Il Parco, situato nel tratto meridionale della Maremma livornese e della Costa degli Etruschi, è un vero e proprio museo all’aperto affacciato sul Tirreno; esso ospita ciò che rimane dell’antica Populonia, l’unica città edificata dagli Etruschi sul mare e fornita di un buon porto naturale.
Il Parco di Baratti e Populonia, occupato da una ricca vegetazione ed esteso per 120 chilometri, rientra nel più ampio Sistema Parchi Val di Cornia; in questi territori, da sempre, è presente una incredibile varietà geologica che ha permesso, nel corso dei secoli, un’intensa attività di estrazione, con la conseguente lavorazione del mercurio, dello zinco, del rame, del piombo e dell’argento.
Populonia è caratterizzata dalla presenza di due imponenti Necropoli: quella di San Cerbone e quella delle Grotte.
Il suo florido porto fu l’emporio principale del traffico tra Etruria e le colonie focee della Corsica (i profughi di Focea si erano stanziati nell’attuale Aleria, in Corsica, per sfuggire alla pressione militare di Ciro il Grande).
La città inizialmente, rientrando nel territorio di Volterra, ne divenne lo scalo marittimo; visse il suo periodo più florido tra il 650 e il 600 a.C., quando avvennero grandi trasformazioni sociali che ebbero importanti ripercussioni nel suo aspetto urbanistico.
Fu in questo momento che iniziò lo sfruttamento, ben organizzato, delle risorse minerarie dell’Isola d’Elba.
Cominciarono a prendere forza nuovi gruppi emergenti interessati alle attività manifatturiere che andarono ad affiancare l’aristocrazia, sino a quel momento classe dominante, contribuendo all’amministrazione e al controllo della città in egual modo.
L’impianto urbanistico era a quel tempo costituito da due centri abitati: uno posto in alto, a 268 metri a picco sul mare, (l’Acropoli costruita sul Poggio del Telegrafo e del Castello) e l’altro realizzato in basso, gravitante intorno al porto commerciale e, dunque, ai quartieri maggiormente produttivi.
Il nucleo collocato in alto, dove sorsero edifici pubblici e sacri, comprendeva un territorio di circa 25 ettari, circondato per due chilometri e mezzo da una cinta muraria, conservata oggi parzialmente.
Nel 1914 fu analizzato ciò che rimaneva dei resti dell’antica cerchia, che abbraccia due poggi: uno, tondeggiante, piuttosto massiccio, chiamato del Molino, l’altro posto più in alto con i fianchi digradanti verso il mare e il porto di Baratti, dove si trova l’odierno castello.
Le prime ricerche relative all’antica Necropoli di Populonia furono effettuate da Alessandro François e dal conte Giovanni Desideri nel 1840; le zone interessate erano le località denominate “Le Grotte” e “Buche delle Fate”, la prima localizzata a nord – est del Castello, sul versante del Poggio della Guardiola, la seconda a sud, sul pendio del dorsale di Calabuia. In questi siti vennero rinvenute tombe a camera del periodo etrusco più tardo (IV –III sec. a.C.), scavate entro la roccia.
Grazie a rilievi effettuati nel 2005 emerse che tra l’Acropoli di Poggio del Telegrafo e Poggio delle Guardiole, come nei boschi tra il Castello di Baratti e il Golfo erano presenti, nascosti nella macchia, i quartieri manifatturieri e residenziali della Populonia di epoca classica ed ellenistica, ma, anche i resti di un insediamento riferibile ad età medioevale e moderna.
L’espansione di questi quartieri metallurgici provocò lo spostamento dell’area dedicata alle necropoli che, intorno al IV secolo a.C., vennero collocate sulle colline situate dietro il golfo di Baratti, in località Le Grotte e in località Buche delle Fate.
La Necropoli delle Grotte è la più importante ed estesa tra le necropoli di età ellenistica che si svilupparono nel periodo di massime espansione della città, tra la fine del IV e i primi del III secolo a.C.
All’interno, ancora oggi, sono visibili due tombe dipinte, quella conosciuta con l’appellativo delle “Onde marine” e quella chiamata “del Delfino”, le uniche di questo tipo conosciute in tutta l’Etruria settentrionale costiera.
Essere furono individuate nel 1967; presentano schemi semplici che si riscontrano anche a Tarquinia e a Cerveteri. Si tratta di fregi, fasce, prospetti di letti funerari con cuscini.
Due delfini guizzanti decoravano gli stipiti d’ingresso della tomba che ne prende il nome, mentre, una testa d’ariete posta di tre quarti è raffigurata sulla banchina centrale; i temi ornamentali principali erano rappresentati dal mare, probabilmente metafora dell’aldilà, e dal banchetto.
Per quanto concerne la committenza, essa potrebbe provenire dall’Etruria meridionale come testimoniato da un’iscrizione incisa nella roccia vicino le tombe. Un confronto iconografico è possibile con pitture funerarie presenti a Tarquinia, a Vulci, a Bomarzo, a Blera e a Capodimonte.
Oltre questi due importanti rinvenimenti nell’area vennero scoperte, tra il 1997 e il 1998, 35 tombe ad ipogeo e 8 tombe a fossa ad inumazione e a cremazione, contenute nel riempimento della cava non più attiva, creatosi dai resti della lavorazione di calcarenite, chiamata pietra panchina e utilizzata per la costruzione di sepolcri monumentali.
Le cosiddette tombe limitrofe furono realizzate su una ripida parete, dove vennero allineati almeno sei livelli per far fronte all’aumento demografico della popolazione.
La Necropoli delle Grotte trova un’interessante confronto, in particolar modo, con la Necropoli ellenistica del Fondo Scataglini a Tarquinia, realizzata, anche questa entro una cava di pietra più antica.
Le necropoli dell’Etruria meridionale interna sono, invece, profondamente diverse da un punto di vista tipologico.
La Necropoli delle Grotte venne utilizzata dalla fine del IV alla metà del II secolo a.C. Le tombe sono, quasi tutte, di tipo ipogeico a camera unica, scavate, come detto prima, nella roccia di calcarenite; quasi tutte presentano la stessa conformazione, anche se qualcuna mostra elementi particolari.
Per quanto concerne le Facciate, solo il settore A della Cava Grande ne presenta una monumentale, priva di decorazioni scultoree, architettoniche e pittoriche: essa è l’unico esempio di architettura rupestre presente in Etruria settentrionale.
I Dromoi, vale a dire i viali d’ingresso, sono molto lunghi, in discesa, stretti e, nella maggior parte dei casi, molto profondi; essi dopo ogni deposizione venivano chiusi attraverso l’utilizzo di pietre e di terra.
I Vestiboli, posti davanti l’entrata della camera funeraria, presentano una pianta quadrangolare e sono, quasi tutti, a cielo aperto; gli Ingressi sono provvisti di una forma rettangolare, con al di sopra un architrave intagliato. Soltanto i due ingressi delle tombe dipinte hanno una forma ad arco.
Le Lastre di chiusura sono quasi tutte giunte sino a noi in uno stato di integrità, oppure, sono state ridotte in frammenti a causa dell’attività di scavatori abusivi, operanti fin dall’epoca romana.
Passando all’analisi delle Camere funerarie esse presentano forma rettangolare, trapezoidale ed ellissoidale; le Banchine in pietra sono generalmente su tre lati e sono caratterizzate dalla presenza di un cuscino, scolpito in un blocco unico. I Soffitti risultano piani, o a volta ribassata, o a doppio spiovente; nella tomba 14 sono dotati di un “lacunare” o “cassettone”, quindi uno spazio di forma rettangolare, intagliato e riempito da legno o stoffa dipinta.
La tomba 4, appartenente al gruppo delle tombe dipinte, era dotata di un oggetto scavato nella pietra, di forma cilindrica e posto più in basso della banchina.
Non si conosce esattamente la funzione di questa sorta di “Mobili”, anche se si possono mettere a confronto con i cesti rinvenuti a Cerveteri all’interno di tombe di epoca orientalizzante, o con gli altari a scale presenti in Etruria meridionale interna.
Nella Necropoli delle Grotte non sono stati ritrovati Tubi di libagione, ovvero tubi indirizzati verso l’alto o posti nel coronamento della porta con evidenti funzioni relative alle libagioni, messe in atto dai vivi in onore dei morti al momento della sepoltura.
I riti funebri compiuti in questa Necropoli erano quasi esclusivamente legati alle inumazioni, anche se ci furono alcune cremazioni.
Per quanto concerne l’intera committenza essa era sicuramente rappresentata da diverse categorie di lavoratori, appartenenti ad un ceto medio piuttosto benestante. Parliamo di imprenditori, artigiani e mercanti dotati di un’ingente disponibilità economica ma di nessun titolo nobiliare, come accadde invece a Tarquinia e a Cerveteri, magnifici ipogei dell’Etruria meridionale.
I ceti più bassi furono sepolti in tombe a fossa, utilizzando l’incinerazione e l’inumazione con corredi funerari modesti.
Non esitate ad essere curiosi e perlustrare l'Italia centrale attraverso percorsi e siti archeologici come quello che vi abbiamo raccontato.
per questo vi consigliamo vivamente di andare a visitare il Parco Archeologico di Baratti e Populonia che tra l'altro è stato premiato come il miglior sito archeologico italiano, ricevendo così il premio GIST e ACTA.
Potete consultare e prenotare presso il sito di Parchi Val di Cornia