Il Tempio di Ercole a Cori

Il Tempio di Ercole, dichiarato Monumento Nazionale nel 1898, venne realizzato nel I secolo a.C. (89 – 80 a.C.)  sotto la dittatura di Silla.

 

L’edificio sacro si erge sulla sommità del colle su cui un tempo si trovava l’antica città di Cora, oggi Cori, proprio di fronte alla pianura pontina.  Attualmente possiamo ammirarne il podio, la parete della porta della cella e il pronao completo di ogni suo componente, con otto colonne, trabeazione e frontone. 

Il tempio, straordinario esempio di architettura dorica reinterpretata in chiave italica, con la sua imponenza, domina l’antica acropoli della città grazie alla perfetta conservazione delle colonne in travertino. Non si conosce con esattezza a chi fosse realmente dedicato il santuario, che, seguendo la tradizione, è detto di Ercole, semidio figlio di Zeus e della mortale Alcmena; mancano chiari riferimenti epigrafici e archeologici. 

Secondo quanto riportato da Volpi la dedica all’eroe della mitologia sarebbe da riferirsi all’iscrizione che recita: Herculi Sacrum. Essa fu rinvenuta vicino al tempio ma, secondo alcuni studiosi come il Mommsen, sarebbe da considerarsi apocrifa. Intorno agli anni Venti del XVI secolo la dedica ad Ercole è presente in una veduta della città di cui non si conosce l’autore; solo pochi anni dopo Antonio da Sangallo il Giovane esegue un disegno del tempio, indicandolo semplicemente con l’appellativo di “tempio toschano di Cori”.


Nel 1637 lo storico locale Sante Laurienti, all’interno della Historia Corando, determina in Ercole la figura mitologica a cui è dedicato il Tempio di Cori. L’attuale ricerca archeologica ha sollevato diversi dubbi rispetto a tale tradizionale attribuzione e, dunque, molteplici sono i misteri che avvolgono questo splendido edificio dell’antichità.

In epoca cristiana il tempio venne inglobato nella chiesa di San Pietro, eretta tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo; in quel periodo storico la facciata della chiesa occupava il fianco occidentale del tempio e il campanile la zona della cella. I primi interventi di consolidamento del monumento di epoca sillana avvennero tra il 1824 e il 1829; agli inizi degli anni Venti del XIX secolo, in effetti, il tempio era interessato da uno stato di forte degrado e incuria.

Il peso e le oscillazioni del campanile erano la principale causa del grave decadimento che colpiva l’intero edificio, per cui, nel 1824, il cardinale Bartolomeo Pacca, camerlengo pontificio, chiese a Giuseppe Valadier, membro della Commissione consultiva di Belle Arti, di inviare un tecnico e redigere una perizia per effettuare, poi, interventi di restauro.

I lavori presero avvio dopo una serie di rallentamenti dovuti alla burocrazia e ebbero termine nel luglio del 1826. I risultati ottenuti non convinsero, però, l’amministrazione del luogo che pose in evidenza ulteriori problemi legati, soprattutto, alla stabilità dell’angolo posto a destra del pronao. 

Quello che si voleva ottenere era lo spostamento del campanile; tra il 1838 e il 1842 venne denunciato lo stato di totale rovina del tempio evidenziato da studiosi e appassionati d’arte. Fu, così, elaborato un progetto per abbattere il campanile e ricostruirlo in una nuova sede; si provvide, anche, all’acquisto dell’orto antistante il santuario al fine di realizzare un piazzale.

La ricostruzione del campanile fu eseguita celermente e si passò, quindi, ad elaborare un piano teso alla valorizzazione del monumento dato che la sua parte posteriore era annessa alla chiesa, rendendolo inaccessibile. 

Nel 1881 venne presentato un progetto dall’ingegner Raffaele Thevenin e dal professor Pietro Fontana con lo scopo di isolare il tempio che in quel momento era possibile raggiungere solo attraversando l’atrio della chiesa di San Pietro. I lavori, dopo diverse vicissitudini furono portati a termine entro il 1916: il monumento venne isolato e la chiesa restaurata. 

Il 15 luglio 1897 fu  presentata al Ministro della Pubblica Istruzione, Emanuele Gianturco, la proposta di inserire il Tempio di Ercole di Cori nell’elenco dei Monumenti Nazionali: la richiesta ottenne l’approvazione con Regio decreto datato 24 luglio 1898. 

Il 30 gennaio 1944 e nei giorni a seguire Cori subì un pesante bombardamento da parte degli aerei anglo – americani; una delle zone maggiormente interessate fu proprio quella del Tempio di Ercole ove vennero rase completamente al suolo la chiesa di San Pietro e molte abitazioni circostanti, con la conseguente morte di numerosi civili.

Il tempio non subì gravi danni ad eccezione della rottura di una parte dell’ultimo intercolumnio a destra e di una porzione posteriore della cella. Una bomba distrusse, anche, una parte del muro di terrazzamento in opera incerta, per una lunghezza di dodici metri. I lavori di ripristino e restauro ebbero inizio nel novembre del 1946 e terminarono nel maggio del 1947; vennero poi messi in evidenza ulteriori gravi danni subiti dalla struttura durante il bombardamento. 

A causa del movimento sussultorio, con un andamento dal basso verso l’alto, si era verificata la sconnessione dell’intera trabeazione, lasciandola apparentemente a posto, ma allentandola notevolmente. 

Nell’immediato non avvenne altro intervento e soltanto a partire dal 1951 si ricominciò a discutere del restauro e della valorizzazione dell’intero complesso del Tempio di Ercole; il dibattito si incentrò sulla realizzazione di una nuova strada che doveva collegare piazzetta Monte Pio a piazza del Tempio, sulla sistemazione dei giardini sottostanti la terrazza panoramica oltre, naturalmente, sulla sistemazione della zona templare. 

I lavori purtroppo non presero avvio e l’area rimase, a quel tempo, in uno stato di totale abbandono; bisognò attendere fino all’estate del 1958 per vedere avviate le opere di restauro e consolidamento che si conclusero nel 1962.

Un ultimo restauro conservativo, diretto dall’architetto Rita Nulli con la consulenza dell’Istituto Centrale del Restauro, è iniziato nel 2007 ed è stato portato a compimento nel 2010; la chiesa di San Pietro venne, invece, ricostruita negli anni Cinquanta del Novecento dove un tempo si trovava quella di Santa Maria della Trinità, anche questa distrutta dalle bombe.

La città di Cora, insieme ad altre metropoli latine, contemplava un complesso patrimonio mitico. Vi erano principalmente tre filoni leggendari che le attribuivano o una fondazione albana, o una fondazione argiva oppure la identificavano con la Corithus etrusca, fondata da Dardano prima che partisse verso l’Oriente. Cora era considerata fra le città più antiche dei Prisci Latini; insieme a Pometia ne rappresentava l’insediamento posto più a meridione, dunque coinvolta nel movimento di altri popoli dell’Italia centrale come Aurunci e Volsci.

Cora partecipò con costanza ai  sacra del nomen Latinum; fin dall’epoca più antica la città presenzia alle assemblee della Lega Latina al caput aquae Ferentinae, sub Monte Albano (si trattava di un luogo di raduno della Lega Latina situato nelle vicinanze del Locus Ferentinus, sito archeologico localizzato presso Marino). 

I suoi abitanti ogni anno, su quel monte, erano partecipi del rito della spartizione delle carni; è utile ricordare che i Corani intorno al 500 a.C., insieme ai Tusculani, agli Aricini, ai Lanuvini, ai Pometini, ai Tiburtini e agli Ardeati Rutuli, erano tra i dedicanti del Santuario di Diana Nemorense a Aricia.

Per quanto concerne il culto di Ercole, a cui è dedicato il tempio oggetto di questo articolo, esso era uno tra i più conosciuti e antichi dell’Italia centrale, molto diffuso a Roma e in altri centri del Lazio. Vicino Cora il culto dell’eroe era presente a Signia, Lanuvium, Tusculum, Praeneste e Tibur; del tutto un’ipotesi, invece, la sua diffusione a Fidenae e ad Antium.

 Si è attualmente messo in evidenza nel caso del tempio di Cori il fatto che esso, a differenza di altri santuari intitolati a Ercole costruiti in zone extraurbane, abbia una localizzazione urbana. 

I templi erculei sicuramente riconosciuti furono, inoltre, edificati vicino a porte urbiche o a zone dedite al commercio. Di contro la collocazione del santuario di Cora intra moenia, ma allo stesso tempo in un luogo decentrato rispetto alla cittadella bassa, vero centro monumentale, sarebbe una prova della presenza di una zona consacrata allo svolgimento di attività sia cultuali, sia economiche, eseguite sotto la protezione di Ercole.

Il tempio di Ercole a Cori fu edificato in un periodo nel quale la cultura greca esercitava una profonda influenza sull’architettura romana; allo stesso tempo, però, gli artisti locali contribuivano alla creazione di edifici attraverso l’aggiunta di un personale tocco di originalità. 

Questo edificio rappresenta in modo esemplare tale contaminazione culturale; ha una pianta tetrastila con quattro colonne doriche sulla facciata e due sui lati. Le colonne, alte 7 metri, furono realizzate in travertino, materiale talmente solido da consentirne una perfetta conservazione fino ai giorni nostri.

Le colonne risultano poggiare su basi solide e sono caratterizzate da capitelli dorici molto sobri, con echino ed abaco di piccole dimensioni. Sopra le colonne è presente un architrave dove corre un fregio decorato da metope e triglifi; la facciata svetta con grande imponenza sul paesaggio circostante grazie a un frontone triangolare a cornici aggettanti. Il pronao dell’edificio religioso conduce alla cella, cuore del santuario, della quale oggi sopravvive solo la parete di ingresso.

Allo spazio interno, in antichità, si poteva accedere grazie ad una scalinata di forme monumentali, andata purtroppo perduta, che evidenziava l’importanza del podio su cui la struttura si ergeva. Nel corso dei secoli il Tempio di Ercole a Cori richiamò l’attenzione di studiosi e grandi artisti; il celebre incisore Giovan Battista Piranesi realizzò una serie di minuziose incisioni, divenute strumento indispensabile pe riconoscere l’aspetto originario del santuario. 

Secondo la tradizione perfino il grande maestro Raffaello, genio del Rinascimento, fece visita a Cori per studiare e riprodurre il monumento, nel momento in cui aveva ottenuto la nomina di architetto della Fabbrica di San Pietro, dopo Bramante

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