Lo splendore dell’isola di Mozia e il Museo “Giuseppe Whitaker”

Mozia, la più antica colonia fenicia della Sicilia, è un’isola piccolissima che si trova nella laguna dello Stagnone, in provincia di Trapani, quasi a rappresentare una zattera tonda che galleggia sul mare di Marsala. Essa venne fondata nell’VIII secolo a.C. dai Fenici per essere, poi, tragicamente distrutta dai Siracusani nel 376 a.C.

L’intera isola  fu acquistata, agli inizi del ventesimo secolo, da Joseph Whitaker  il quale vi  promosse importanti campagne di scavo, che ebbero inizio nel  1906 e si conclusero nel 1929. Il nobile anglo – siciliano Joseph Isaac Spadafora Whitaker, nato a Palermo nel 1850, mise immediatamente in luce le sue doti da intellettuale che prevalsero sulla vena commerciale che aveva riguardato la sua famiglia da sempre.  

La sua attività archeologica si concentrò sul perimetro orientale e settentrionale dell’isola di Mozia, ove furono rinvenuti  i resti della città antica.  Egli riuscì ad identificare la Necropoli arcaica, il Tofet e il grande Santuario del Cappiddazzu; scoprì, inoltre, la Casa chiamata “dei Mosaici”e scavò l’impianto di Porta Sud e il bacino artificiale del Kothon.

Il Whitaker  decise di creare, a Mozia, un museo dove raccogliere i materiali provenienti da questi scavi  che, insieme, a quelli acquistati altrove e reperiti, soprattutto, nella zona di Marsala, andarono a costituire una delle raccolte più importanti per la conoscenza della civiltà fenicio – punica del Mediterraneo.  

I ritrovamenti furono scrupolosamente descritti in un testo, pubblicato a Londra nel 1921,  ancora oggi fondamentale per gli archeologi e dal titolo: “Motya. A Phoenician Colony in Sicily”.

I Fenici erano un’antichissima popolazione originaria dell’area siro – palestinese che si era stanziata  nell’attuale Libano. Questo popolo era noto per avere grandi capacità di navigazione che, nel tempo, consentirono una notevole espansione della propria area commerciale. 

Il Mediterraneo divenne, ben presto, di loro dominio; dopo la costa dell’Africa la spinta espansionistica dei Fenici si diresse verso l’Egeo, passando per Cipro, Creta, Rodi, Malta, Pantelleria e la Sicilia dalla quale navigarono verso la Sardegna, la Spagna e Gibilterra.

Il popolo fenicio trovò  in Sicilia un luogo ideale per incrementare le attività marinare e i commerci, proprio  grazie alla presenza di promontori e di piccole isole che favorirono l’approdo  e funsero da riparo sicuro contro i nemici. 

Attraverso questa base salda fu possibile sviluppare i legami commerciali dall’Oriente alla Spagna, all’Egitto  e  alla Francia. Tucidide, storico greco vissuto nel V secolo a.C., ci tramanda le fasi più antiche della presenza fenicia in Sicilia; i Fenici dopo l’arrivo dei greci che volevano colonizzare l’isola, decisero di concentrarsi nella sua parte occidentale e, dunque, migrarono verso Mozia, Solunto e Palermo.

Le origini di Mozia risalgono all’era preistorica, e sono collocabili tra la fase antica (2300 – 1700 a.C.) e media (1700 – 1350 a.C.) dell’età del Bronzo, con un ruolo egemone nelle rotte commerciali siciliane. Dopo un lungo periodo di abbandono Mozia iniziò la sua rinascita divenendo una delle colonie fenicie più importanti del Mediterraneo grazie, anche,  alla sua posizione geografica davvero strategica.

 Possiamo conoscere diverse informazioni sull’antico nome di Mozia attraverso le leggende monetali fenicie dove si trova un’incisione che reca le scritte MTW, ‘MTW o HMTW; queste parole sono  sprovviste di vocali  in quanto nell’alfabeto dei navigatori fenici erano presenti solo consonanti, in modo da costituire un sistema pratico e veloce di comunicazione.

I possibili significati di tali parole sono due: “filanda” in riferimento all’arte della tessitura che i Fenici praticavano con grande maestria, o “legami”, termine relativo alle funi impiegate per l’ormeggio delle navi. 

I Greci chiamarono l’isola con l’appellativo Motye, gli Arabi Zizaret e Zezebuz, in relazione alla strada che collegava l’isola alla terraferma. Il nome con cui si conosce attualmente l’isola è  San Pantaleo, coniato nell’XI secolo quando i Normanni la diedero in dono al Monastero di Marsala. Questo termine si riferisce, quasi sicuramente, alla presenza di un terreno paludoso, basso e umido.

A tal proposito è utile ricordare che San Pantaleo (Mozia), insieme a Santa Maria, a Isola Grande e a Scuola, fa parte dello “Stagnone di Marsala”, una laguna lunga circa 2 chilometri e larga 3,  di forma ellittica, caratterizzata da acque molto basse; essa venne separata dalla terraferma a causa di una parziale sommersione della cuspide occidentale della Sicilia. 

Intorno alla seconda metà del XVI secolo San Pantaleo  entrò in  possesso dei Gesuiti e, quando questi ultimi la abbandonarono, divenne proprietà di diverse famiglie che cominciarono a convertire  i vari terreni a vigneto. 

Questi piccoli proprietari, agli inizi del Novecento, la cedettero a Giuseppe Whitaker che fu promotore delle campagne di scavo di cui detto sopra.

Le aree scoperte dal Whitaker sono:

_  La Necropoli arcaica; si tratta di un’estesa zona rocciosa spianata collocata sulla costa settentrionale di Mozia. E’ lambita quasi dal mare ed è contraddistinta dalla presenza di buche e cinerari; le tombe presenti sono essenzialmente di tre tipi. Vi sono i Cinerari composti da sei lastre, quattro posizionate ai lati, una con funzione di fondo ed un’altra utilizzata come coperchio; questi cinerari erano collocati entro una fossa di forma circolare scolpita nella roccia.  Sono poi presenti Anfore cinerarie  di svariate tipologie, poste all’interno di una piccola fossa ricavata nella terra o nella roccia. L’ultima tipologia è rappresentata dai Cinerari formati da un unico blocco dotato di una fossa quadrata centrale, anch’essi posti in una fossa scavata nella roccia. Il corredo funebre, costituito essenzialmente da ceramica fenicio - punica, era collocato al di fuori del cinerario; spesso vi era anche ceramica greca, di importazione corinzia, che ha consentito di datare le sepolture ad un periodo compreso tra la fine dell’VIII  e la metà del VI secolo a.C. Il corredo era completato da armi in ferro e da manufatti in oro, argento e bronzo.

_  Il Tofet; con questo termine  si indica un particolare santuario di tipo fenicio, descritto nell’Antico Testamento quale luogo situato a Gerusalemme in cui avvenivano sacrifici di uomini molto giovani. La posizione del Tofet a Mozia è identificabile nella sua costa settentrionale ed è riferibile ad un culto molto antico, risalente alla fine dell’VIII secolo a.C. Il monumento è costituito da un vasto campo consacrato, diviso dal terreno circostante dove erano deposti i resti delle offerte bruciate. Il santuario era parte integrante della città in quanto posto entro le sue mura difensive; la pratica del culto si estese almeno fino al IV secolo a.C. Grazie ai reperti rinvenuti si sono ricavate importanti informazioni relative a diversi aspetti della città quali nomi e documenti, la tecnica della scultura e del disegno, gli elementi relativi al costume e l’organizzazione dei gruppi artigianali.

_ Il Santuario del Cappiddazzu; il Whitaker lo chiamò il “Santuario del Grande Cappello”, con riferimento ad una leggenda relativa alla presenza di uno spettro o di uno spaventapasseri. I primi scavi furono, appunto, condotti da Joseph Whitaker che datò l’edificio, situato anch’esso  nella zona a settentrione, agli ultimi anni di vita di Mozia, sottolineandone la grande importanza. Grazie ad ulteriori scavi condotti nel 1964 si è compreso che questo complesso architettonico rappresenta uno dei monumenti maggiormente rappresentativi della civiltà fenicia nel Mediterraneo. Il santuario è composto da un edificio a tre parti, orientato in direzione nord – ovest/sud – est. Il lato nord – est è inserito in un basamento rettangolare, oggi scomparso ma ricostruibile e dotato di altri edifici di dimensioni minori; questo edificio potrebbe risalire alla metà del VI secolo a.C. Il santuario ha subito nel corso del tempo differenti fasi di intervento che ne hanno reso difficile un’esatta ricostruzione; la porzione più antica è rappresentata da fosse scavate nella roccia, profonde 30 cm e custodite all’interno di una fossa più grande. Queste fosse potrebbero essere state utilizzate  quale  luogo di sacrifici, come testimoniato dal ritrovamento di ossa animali.

_ La Casa dei Mosaici; l’edificio, costruito in pendenza sul mare, è suddiviso in due parti collocate su diversi livelli. La parte posizionata  a nord si compone di un grande cortile rettangolare con un peristilio circondato da ambienti residenziali,  mentre la parte sud – occidentale è riservata agli spazi di servizio, suddivisi in sei stanze ricavate da una struttura precedente. Nella parte residenziale  c’è un portico colonnato di cui rimangono blocchi squadrati; il pavimento presenta un mosaico realizzato con pietre bianche,  nere e grigie di cui rimane una piccola porzione nel tratto a nord – est.  Il mosaico, esempio unico in Sicilia, è formato da pannelli che rappresentano lotte tra animali (un leone che attacca un toro e un grifo che assale un cervo)  ed è delimitato da un bordo suddiviso in tre porzioni con motivi di meandro e  fiori di loto che si alternano a piccole palme e a onde. I pannelli sono separati tra di loro da un motivo geometrico a rombi e da due ulteriori pannelli in cui è sono rappresentati, un leone a destra, e un cervide a sinistra.


_ Porta Sud; il primo insediamento di questa area viene realizzato nel VII secolo a.C. ed è rappresentato da una grande casa con un cortile. Sopra questo edificio, successivamente, viene eretta Porta Sud; tali strutture sono distrutte agli inizi del VI secolo  a.C. e così termina la prima fase  che riguarda questa zona. Sulle fondamenta della casa precedente ne viene edificata un’altra, dalle dimensioni quasi  identiche,  e a sud viene costruito un grande muro di difesa, che, nel V secolo a.C., viene sostituito da nuove fortificazioni.


_  Kothon; vicino la Porta Sud è presente un piccolo bacino artificiale  con una profondità di 2,50 metri. Secondo quanto emerso durante la campagna di scavo effettuata dall’Università di Leeds il canale potrebbe essere stato scavato nella seconda metà del VI secolo a.C. La forma del Kothon che possiamo osservare oggi è riferibile al V secolo a.C. Il bacino, costituito da un fondo piatto scavato nella pietra, era collegato al mare grazie ad  un canale e aveva, probabilmente, la funzione di porto destinato a piccole e leggere imbarcazioni che facevano la spola tra l’isola e le navi ormeggiate al largo. Nel tempo assunse funzioni di salina, come testimoniato dal suo nome “Salinella”ai tempi di Whitaker.

Giuseppe Whitaker, tra il 1907 e il 1912, decise di destinare a Museo un’ala della residenza padronale presente a San Pantaleo, l’antica Mozia. Qui iniziarono ad essere conservati i reperti archeologi riportati alla luce dallo stesso Whitaker nelle “Terre di Mozia”, nelle “Terre di Capo Boeo” e nella “Necropoli di Birgi”. 

All’interno di un magazzino dalle pareti imbiancate , annesso alla casa padronale,  vennero accumulati i materiali archeologici, disposti su piccole mensole, entro vetrine a leggio su semplici scaffali. Gli oggetti più piccoli furono  accolti all’interno di minuti contenitori in legno, con didascalie spesso scritte a mano dallo stesso Whitaker. 

Negli anni ’60 del Novecento  Delia Whitaker  commissionò l’ampliamento dello spazio espositivo in onore della memoria di suo padre, morto nel 1936, aggiungendo nuovi reperti provenienti dagli scavi condotti nell’area della Necropoli e del Tofet da Vincenzo Tusa e Antonia Ciasca; quest’ultima,  studiosa dell’Università “La Sapienza” di Roma, dedicò gran parte della sua vita agli scavi sull’isola di Mozia. Propria a lei è stata dedicata la nuova sezione espositiva del Museo, aperta nel maggio del 2001. 

Il Museo di Mozia è attualmente composto da un’ala storica che ha mantenute inalterate le idee e il modo di concepire il sistema museale del Whitaker; si è aggiunta una nuova sezione che ha accolto gli oggetti provenienti dagli scavi operati nella seconda metà del Novecento nell’isola da esperti stranieri ed italiani.

Il percorso espositivo prende avvio in un ambiente in cui è  presentato al pubblico un plastico dell’isola accompagnato da pannelli esplicativi nei quali vengono narrate la storia e le caratteristiche principali della civiltà fenicia. Il primo reperto che si incontra proseguendo la visita è sicuramente una tra i più interessanti dell’intera raccolta: si tratta della magnifica statua del “Giovane di Mozia”.  

Essa fu rinvenuta la mattina del 25 ottobre 1979 da una spedizione archeologica condotta dall’Università di Palermo; il recupero avvenne nella porzione  nord – orientale dell’isola, durante l’asportazione di un mucchio di pietre che componeva un deposito di detriti . Tale deposito era  localizzato nella Zona K  identificabile con un’officina di vasai, e si formò  dopo l’assedio di Dionisio di Siracusa, avvenuto nel 397 a.C.  con la conseguente distruzione della città. La statua, al momento del ritrovamento,  si trovava adagiata, supina, sul pavimento in terra battuta di una vasta zona all’aperto.

Siamo di fronte ad uno straordinario capolavoro dell’arte classica e a una tipologia unica nella documentazione siceliota e magno greca del V secolo a.C. data dal contrapporsi della struttura severa della testa con il dinamismo dell’intera figura, impresso,  soprattutto,  grazie alla torsione del busto e alla grande sensualità che connota il personaggio. 

Diverse le ipotesi riguardanti l’iconografia, la datazione e il maestro che la realizzò; il soggetto venne identificato con un sacerdote orientale o con un divinità come Baal, chiamato, anche, “auriga divino”, oppure con Eracle – Melqart, la cui iconografia era ampiamente conosciuta in Oriente e a Cipro

La testa della statua fu rinvenuta distaccata dal corpo, ma giustapposta ad esso, senza gli arti, gli accessori metallici e la base.  Questi segni evidenziano il fatto che l’opera, in origine, non si trovava  in quel sito ma, con ogni probabilità, era eretta nel vicino santuario, da dove sarebbe stata trascinata dopo essere stata abbattuta durante l’assedio. 

Inizia, poi, la nuova sezione espositiva, caratterizzata, nella prima vetrina, dalla presenza di materiali databili  tra l’antica e la media età del Bronzo; continuando incontriamo la vetrina delle Fortificazioni. Sono qui esposti reperti  provenienti dalle tombe della Necropoli arcaica, sulla quale nel VI secolo a.C. vennero costruite delle fortificazioni. 

I corredi sono composti da oggetti realizzati nel VI secolo a.C. ma è anche esposta una pentola, impiegata come cinerario, riferibile al IV secolo a.C.  Nelle ultime vetrine di questa prima sala sono presentate al pubblico due tradizioni ceramiche: la ceramica fenicia di tipo red slip (ceramica ricoperta da un sottile strato di vernice rossa) realizzata nel corso del VII secolo a.C. e la ceramica corinzia, databile allo stesso periodo.

Continuando si arriva alla nuova parte aggiunta per volontà di Delia Whitaker, suddivisa in tre sezioni. Nella prima sono esposti i materiali rinvenuti nei santuari: alla sinistra i reperti delle necropoli mentre sul fondo è presente una sala dedicata all’esposizione dei pezzi del Tofet. In quest’ala, aggiunta negli anni ’60 del Novecento, sono presentati al pubblico i vasi essenziali per le attività commerciali dell’isola di Mozia. Sono, inoltre, esposte lucerne e frammenti di matrici fittili, ovvero dischi in argilla,  per focacce. Esse sono contraddistinte da un ornamento, spesso floreale o geometrico, che doveva servire a decorare “pani sacri”.

L’ultima sezione espone gli oggetti appartenenti alla Collezione Whitaker; questi reperti sono contenuti entro vetrine in legno dipinte di bianco,  secondo quanto  era stato predisposto dallo stesso studioso. I materiali vengono presentati per “tipologie”, seguendo la moda del collezionismo di una volta. I vasi uguali sono così disposti uno accanto all’altro, perdendo la loro originaria associazione, fondamentale per comprendere il contesto di appartenenza. Vi sono, prima,  gli oggetti provenienti dall’antica Marsala (Lilibeo), città che diede rifugio agli abitanti di Mozia dopo l’assedio del 397 a.C. 

Sono esposti, soprattutto, vasi di tradizione greca provenienti da corredi tombali e datati tra il IV e il II secolo d.C.; tra i vari reperti di questa sezione spicca il gruppo scultoreo, in calcarenite, che raffigura la” Lotta tra due leoni e un toro”;  rinvenuto nel 1700 a Mozia e trasportato a Marsala, fu scolpito nel V secolo a.C. dallo stesso artista che eseguì le metope del Tempio di Selinunte. 

La seconda parte dell’esposizione è dedicata ai reperti  provenienti da Mozia; una lunga vetrina accoglie i materiali della Necropoli arcaica, mentre nelle bacheche centrali sono conservati gli oggetti più particolari.

 Si tratta di gioielli, per la maggior parte collane, realizzati in pasta di vetro di diverso colore o in argento: pochi gli oggetti in oro. Sono tutti ornamenti riferibili alla moda fenicio – punica del Mediterraneo occidentale, prodotti in un periodo compreso tra il VII e il IV secolo a.C. 

Un ritrovamento davvero singolare è quello di una coppa ricavata in un uovo di struzzo, parte di un corredo tombale. Sono presenti, poi, tre bacheche  dedicate alle armi e ai metalli;  si tratta di punte di freccia e di giavellotto e di punte di lancia, in ferro.

 

Abbiamo voluto raccontare e mostrare una parte, uno scorcio della Sicilia sud occidentale poco nota, al fine di invitare i nostri lettori ad esplorare e conoscere la meraviglia naturalistica, culturale ed archeologica di Marsala e l'isola di Mozia.

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