Le Mura ciclopiche di Alatri, nel segno del gigantismo

Il Lazio meridionale interno ha sempre vantato un’altissima concentrazione di rocche megalitiche, composte da pietre di grandi dimensioni; molti eruditi nel corso dei secoli, proprio grazie alla presenza di queste imponenti testimonianze storiche, hanno collegato a queste zone determinati miti. 

Virgilio all’interno dell’Eneide fa riferimento all’esilio di Saturno, spodestato dal figlio Giove, nel Lazio; qui egli avrebbe condiviso il potere con il dio Giano e si sarebbe stabilito in un castello aprendo la cosiddetta età dell’oro e i Saturnia regna di queste terre.

Spetta agli eruditi moderni la localizzazione di questa vicenda nei territori del Lazio meridionale interno e l’attribuzione a Saturno della fondazione di Alatri, Anagni, Ferentino, Atina e Arpino. 

Gli stessi studiosi univano questa tradizione a quella dei Ciclopi, i giganti a cui era attribuita la creazione delle rocche micenee. Tale tecnica, secondo quanto riportato da Macrobio, sarebbe però stata introdotta dai Pelasgi sul suolo italiano; questo popolo, approdato sulle coste del Lazio e ritenuto progenitore degli Ernici, era considerato tra gli abitatori primordiali della Grecia.

Tra Settecento e Ottocento molti viaggiatori furono attratti dalle vestigia delle mura ciclopiche così come, in genere, vengono denominati i resti di fortificazioni di origine preromana e romana. 

Coloro che si resero protagonisti di questi viaggi in Italia furono, soprattutto, giovani dell’alta borghesia spinti dalle loro famiglie a intraprendere un percorso formativo che avrebbe contemplato, non solo, la conoscenza delle più importanti città italiane, come Roma, Venezia, Firenze e Napoli ma anche lo studio dei costumi rurali e delle antichità.

Meta privilegiata di questi viaggi divenne il Lazio meridionale ricco, oltre che di bellezze naturali tra le quali le Cascate di Isola Liri, la voragine carsica del Pozzo d’Antullo e le Grotte di Collepardo, anche di numerose mura poligonali. 

Agli inizi dell’Ottocento queste ultime divennero oggetto di approfondimento e studio da parte di antiquari, vedutisti, appassionati viaggiatori; se ne interessarono anche personaggi molto noti come Ferdinand Gregorovius, Edward Dodwell, William Gell. Louis Petit – Radel iniziò a studiare i territori di Fondi, Segni, Alatri, Arpino, Ferentino e grazie al materiale raccolto, realizzò un fondo specifico nella biblioteca – museo del cardinale Mazzarino a Parigi.

Il territorio gravitante intorno alla provincia di Frosinone ha da sempre presentato un’elevata concentrazione di città caratterizzate da cinte murarie spettacolari e imponenti, molto ben conservate. 

Si hanno qui svariati esempi di impianti difensivi; si parte da semplici terrazzamenti fortificati appartenenti a centri preromani posti su alture fino a giungere a sistemi più complessi formati da più alture, collegate o meno a centri urbanizzati collocati alla base.

Si possono osservare, dunque, modeste muraglie composte da blocchi lievemente sbozzati, poste nei punti strategici per la difesa e maestose cinte a doppia cortina, in cui sono presenti blocchi levigati e giustapposti in maniera davvero raffinata, interrotti da porte di multiforme struttura come il doppio arco di Porta Maggiore a Ferentino.

Si deve all’archeologo Giuseppe Lugli (1890 – 1967) un puntuale e chiaro schema di classificazione delle mura poligonali che mantiene anche attualmente una certa diffusione e validità descrittiva, pur presentando dei limiti. Secondo quanto osservato da Lugli esistono sostanzialmente quattro maniere costruttive; la prima impiega blocchi che non hanno una forma netta e che sono leggermente sbozzati, posti l’uno accanto all’altro senza punti di giuntura precisi. 

La seconda presenta blocchi sbozzati in modo più preciso anche se ancora caratterizzata da giunti irregolari, mentre la terza maniera si distingue per la giustapposizione di poligoni regolari con lati che combaciano perfettamente e con una superficie levigata. 

La quarta e ultima maniera consiste in una disposizione di blocchi squadrati, di forma trapezoidale, su piani piuttosto orizzontali. 

Tra le mura ciclopiche che costellano il frusinate spiccano quelle di Alatri, città che sorge su di un colle alto 500 metri da cui svetta sulla valle del Cosa, affluente del fiume Sacco. 

Il colle è interamente circondato da un vasto sistema di mura esterne, lungo oltre 2 chilometri. Da questo luogo, in antichità, passava una importante via di comunicazione che collegava l’interno alla costa in riferimento ai tradizionali percorsi di transumanza.

Alatrium era, un tempo, uno dei centri urbani più significativi della confederazione ernica e, insieme a Veroli e Ferentino, mantenne una posizione di neutralità nel corso della rivolta ernica contro Roma avvenuta nel 306 a.C.:  questo atteggiamento le diede la possibilità di rimanere una città libera sino alla Guerra Sociale.

 Alatrium visse un periodo di particolare floridezza tra il II e il I secolo a.C. quando le famiglie del luogo raggiunsero uno status di notevole agio economico grazie ai commerci.

Avvenne, così, un generale ammodernamento delle infrastrutture della città che le donò un aspetto monumentale di cui rimane una nutrita documentazione epigrafica. L’area della collina era caratterizzata dalla presenza di una zona pianeggiante posta a Nord e di una parte lievemente più elevata e scoscesa collocata a Sud; questa particolare conformazione trova riscontro nella disposizione dell’abitato che si concentra, principalmente, nella parte a settentrione.

Tutto culmina in una grande rocca protetta da alte mura poligonali che si presentano in uno straordinario stato di conservazione; anticamente la cinta muraria racchiudeva l’acropoli con il tempio maggiore della comunità ernica.  

L’acropoli si trova oggi a breve distanza da Piazza Santa Maria Maggiore dove, in antichità, sorgeva il foro. L’area che circonda l’acropoli permette di ammirare, in tutta la sua imponenza e splendore, il lato settentrionale della cinta muraria; sono qui presenti estese parti di muratura poligonale perfettamente conservate. 

La tecnica utilizzata prevedeva l’uso di grandi blocchi dai margini combacianti e dalle superfici lisce.

La grande area occupata dall’acropoli, che abbraccia un territorio di circa due ettari, presenta una forma trapezoidale con lunghi lati rettilinei; l’aspetto che possiamo ad oggi ammirare è stato datato tra il IV e il II secolo a.C. ma, con ogni probabilità, un primo assetto dell’acropoli, del tutto cancellato,  risale ad epoca arcaica. Tutti gli edifici di quest’area vennero abbattuti in età medievale, tra il 1325 e il 1326 mentre la sistemazione attuale, che comprende il completamento delle creste dei muri e la creazione di parapetti, si deve ad interventi operati nell’Ottocento.

Tutto culmina in una grande rocca protetta da alte mura poligonali che si presentano in uno straordinario stato di conservazione; anticamente la cinta muraria racchiudeva l’acropoli con il tempio maggiore della comunità ernica.  

L’acropoli si trova oggi a breve distanza da Piazza Santa Maria Maggiore dove, in antichità, sorgeva il foro. L’area che circonda l’acropoli permette di ammirare, in tutta la sua imponenza e splendore, il lato settentrionale della cinta muraria; sono qui presenti estese parti di muratura poligonale perfettamente conservate. 

La tecnica utilizzata prevedeva l’uso di grandi blocchi dai margini combacianti e dalle superfici lisce.

La grande area occupata dall’acropoli, che abbraccia un territorio di circa due ettari, presenta una forma trapezoidale con lunghi lati rettilinei; l’aspetto che possiamo ad oggi ammirare è stato datato tra il IV e il II secolo a.C. ma, con ogni probabilità, un primo assetto dell’acropoli, del tutto cancellato,  risale ad epoca arcaica. Tutti gli edifici di quest’area vennero abbattuti in età medievale, tra il 1325 e il 1326 mentre la sistemazione attuale, che comprende il completamento delle creste dei muri e la creazione di parapetti, si deve ad interventi operati nell’Ottocento.

Sul finire del II secolo a.C. un membro dell’importante famiglia dei Betilieni, Lucio Betilieno Varo, fece costruire un portico dalle dimensioni monumentali, una via coperta che permetteva l’accesso all’arce. 

Attualmente sono visibili i resti del basamento di questa struttura riportati alla luce alla fine dell’Ottocento; l’angolo nord orientale presenta ciò che rimane di un avancorpo realizzato con una tecnica meno raffinata rispetto al resto della muratura. Questi resti testimoniano una sistemazione dell’acropoli anteriore a quella che, oggi, è possibile ammirare.

Proseguendo il percorso lungo la cinta muraria si giunge al lato orientale, il più spettacolare in quanto connotato da una notevole altezza della muratura. 

Questa parte culmina nello spigolo sudorientale denominato Pizzo Pizzale: esso è composto da 14 filari di blocchi, per una altezza di 15 metri. 

L’altezza doveva essere qui ancora maggiore, prima del parziale interro della base causato dalla sistemazione della strada. Superato l’angolo in breve si raggiunge l’ingresso principale all’acropoli: la Porta Civita, conosciuta come Porta Maggiore

Si tratta di un monumentale ingresso architravato, sormontato da un enorme monolite, che doveva fungere da passaggio obbligato durante le cerimonie che portavano all’acropoli. Attraverso una scala, costruita durante la metà dell’Ottocento, si raggiunge il livello della porta che conduce all’odierno spiazzo dell’acropoli; sulla sinistra appare il complesso del vescovado e la cattedrale di San Paolo, la cui facciata venne realizzate dall’architetto Giuseppe Subleyras (1745 – 1819) il quale si occupò di intervenire anche sulle mura.

Attraverso uno scavo operato recentemente si è potuto dedurre il sistema di costruzione delle mura; è stato riportato alla luce un ammasso di blocchi informi nei quali si sono evidenziati allineamenti paralleli alle mura. 

Questo sistema costituiva il terrapieno della cortina esterna, le dava consistenza e permetteva il corretto drenaggio delle acque. 

Continuando sul versante settentrionale dell’acropoli si incontra una scala che conduce verso una porta minore, conosciuta come Porta dei Falli. Essa reca ancora tracce dei fori per i cardini e deve il suo nome alla presenza, sulla parte frontale dell’architrave, di tre falli realizzati in rilievo; questo tipo di decorazione risultava comune nelle mura dalla funzione apotropaica, che dovevano, dunque, respingere il nemico attraverso il dileggio.

Il sistema delle mura esterne si conserva per tratti estesi anche se si riscontrano numerose aggiunte di epoca medievale e moderna, oltre che lacune provocate da diverse demolizioni. La tecnica che venne utilizzata è quella di blocchi lisci dalle grandi dimensioni connessi con giunti regolari, anche se si nota la presenza di tratti in muratura più rozza e la tecnica di blocchi poggiati su piani orizzontali.

Difficile risulta datare con esattezza queste mura; molti studiosi negano che la loro realizzazione sia coeva a quella dell’acropoli ma non si è in possesso di dati certi. Sicuramente esse persero la loro funzione difensiva già durante il II secolo a.C. così come si evince dal ritrovamento di parti di edifici databili a quel periodo, rinvenuti addossati alle stesse mura.

Fra XII e XIII secolo avvennero aggiunte e modifiche come la costruzione di torrioni a pianta quadrangolare; L’ultima sistemazione venne messa in atto tra Settecento e Ottocento da Giuseppe Subleyras, a cui si deve il progetto della facciata della cattedrale. 

L’architetto fu autore dei prospetti bugnati di alcune porte presenti ad Alatri. Durante il corso di tutto l’Ottocento continuarono ad attuarsi sistemazioni e rinforzi della cinta muraria, in particolar modo per celebrare la visita di papa Gregorio XVI avvenuta nel 1843, senza dimenticare i restauri operati di recente.

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