La bellezza immortale dei Bronzi di Riace

Il 16 agosto del 1972, presso la località di Porto Forticchio, a Riace Marina sulla costa orientale della Calabria, furono rinvenute due grandi statue in bronzo, attualmente conservate al MArRC (Museo Archeologico di Reggio Calabria), denominate Statua A e Statua B. 

Si tratta di due opere originali della statuaria greca, di eccezionale qualità esecutiva, databili alla metà del V secolo a.C., quindi ad una fase di passaggio tra l’arcaismo e l’Età Classica. Il ritrovamento avvenne a 8 metri di profondità e a 200 metri dalla riva.

Tante e diverse le ipotesi avanzate dalla critica circa l’artista esecutore e l’origine di queste magnifiche statue. 

Secondo recenti studi i due bronzi sarebbero stati realizzati intorno al 450 a.C., per l’Agorà di Argo, come parte di un monumento voluto sia da Argivi che da Ateniesi, in memoria dei miti dei Sette contro Tebe (titolo di una celebre tragedia di Eschilo) e degli Epigoni (il termine deriva dal greco epigonos e significa “nato dopo”). 

Potrebbe, dunque, trattarsi di due dei sette guerrieri (Adrasto, Tideo, Capaneo, Ippomedonte, Partenopeo, Anfiarao e Polinice) i quali, a capo delle loro truppe, andarono all’assalto delle sette porte della città di Tebe per difendere Polinice, escluso dal potere a causa del fratello; qui trovarono la morte, ad eccezione di Adrasto, re di Argo.

I figli di questi sette, gli Epigoni, dieci anni dopo, replicarono l’impresa, risultando, questa volta, vincitori. Una parte della critica ha proposto per quanto concerne il Bronzo A l’identificazione con Tideo, guerriero molto violento, addirittura accusato di cannibalismo durante la battaglia alle porte di Tebe; il Bronzo B potrebbe raffigurare, invece, Anfiarao, caratterizzato dal dono della profezia e rispettoso degli dei.

Nel secondo quarto del V secolo a.C. una delle personalità più importanti tra i bronzisti operanti ad Argo fu quella di Agelada che ebbe tra i suoi allievi l’ateniese Fidia: una recente ipotesi attribuisce la Statua A (460 a.C.) proprio ad Agelada il Giovane. 

L’opera più nota realizzata da questo artista fu lo Zeus in bronzo eseguito per i Messeni esuli, residenti a Naupatto a partire dal 457 – 456 a.C. E’ stata ormai accertata la diversità del periodo di realizzazione delle due opere e anche la differente mano esecutrice.

Al momento del loro rinvenimento i due bronzi erano adagiati uno accanto all’altro all’interno di una conca circoscritta da tre massi, il più grande dei quali presentava una forma ad esedra; le due statue pesavano 400 kg. ciascuna ed erano alte circa due metri.

Attraverso analisi chimiche e archeologiche messe in atto sull’argilla di cui le opere risultavano piene l’Istituto Centrale del Restauro ha dedotto che le due statue provenissero da microambienti diversi, localizzati in un’unica area geologica in territorio greco, tra Atene, Corinto e Argo. La Statua B sarebbe stata realizzata nel 430 a.C. da Alcamene il Vecchio, nativo di Lemno.

Analizziamo ora nel dettaglio le due statue che presentano una muscolatura ben evidenziata nei dettagli, nella quale sono rese visibili anche le vene delle braccia, delle mani e dei piedi. 

Le labbra e i capezzoli furono realizzati in rame, le ciglia e i denti in argento e gli occhi in pasta vitrea e avorio. 

Il Bronzo A ha l’aspetto di un giovane uomo dai lunghi capelli e dalla barba arricciata, con la testa rivolta con decisione verso destra. 

Siamo di fronte ad un guerriero che non ha con se né scudo né armi; il braccio destro scende lungo il corpo e la mano corrispondente è chiusa come se in origine tenesse una lancia. Il braccio sinistro risulta, invece, piegato e resta l’anello dello scudo.

Il corpo è caratterizzato da spalle larghe ed è stabilmente poggiato a terra; la gamba destra è tesa ed è quella su cui poggia il peso dell’intero corpo, mentre la sinistra è leggermente piegata e in posizione avanzata. 

Il Bronzo B venne realizzato con lo stesso atteggiamento e le stesse caratteristiche della statua compagna, anche se è possibile evidenziare alcune differenze; la testa presenta solo un leggero scarto rivolto a destra e la linea alba (struttura localizzata nella porzione mediana dell’addome) è arcuata e flessuosa.

Un’ interessante ricerca, corredata da studi storici e anatomici, condotta dal professor Riccardo Partinico, direttore del Laboratorio di Anatomia Archeostatuaria di Reggio Calabria, ha evidenziato che l’accreditata diversità del periodo di realizzazione, delle tecniche e dei materiali utilizzati per strutturare la parte interna, della composizione dei metalli e degli stili artistici dimostra il fatto che le due opere furono realizzate da autori appartenenti a differenti ambienti artistici. 

I crani fortemente tipizzati (il cranio della Statua A di tipo mesocefalo, quello della Statua B di tipo dolicocefalo, cioè fortemente allungato in senso antero /posteriore), le alterazioni scheletriche che si possono osservare sui due corpi bronzei (iperlordosi lombare e avanzamento della mandibola nella Statua A e scoliosi dorso/lombare e rettilineizzazione delle vertebre cervicali nella Statua B) hanno portato a pensare che si trattasse della rappresentazione di persone realmente esistite. 

La postura di tipo militare ha fatto dedurre che fossero dei Guerrieri. Secondo il professor Partinico non può trattarsi di eroi divinizzati o di personaggi mitologici. Per quanto concerne la Statua B l’alterazione della forma della testa, non imputabile, come si era sempre pensato, al fatto che dovesse calzare un elmo, sarebbe riferibile ad un unico personaggio e cioè Pericle, così come si evince da fonti letterarie del V secolo a.C. 

Plutarco riporta quanto scritto da Erodoto e dal commediografo Cratino che soprannominavano Pericle “Schinocefalo” a causa della testa allungata indietro come una cipolla marina; Euopoli affermava che nella testa di Pericle potevano entrare 11 letti.  Pericle governò Atene proprio tra il 460 a.C.  e il 429 a.C., dunque nel periodo e nel luogo dove venne prodotta la statua.

Fidia, amico personale di Pericle, in quello stesso periodo ottenne l’incarico di ristrutturare il Partenone e di realizzare statue in bronzo di divinità e eroi ateniesi che avevano contribuito a difendere la città. Bisogna ricordare che Pericle fu rappresentato da Fidia sullo scudo della statua di Athena Parthenos nell’atto di combattere contro un’Amazzone, armato di scudo, lancia ed elmo. 

Secondo quanto affermato dal professor Partinico la Statua A dei Bronzi di Riace, eseguita trenta anni prima della Statua B nella stessa zona geografica, avrebbe anch’essa l’aspetto di un guerriero greco.

Atene venne governata da Temistocle, Cimone e Pericle; Temistocle si occupò di incrementare la potenza navale di Atene sin dal 493 a.C., divenendo l’eroe delle battaglie di Maratona, Capo Artemisio e Salamina. Egli fu il condottiero maggiormente coinvolto nella vittoria della Grecia sui Persiani di re Serse; Temistocle morì nel 459 a.C. in esilio e Pericle fu colui a cui si deve la riabilitazione della sua memoria. 

La Statua A rappresenterebbe, dunque, Temistocle, eroe della causa ateniese.

I Bronzi di Riace mostrano molti punti in comune con le copie romane di originali greci del V secolo a.C., con le sembianze di Temistocle e Pericle, conservate ai Musei Vaticani a Roma. Secondo Partinico le due statue, esposte nella stessa agorà ad Atene, potrebbero essere state caricate sul pontile di una nave per essere trasportate a Roma; a causa di una violenta tempesta questa imbarcazione potrebbe essere naufragata nelle profondità del versante ionico calabrese. 

Ricordiamo che lo Ionio è uno dei bacini più estesi e profondi del Mediterraneo e che i litorali che affacciano su tale bacino, quelli di Reggio Calabria e di Messina in Sicilia, risultano i più colpiti da violente mareggiate. 

Il relitto dell’imbarcazione non venne mai rinvenuto, mentre il prezioso carico che trasportava rimase sommerso per duemila anni, fino alla scoperta avvolta nel mistero e avvenuta nell’estate del 1972.

 

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