Egli, pur avendo già a disposizione il Palazzo Ducale e quelli di San Sebastiano e Marmirolo, incarica nel 1524 Giulio Romano di costruire Palazzo Te, magnifica villa, su un isolotto del Mincio presso Mantova. Il cantiere, conclusosi nel 1535, è condotto in maniera così precisa da rendere possibile la visita di Carlo V nel 1530 e nel 1532.
Nel Cinquecento, come afferma Giulio Carlo Argan, si creano e teorizzano “tipi” architettonici che sono “facilmente applicabili e ripetibili”; l’antico si tramuta in un punto di partenza dal quale attingere, spesso in maniera libera e creativa, elementi strutturali, decorativi e la pianta degli edifici. Palazzo Te diviene simbolo originale di questa reinterpretazione dell’architettura classica.
Giulio Romano elabora una nuova concezione di villa suburbana che gli deriva dalla sua formazione con Raffaello e Bramante; l’artista trova in questo luogo una sorta di ritiro, una zona di pace che gli consente di prendere le distanze da una Roma che sta terminando la sua parabola di splendore e che inizia a risentire di una certa instabilità politica.
Il Palazzo, nato dall’esigenza privata di Federico II Gonzaga di incontrare l’amante Isabella Boschetti, diviene, nel corso del tempo, un sontuoso edificio di rappresentanza, arricchito da una serie di soluzioni decorative di grande originalità.
Palazzo Te deriva il suo nome dalla località suburbana in cui venne eretto: Te da “tejeto”, zona di capanne, o “tiglieto”, terreno con tigli.
Un’altra interpretazione riguarda l’isolotto che sarebbe stato chiamato “isola del Te” in quanto vi si incontravano due strade che formavano una intersezione a “T”. Inizialmente questo luogo divenne meta privilegiata per lo svago della famiglia Gonzaga; Francesco II vi fece poi costruire le stalle destinate ad accogliere i suoi amati cavalli di razza e, nel 1524, incaricò Giulio Romano di sistemare le scuderie e rendere gli ambienti adatti all’organizzazione di pranzi e cene.
L’artista diede vita ad un capolavoro, fondendo, con grande armonia, architettura, decorazione pittorica e decorazione plastica. Egli trasse ispirazione dalle domus romane dell’antichità da cui prese a modello il disegno a pianta quadrata con ambienti disposti intorno ad un ampio cortile.
In modo del tutto originale realizzò, al piano terreno gli spazi riservati al committente e signore della dimora, mentre destinò il piano superiore agli ambienti di servizio. Questo tipo di progettazione era agli antipodi di quanto accadeva nei palazzi di città.
A Palazzo Te l’otium si accompagnava alle esigenze del negotium: villa di rappresentanza destinata ad accogliere ospiti illustri, come Carlo V, ma, al tempo stesso, luogo di divertimento e intrattenimento che spesso si manifestava attraverso sorprese teatrali, organizzate per sorprendere i visitatori.
Il complesso architettonico, realizzato da Giulio Romano sulla base di preesistenze, è formato da un basso corpo centrale che circonda il cortile d’onore e da una serie di articolazioni disseminate nel vasto giardino, destinate allo svago e al riposo e composte da logge e padiglioni.
Grande parte degli ambienti viene decorata, a partire dal 1527, attraverso stucchi ed affreschi ideati dallo stesso Giulio Romano coadiuvato nell’impresa da una nutrita schiera di collaboratori, tra i quali Francesco Primaticcio e Rinaldo Mantovano.
L’apparato decorativo include, principalmente, soggetti mitologici maggiormente consoni alla tipologia della villa, ma non solamente, come testimoniano gli affreschi con Storie Romane dipinti nella Saletta di Attilio Regolo con lo scopo di celebrare le virtù del sovrano.
La rappresentazione del potere imperiale era emblematica dell’arte gonzaghesca e, infatti, Federico II amava identificare sé stesso con l’immagine del “principe guerriero”.
Questa saletta si trova nell’Appartamento del Giardino Segreto, decorato tra il 1531 e il 1534; esso è, inoltre, caratterizzato dalla presenza di un vestibolo, arricchito da grottesche, e di una loggetta decorata con episodi allegorici e mitologici.
La decorazione prende avvio attraverso l’Appartamento delle Metamorfosi costituito dalle Camere del Sole, delle Imprese e di Ovidio che traggono il loro nome dal soggetto raffigurato negli affreschi.
Nel 1527 fu decorata, anche, la cosiddetta Sala dei Cavalli; essa presenta sulle pareti raffigurazioni di divinità ed episodi di Ercole a cui si accompagnano “ritratti di cavalli”, grande passione di Federico II Gonzaga.
Gli ambienti privati furono decorati tra il 1527 e il 1528: la Sala di Psiche con la volta affrescata con le storie tratte dalla favola di Amore e Psiche e amori divini sulle pareti; la Camera dei Venti con decorazioni a tema astrologico; la Camera delle Aquile arricchita da stucchi e affreschi nei quali è raffigurata, anche, la Caduta di Fetonte sul soffitto.
Appartiene a questi anni, inoltre, la decorazione dell’Appartamento Meridionale, riservato a cortigiani e ospiti e composto dal Camerino delle Grottesche, da quello di Venere, dalle camere dei Candelabri e delle Cariatidi. Nella Loggia delle Muse gli stucchi furono dipinti prima del 1530 mentre, intorno al 1532, vennero realizzati i paesaggi con Storie di Orfeo e le rappresentazioni di Apollo e della Musa Urania all’interno delle lunette.
Le uniche decorazioni a tema biblico furono eseguite nella Loggia di Davide dove è evidente il parallelismo istituito tra la vita del personaggio biblico e quella del committente.
Francesco Primaticcio prima di partire per Fontainebleau, tra il 1530 e il 1531, lavorò nella Sala degli Stucchi, completata entro il 1533 dai collaboratori di Giulio Romano.
Qui le figure di Ercole e di Marte rappresentano un chiaro rimando alle virtù militari di Federico II, così come le sfilate di soldati raffigurate nel fregio; anche nella Camera dell’Imperatore sono narrati episodi tesi ad esaltare il valore e il prestigio di sovrani e condottieri.
L’Appartamento dei Giganti, e l’intera campagna decorativa, trovano conclusione nella sorprendente SALA DEI GIGANTI dove allo strabiliante effetto illusionistico della pittura si accompagna una particolare acustica.
Questa sala fu progettata da Giulio Romano sul finire del 1531 e la realizzazione vera e propria ebbe inizio un anno dopo, per terminare nel 1534. Siamo di fronte alla più celebre raffigurazione del mito in cui viene narrata la lotta dei Giganti contro gli dei dell’Olimpo; chiunque osservi il grande dipinto, che è realizzato senza interruzione dal soffitto al pavimento, si sente esattamente al centro dell’evento, grazie ad un sapiente uso, da parte dell’artista, dell’illusionismo pittorico.
La raffigurazione dell’episodio, narrato nelle Metamorfosi di Ovidio, inizia nella volta dove si può ammirare Giove nell’atto di scagliare dei fulmini contro i Giganti, armi che gli vengono fornite da Giunone.
I Giganti sono raffigurati sulle pareti mentre, tentando la scalata all’Olimpo, sono colpiti dai fulmini; essi hanno ammassato sassi, sotto i quali stanno franando. Alcuni elementi della rappresentazione, come posto in evidenza da Bodo Guthmuller (1937 – 2020), sono estranei al testo di Ovidio, aspetto molto interessante da un punto di vista iconografico.
In Ovidio i Giganti sono dei mostri contraddistinti da braccia e piedi di serpente mentre, al contrario, nella versione di Giulio Romano, a Palazzo Te, essi sono degli uomini di enormi dimensioni; nel dipinto sono, poi, presenti delle scimmie, animali che non compaiono nei versi ovidiani.
L’artista, in effetti, non consultò il testo latino originale quanto, piuttosto, la versione volgarizzata scritta da Niccolò degli Agostini, che aveva, a sua volta, tramandato un errore di lettura presente nelle lezioni universitarie sulle Metamorfosi di Giovanni del Virgilio.
Il sangue dei Giganti diede vita, oltre ad una stirpe umana violenta ed empia, anche ad esseri solo dalle sembianze umane, cioè scimmie. Questo racconto venne interpretato nella tradizione moraleggiante come la superbia punita e venne utilizzato, durante la prima metà del XVI secolo, quale metafora delle vittorie di Carlo V nei confronti di eretici e infedeli. In questo senso la narrazione fu utilizzato a Palazzo Te, visti anche i rapporti di amicizia intercorsi tra Federico II e Carlo V.
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