commendatario e dalla chiesa abbaziale, ovvero la Chiesa di Santa Maria delle Grazie.

La fondazione di questo edificio religioso risale all’epoca medioevale; esso fu realizzato sui resti di una grande villa romana di età repubblicana. 

L’Abbazia riveste un ruolo di enorme importanza nell’ambito dell’architettura monastica in quanto rappresenta l’ultimo dei monasteri italo – bizantini fondati a Roma e in  tutta l’Italia meridionale nel Medioevo. Siamo, inoltre, al cospetto dell’unica realtà monastica orientale trapiantata nell’Occidente latino ancora prima dello Scisma che, nel 1054,  provocò la separazione della Chiesa di Roma da quella di Costantinopoli.

Secondo un’antica tradizione, diffusasi nel XV secolo, l’Abbazia di Grottaferrata sarebbe nata sui ciò che rimaneva della dimora tuscolana di Marco Tullio Cicerone. Nei terreni che appartenevano  ai Conti di Tuscolo nel 1004 giunse il monaco calabrese Nilo di Rossano il quale diede vita ad una comunità monastica intitolata alla Theotokos le cui fondamenta furono poste sui resti di questa celebre villa romana, donata al Santo calabrese da Gregorio di Tuscolo.

Nilo, nato tra il 909 e il 910 a Rossano in Calabria, che in quel periodo  apparteneva all’impero bizantino,  si distinse da subito grazie alle sue doti intellettuali e spirituali. Nel 940 rifiutò la vita mondana e si rifugiò vicino Scalea, nell’eparchia di Mercurio, attuale Castromercurio, luogo abitata da importanti asceti quali  Fantino, Giovanni e Zaccaria.

All’età di settant’anni, nel 980,  decise di lasciare la Calabria e la sua dimora monastica a causa delle sempre più pericolose scorrerie saracene. Si diresse, accompagnato dalla sua comunità, verso nord, lontano dai clamori della mondanità e della guerra con lo scopo di proseguire con la sua ascesi durissima. 

Raggiunta la veneranda età di novant’anni,  e già in odore di santità, Nilo partì con un piccolo gruppo di seguaci verso Roma, percorrendo la via Latina in direzione nord. A un certo punto del viaggio chiese ospitalità in un piccolo monastero greco dedicato a Sant’Agata, vicino Tusculum, che si trovava a 3 chilometri da Grottaferrata. 

Decise di trascorrere gli ultimi giorni di vita in questo luogo;  ricevette, poi, la visita del conte di Tuscolo, Gregorio, uomo ingiusto e dispotico  ma molto coinvolto dal carisma e dalla fede dell’anziano monaco.

Il  conte fece dono a Nilo di un terreno situato a circa due miglia dal monastero di Sant’Agata dove si trovavano i resti di un’antica villa romana.

Durante il viaggio, in questo luogo, Nilo e i suoi compagni si fermarono  a pregare presso un oratorio, all’interno del quale avvenne la prodigiosa apparizione della Vergine Maria al Santo; la Madonna diede preziose  indicazioni per la costruzione di un monastero. 

Secondo gli studiosi questo primitivo oratorio,  abbandonato  già al tempo di  Nilo,  era collocato in un ambiente della villa romana riservato a funzioni sepolcrali;  esso viene tradizionalmente identificato con la crypta ferrata, piccolo sacello inglobato all’interno dell’Abbazia medievale che ancora oggi possiamo ammirare all’inizio della navata destra, sotto il campanile.

La chiesa abbaziale venne fondata da  San Nilo di Rossano insieme a San Bartolomeo; fu consacrata il 17 dicembre del 1024 da papa Giovanni XIX e intitolata a Santa Maria delle Grazie. 

Vi si accede attraverso un pronao formato da quattro colonne in travertino che sostengono degli architravi. Nulla rimane dell’antico portico medievale che fu  distrutto nell’ Ottocento e ricostruito negli anni Trenta del Novecento;  il portico era sostenuto da quattro colonne di granito egizio poi sostituite da quelle in travertino. 

Attraverso il pronao si accede al nartece, ambiente destinato ai catecumeni e ai riti dell’iniziazione cristiana;  nel nartece, a sinistra, spicca il Fonte battesimale, poggiante su quattro sostegni a forma di leone alato, splendido prototipo di arte scultorea romana del XII secolo. 

Dal nartece si entra in  chiesa tramite una porta denominata “speciosa”; essa conserva i preziosi stipiti in marmo scolpiti a racemi vegetali, arricchiti da figure umane e animali e la trabeazione caratterizzata da tre protomi leonine, poste, secondo la tradizione, a difesa dei portali. 

Il fregio a racemi è riferibile ad una matrice bizantina che collega Montecassino a Grottaferrata. 

Questo tema nasce già nell’antichità classica ma, nel repertorio decorativo cristiano,  si arricchisce di un particolare significato escatologico. I grappoli d’uva e  gli animali (uccelli e conigli) alludono alla promessa della vita beata in Paradiso.

Gli splendidi portali lignei, seppur restaurati, conservano l’originaria decorazione a tralci di vite, con inserite delle croci. Tra i tralci vegetali presenti sugli stipiti vi sono anche alcune scenette come quella raffigurante  un uomo nudo e un serpente, chiaro rimando alla tentazione nell’Eden. 

Sopra la porta speciosa si trova un quadro musivo con la Deesis: entrambi sono databili tra la fine dell’XI secolo e i primi anni Trenta del XII. La Deesis (supplica, intercessione) raffigura al centro il Cristo Pantocratore affiancato, a destra da San Giovanni Battista e a sinistra dalla Madonna. 

Cristo tiene il Vangelo aperto proprio nel punto in  cui si possono leggere le parole di Giovanni che recitano:”Io sono la porta, chiunque entra attraverso di me sarà salvo”.

Entrando in chiesa si nota che la Basilica attuale ricalca quella medievale: vi sono tre navate scandite da quattro colonne scanalate in marmo bianco che sostengono archi a tutto sesto, un tempo a sesto acuto. 

Si rimane immediatamente colpiti dal magnifico pavimento cosmatesco, databile tra XII e XIII secolo, che occupa la navata centrale ma, anche, dal mosaico a fondo oro collocato sull’arco absidale.

 Si tratta di un’opera realizzata nell’epoca immediatamente successiva al 1191, anno in cui i monaci tornarono dopo il lungo esilio sublacense; il quadro musivo  venne realizzato da mosaicisti siciliani provenienti dal Duomo di Monreale dove è presente lo stesso soggetto eseguito negli anni Ottanta del XII secolo.  

E’ qui raffigurata la Pentecoste con i dodici Apostoli divisi in due gruppi da un trono gemmato collocato al centro; davanti al trono, entro un clipeo,  è rappresentato l’Agnello divino. 

Le figure degli Apostoli presentano molte analogie iconografiche con quelle di Monreale: simile è la resa formale con le lunghe curve dei panneggi ma, anche, l’espressione patetica dei volti, con le sopracciglia aggrottate e con le fronti bitorzolute. 

Alcuni particolari fanno, invece, riferimento alla tradizione occidentale romana come il trono più ampio rispetto a quello bizantino, la volta celeste piena di stelle e le lingue di fuoco sulle teste. 

L’antico soffitto a capriate fu demolito nel 1577 dal cardinale Alessandro Farnese che fece costruire l’odierno soffitto a cassettoni. 

Nel 1665 il cardinale Francesco Barberini commissionò l’altare maggiore,  in marmi policromi,  a  Antonio Giorgetti, discepolo di Gian Lorenzo Bernini. Tutto questo venne realizzato per donare una degna cornice alla venerata icona della Madre di Dio (Theotokos), donata, secondo la tradizione, da Gregorio IX nel 1230.

Dopo la riforma liturgica del 1881, con la quale veniva ripristinato il rito greco nel monastero, l’interno venne adattato al nuovo rito e l’insieme dell’altare maggiore fu inserito nell’iconostasi attuale. 

Il cardinale Odoardo Farnese ampliò la cappella laterale intitolata ai Santi fondatori, Nilo e Bartolomeo, affidando nel 1608 la decorazione parietale al Domenichino (1581 – 1641), allievo di Annibale Carracci.

Nella cappella,  piccolo gioiello, l’artista realizzò quattro affreschi;  la parete di destra accoglie la Vergine nell’atto di offrire ai Santi fondatori il pomo d’oro mentre al di qua delle colonne che delimitano il presbiterio appare la grande scena della Costruzione della Chiesa con San Bartolomeo intento ad inforcare gli occhiali per esaminare meglio il progetto.

Sul lato sinistro del presbiterio è raffigurato San Nilo mentre guarisce un ragazzo ossesso; l’affresco più interessante, di grande qualità artistica, è quello che ritrae San Nilo che incontra l’imperatore Ottone III di Germania presso Gaeta dove Nilo risiedeva allora insieme alla sua comunità monastica.

Il complesso religioso si compone, anche, del Palazzo a tre piani connesso con il Mastio, dimora del Commendatario; il piano terra venne adibito a sala delle armi, il piano di mezzo ad alloggio del personale mentre il piano nobile fu riservato al cardinale. 

Altro importante edificio, realizzato tra il 1712 e il 1770, è il Monastero con ambienti di rappresentanza, le camere dei monaci, un refettorio e la Biblioteca monumentale.

 A completare gli spazi interni sono presenti cinque cortili: il cortile dì ingresso con al centro la statua di San Nilo, il cortile della Chiesa di Santa Maria delle Grazie con la fontana liturgica in stile neogotico e la statua di San Bartolomeo, il cortile del Sangallo con al centro una fontana, e il doppio cortile, tra la Chiesa e il Monastero, che si affaccia sul rivo della Marrana.