Sardegna archeologica: La roccia dell’Elefante

La Sardegna è erroneamente considerata esclusivamente per le sue spiagge selvagge e per il mare turchese (ed in parte merita) ma è molto di più

Questa isola così grande e così distaccata da tutto e tutti (quasi ad essere gelosa di se stessa pronta a preservare la sua anima) sorprende anche per la moltitudine di luoghi inseriti nell’entroterra, luoghi di interesse storico ed antropologico. È infatti un peccato che non si cerchi di pubblicizzare il territorio sardo anche da questo punto di vista. La Sardegna presenta molti segni d’insediamento neolitico e Nuragico corrispondente al Neolitico Antico e ad un popolo poco conosciuto come quello degli Ozieri; molte delle tracce sono datate dal 6000-4000 a.c, successivamente 3500-2500 a.c. Questo fa notare che il percorso di alcuni popoli provenienti dal mare (e non mi stancherò mai di ripeterlo), giunsero in questa isola, lasciando tracce della prima cultura del rame e del bronzo non molto differente dal territorio della Mezzaluna, per poi spostarsi e stabilirsi nella penisola italiana

In Sardegna girando per l’entroterra veniamo accolti da grandi megaliti di ogni genere, le cui forme sono varie: quasi sempre alti dolmen con alcune nicchie di intervento antropomorfo oltre che geologico, molte delle quali sono associate ad alcune costellazioni.
Foto frontale della roccia dell’Elefante

Molte strutture sono invece tombe caratterizzate da grandi tumuli che coprono delle camere (Domus de janas). Vorrei però soffermarmi su una strana struttura che è l’argomento di questo blog, la cui forma zoomorfa attira l’attenzione di molti visitatori occasionali, e specialmente bambini. Sto parlando della “Roccia dell’Elefante” , per i Sardi conosciuto con il nome di “La pietra traforata”, perchè ricca di fori e aperture.

Ci troviamo a Castelsardo esattamente sul ciglio della strada statale verso Sedini. Svoltando improvvisamente ci si trova davanti questo colosso. Una delle strutture archeologiche più interessanti, ancora poco chiare. Essa è composta da materiale trachite, una pietra simile al tufo di origine vulcanica, di colore grigio scuro intenso.

La roccia non è altro che il risultato geologico del distacco di una parte del Monte Castellazzu. Il distacco del masso sarebbe poi ruzzolato infondo la valle e si sarebbe fermato creando questo megalite. Gli agenti atmosferici quali piogge e vento avrebbero poi modellato la trachite producendo questa buffa forma di elefante. Il nome di “Roccia dell’Elefante” fu dato nel 1914 dal suo scopritore, uno studioso proveniente dal nord Italia, Edoardo Benetti che trasferitosi in Sardegna, dedicò la sua vita allo studio archeologico del territorio.

L’elefante, archeologicamente parlando, è interessante per la presenza di due Domus de Janas datate III millennio a.c. (tombe con camere), le cui caratteristiche sono quelle di una abitazione.

Guardando l’elefante lateralmente, le due tombe appaiono disposte una sopra l’altra, quasi a sembrare due appartamenti su due piani sovrastanti . La costruzione delle tombe è avvenuta sicuramente in due periodi diversi non molto lontani tra loro, ma entrambi risalgono al 3200-2800 a.C. La tomba posizionata sul piano superiore (tomba I) è quella più antica ed è quella anche più danneggiata; composta da tre celle, è priva di padiglione di copertura. Probabilmente questo crollò già in antichità e potrebbe essere il motivo di costruzione di una seconda tomba ipogeica al piano sottostante. La seconda tomba (tomba II) più recente ha delle caratteristiche più raffinate dal punto di vista architettonico e delle decorazioni. Composta da quattro vani più piccoli, si accede attraverso Dromos (corridoio a cielo aperto, tipico anche delle tombe etrusche).

Le quattro stanze sono lavorate in alto con l’aggiunta di alcuni rilievi. Tre vani hanno una base quadrangolare mentre una è circolare.

Una delle stanze quadrangolari è particolarmente interessante per la presenza di immagini Taurine: due Protomi bovine con corna a mezzaluna. Non vorrei troppo entrare nella simbologia e nelle consuetudini antropologiche ma in Sardegna l’immagine del toro come anche della Mezza luna ricorrono spesso in tutte le sepolture.

Il toro infatti fino il VII sec a.c. ha rappresentato la FORZA sia fisica che spirituale (in particolare nella cultura degli Ozieri).

Le teste dei tori sormontate da due ampie corna a mezzaluna erano poste sempre sopra le porte delle tombe o all’interno delle stanze sepolcrali, sulle pareti e architravi di tombe, proprio come in questo caso.

Nel caso della Mezzaluna, è un simbolo di origine medio orientale (la luna fertile) e quasi sicuramente importata nel territorio italico , rappresentante la FERTILITÀ’ femminile ma anche quella della terra, che si manifesta sopratutto durante la fase neolitica.

In molte Domus de janas sono presenti entrambe le figure Toro e Mezzaluna e questo indica la peculiarità di questo luogo legato alla cultura pre fenicia.

Consultando alcuni documenti, non sono giunta a documenti che confermano scavi veri e propri ma si parla solo di alcuni ritrovamenti sporadici di oggetti legati all’età del Rame e del Bronzo come ceramica campaniforme ed oggetti vari bronzei.

Il mio consiglio è quello di andare (qualora la vostra meta estiva fosse la Sardegna) e di dedicare un po’ di tempo anche alle escursioni e di immergervi in questo mondo chiamato anche popolo degli Ozieri.

Magari anche voi percorrendo la Strada Statale 134 da Castelsardo, vi troverete davanti questo colosso, accolti dal grande elefante che sembra dire: benvenuti, questa è anche la SARDEGNA.