Essa rappresenta la più importante istituzione monastica dell’Abruzzo citeriore (storica divisione amministrativa della regione Abruzzo, che fa riferimento al territorio posto “al di qua”, quindi verso la costa).
Le vicende storiche del monastero di San Giovanni in Venere si intrecciano, sin dall’epoca medioevale, con quelle degli abitanti di Fossacesia, un tempo conosciuta come Fossa Cecca, feudo del convento benedettino. Sull’area dove attualmente si trova il complesso abbaziale anticamente sorgeva un tempio intitolato a Venere Conciliatrice, da cui deriverebbe il nome di San Giovanni in Venere.
Il tempio presentava grandi dimensioni, una pianta ottagonale con un portico dotato di sei colonne e una gradinata. Il culto riservato alla dea era fondamentale per gli abitanti di questi territori, in quanto si credeva che da lei dipendesse la cura e la conservazione della famiglia.
Tra la distruzione del tempio e l’erezione della chiesa dedicata al Battista si inserisce una fase intermedia, resa nota attraverso gli scavi archeologici operati nell’area tra il 1998 e il 1999.
Tra i castra bizantini citati da Giorgio Cipro in Italia centro – meridionale vi è il kàstron Beneren che fa riferimento al promontorio di San Giovanni in Venere dove si ipotizza la presenza, tra VI e V secolo, di un insediamento bizantino.
I Bizantini, nel VII secolo, in effetti erano i custodi della costa chietina, da Pescara a Vasto; il loro scopo principale era quello di usufruire dei porti abruzzesi, dei quali si servivano come punti di scalo nei collegamenti via mare con Ravenna.
Venne, dunque, a crearsi una sorta di sistema difensivo costituito da ville, stationes e castra, creati su precedenti agglomerati urbani; il kàstron Beneren fu costruito per controllare il porto alla foce del Sangro e si pensò di realizzarvi anche un luogo di culto.
Secondo la tradizione la chiesa fu donata nel VI secolo da Tertullo a San Benedetto in occasione dell’affidamento al santo del figlio Placido. Tra il 529 e il 543 giunsero da Montecassino alcuni discepoli del santo, guidati dal monaco Martino, i quali realizzarono un monastero benedettino.
Il vero atto di fondazione del monastero risale, però, al X secolo ed è riferibile ai conti teatini Trasmondo I e Trasmondo II della famiglia degli Attonidi; Trasmondo I, di origine longobarda, fece dono all’Abbazia di castelli, terreni e di metà delle rendite del vicino porto di Venere. Il figlio, Trasmondo II, nel 1017, si occupò del restauro dell’antica chiesa fatta erigere dal monaco Martino. Venne edificato un monastero in cui erano inclusi due chiostri, una scuola e una biblioteca.
Di questa fase rimangono poche tracce, tra le quali la cripta, il livellamento del terreno di fronte la facciata, resosi necessario per arginare il naturale dislivello della collina, oltre all’impostazione generale della chiesa.
Il monastero, nel corso dell’XI secolo, venne affidato al controllo di un abate benedettino e cioè Arnulfo, divenuto poi episcopus teatinus.
In seguito, dopo Arnulfo, si susseguono una serie di abati: Giovanni I, Oderisio I, Giovanni II, Riccardo, Berardo poi nominato vescovo di Teramo, Benedetto I sino a Oderisio II, fondamentale per quanto concerne le committenze artistiche legate all’Abbazia.
Egli fu alla guida del monastero per 49 anni, dal 1155 al 1204, e si occupò, avvalendosi di maestranze borgognone e rispettando comunque l’impianto originario, di costruire la grande Abbazia che possiamo ammirare ancora oggi. L’opera costruttiva ebbe inizio nel 1165; la chiesa e la sottostante cripta furono arricchite da affreschi e sculture.
L’Abbazia, la cui cura è affidata da oltre 70 anni alla Comunità dei Padri Passionisti, costituisce uno dei primi esempi, in Abruzzo, dello stile architettonico cistercense che da Citeaux penetrò nell’intera Europa. La pianta basilicale è semplice, suddivisa in tre navate che terminano in tre absidi semicircolari.
Le navate risultano divise e ritmate da pilastri cruciformi che fungono da sostegno di possenti arcate. Nel 1165 si decise di alleggerire la poderosa spazialità degli interni attraverso arcate leggermente ogivali, semicolonne pensili che terminano in capitellini di chiara derivazione borgognona, e l’innalzamento delle mura.
E’ in questo periodo che avvenne la sopraelevazione del presbiterio attraverso una lunga gradinata; anch’esso fu suddiviso in tre campate come prosecuzione delle navate. Dalle navate laterali si accede ai suggestivi ambienti ipogei della cripta; lo spazio è scandita da due navate ad andamento orizzontale, contraddistinte da massicci fusti di colonna e raccordate da arcate a sesto acuto e a tutto sesto. In fondo alle absidi della cripta sono presenti affreschi realizzati nel XIII secolo e attribuiti a Luca Pollustro da Lanciano.
Nell’affresco posto a destra si può ammirare Cristo benedicente in trono tra i Santi Pietro e Paolo, Giovanni Battista e Giovanni Evangelista; nell’affresco centrale è rappresentato Cristo tra i Santi Giovanni Battista e Benedetto, a lato Madonna in trono con il Bambino tra i Santi Michele e Nicola di Bari.
L’ultimo affresco, collocato a sinistra, raffigura Cristo in trono tra i Santi Vito e Filippo. Attraverso un portale situato nella navata sinistra si può accedere allo splendido chiostro duecentesco, che si sviluppa su tre lati e presenta eleganti trifore; esso venne parzialmente ricostruito tra il 1932 e il 1935.
Diversi i materiali lapidei presenti in questo spazio; tra tutti spicca un’iscrizione riferibile all’abate Oderisio II, in cui è testimoniata la costruzione della nuova chiesa di San Giovanni in Venere nel 1165.
Esternamente l’edificio risulta realizzato, nella parte inferiore con blocchi di arenaria, mentre in quella superiore con mattoni; la facciata principale, rivolta ad ovest, fu eseguita tra il 1225 e il 1230, sotto l’abate Rainaldo, anche se in parte era stata realizzata al tempo di Oderisio II. A dominare la facciata dell’Abbazia è la Porta della Luna, denominata in questo modo perché durante il solstizio d’estate è raggiunta dalla luce del sole al tramonto che illumina il presbiterio e la cripta.
Nella lunetta è raffigurata la Deesis (supplica): San Giovanni Battista e la Vergine Maria affiancano Gesù in trono e intercedono per ottenere la salvezza dell’umanità.; in basso vi sono i resti di un altro gruppo di sculture. Si tratta delle statue di San Romano, di cui rimane l’iscrizione, di San Benedetto posto all’interno di una nicchia e di San Rainaldo, di cui rimangono dei frammenti. Ai lati si trovano due grandi ante in marmo affiancate a colonne.
Al loro interno, su quattro registri, sono narrate Storie del Battista: Infanzia e prima maturità del Battista; Imposizione del nome e Circoncisione del Battista – Annuncio dell’Angelo a Zaccaria; Daniele nella fossa dei leoni - Profeta Abacuc trasportato per i capelli da un angelo.
Riguardo le diverse comunità monastiche che abitarono questo luogo dobbiamo ricordare che i Benedettini, nel periodo del loro maggiore splendore, arrivarono ad un numero di 80 monaci che erano dediti alla preghiera, all’insegnamento e allo studio.
Molti i personaggi illustri che qui risiedettero: Federico di Lorena, poi divenuto cardinale e papa con il nome di Stefano IX; San Berardo, nominato vescovo di Teramo nel 1116; il papa San Celestino V che vi emise la professione religiosa come oblato; l’abate Desiderio, divenuto papa con il nome di Vittore III nel 1087.
Nel corso della sua lunga storia l’Abbazia entrò in possesso di terreni in Abruzzo, nelle Marche, in Puglia, in Romagna e in Dalmazia; divenne, poi, proprietaria di 80 castelli, di centinaia di chiese e di saline alla foce del fiume Sangro.
Nel XVI secolo i Benedettini abbandonarono il complesso religioso; nel 1585 l’Abbazia fu affidata ai padri Filippini che vi rimasero fino al 1880. Nel 1873 i beni appartenenti al monastero furono acquisiti dallo Stato; dal 1880 al 1954, l’Abbazia visse un periodo di completo abbandono e venne, inoltre, danneggiata durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1954 vi giunsero i padri Passionisti che donarono nuova luce all’intero complesso monastico.