Le Piramidi: testimonianza colossale della potenza dei faraoni

I monumenti architettonici più celebri dell’Egitto sono sicuramente le Piramidi, ovvero i magnifici luoghi di sepoltura dei faraoni. 

Le tombe dei primi re egizi erano costruzioni realizzate con mattoni crudi o fango fino al momento in cui Djoser, fondatore della III dinastia (2700 a.C. – 2620 a.C.) con la quale l’Egitto, da poco uscito dal Neolitico, iniziò a trasformarsi in uno straordinario impero, decise di tramutare la sua tomba in una Piramide. 

Egli mise in atto una vera e propria rivoluzione utilizzando, per la prima volta, come materiale da costruzione la pietra sino ad allora impiegata per le stele funerarie o per certi elementi delle tombe reali.

Queste ultime, se inizialmente non erano appariscenti, divennero visibili a chilometri di distanza, provocando un radicale cambiamento nella struttura della società. Il regno di Djoser rappresenta la fine delle dinastie  I  (3150 a.C. – 2925 a.C.) e  II (2925 a.C. – 2700 a.C.), le dinastie tinite, che avevano come capitale Tinis, piccola città nei pressi di Abydos, nell’Alto Egitto. 

Con la costituzione di questo regno  hanno inizio le dinastie menfite, chiamate così perché la capitale dello Stato divenne Menfi, città del Basso Egitto, denominata Inebu – Heg durante l’Antico Regno.

Djoser divenne celebre grazie alla realizzazione del complesso funerario di Saqqara; questa Necropoli fu, insieme a quella di Giza, il luogo destinato al riposo eterno prescelto dalla maggior parte dei faraoni dell’Antico Regno. 

 Il fondatore della III  dinastia mise in atto molti cambiamenti in ambito religioso associando il culto del dio del sole, Ra, alla monarchia e potenziando il suo clero a Eliopoli. 

Per ciò che concerne l’architettura funeraria fece erigere, come propria tomba, la prima PIRAMIDE A GRADONI in pietra. Affascinante è il significato simbolico di questo tipo di Piramide, interpretata come una scala progettata per permettere l’ascensione del re defunto al cielo: tale simbolismo è contenuto nei Testi delle Piramidi.

E’ importante ricordare che la Piramide rappresenta, anche, la collina primordiale dove, seguendo la cosmogonia egizia, il dio Atum creò il mondo; simboleggia, inoltre, lo splendido punto di partenza verso il firmamento, la dimora eletta del faraone divenuto un dio. 

 Uno dei personaggi più influenti della corte di Djoser fu Imhotep, visir, sommo sacerdote di Eliopoli e architetto del complesso di Saqqara. Egli fu colui che creò per il suo re la prima Piramide, costituita da una sorta di scala che permetteva l’accesso al cielo; questa Piramide rappresenta la prima costruzione in pietra nella storia dell’umanità. La fama di Imhotep fu tale che, durante il Tardo Periodo, venne divinizzato nelle vesti di un dio guaritore e della medicina.

Reperire una tale quantità di materiale architettonico, necessaria per erigere una costruzione di 60 metri, non fu un’impresa facile; il lavoro richiese un gruppo di persone specializzate nell’estrazione dalla cava, un altro che si occupò di spostare i blocchi di pietra (inizialmente, quando ancora non erano note le caratteristiche del materiali, i blocchi presentavano le stesse misure dei mattoni) e un ultimo gruppo destinato a sollevare questi blocchi e a posizionarli in modo corretto.

Questa enorme e nuova quantità di lavoro causò una radicale trasformazione della struttura amministrativa, divenuta molto complessa rispetto a prima; basti pensare che i lavoratori avevano bisogno di cibo e riparo e che, per realizzare la Piramide, erano necessari progetti e calcoli approfonditi. 

Tutto questo portò ad un inasprimento nella riscossione delle tasse e, da parte dei funzionari di Djoser, all’utilizzo di uno strumento che sino ad allora era stato poco valutato: la scrittura. Senza la sapienza degli scribi, gli unici a padroneggiarla con sicurezza, la volontà del faraone non avrebbe potuto esprimersi con tanta forza. Con la III dinastia iniziarono a prodursi testi di notevoli dimensioni, con una sintassi complessa che prima di allora non era mai stata espressa.

Il complesso funerario di Djoser è la prova tangibile che, nonostante il culto solare esistesse da tempo, per il sovrano era più importante quello stellare; testimonianza di questo fatto è l’orientamento del  recinto della Piramide il quale veniva disposto da sud, ove aveva inizio la piena del fiume, a nord dove brillavano le stelle circumpolari. 

Durante la notte queste stelle, che circondano la stella polare (a quel tempo conosciuta con il nome di Thuban), hanno la caratteristica di non sparire mai dal cielo notturno; questo è il motivo per il quale gli egizi le chiamavano “le immortali” e loro desiderio era che lo spirito del  monarca finisse proprio lì, in modo da renderlo eterno.

La Piramide a gradoni di Saqqara, che partiva da una mastaba alla quale venivano aggiunti vari gradoni e la cui camera funeraria si trovava nel sottosuolo, era costituita da blocchi che, inizialmente,  presentavano  dimensioni molto ridotte a causa della scarsa familiarità verso il nuovo materiale e la nuova tecnica costruttiva. 

Con il passare del tempo le misure aumentarono notevolmente: dai 20 cm. si passò ai 50 cm. di altezza e a un peso fino a 500 kg. Nella costruzione delle Piramidi successive, come quelle di Sekhemkhet e Khaba, furono impiegati blocchi di dimensioni simili anche se tali edifici non vennero mai portati a compimento. 

Con il trascorrere del tempo si passò all’utilizzo di conci con dimensioni sempre maggiori sino a giungere, durante la IV dinastia, alla  splendida Piramide di Chefren a Giza , dove i blocchi raggiunsero un peso medio di tre tonnellate.

Nella tomba di Cheope si trovano blocchi fino a 60 tonnellate, impiegati per coprire la camera del faraone; all’interno della medesima necropoli, nel tempio alto della Piramide di Micerino, si trova un blocco in pietra che supera le 200 tonnellate. 

E’ opportuno ricordare che  vicino alle due città sacre dell’Egitto dell’epoca, Eliopoli e Esna, Cheope scelse la piana di Giza  per erigere la Piramide più grande mai realizzata, insieme al suo tempio funerario;  chiamata “l’orizzonte di Cheope” è l’unica tra le sette meraviglie del mondo antico ad essere giunta sino a noi. 

 Il suo esempio venne seguito dal figlio Chefren, la cui Piramide, denominata “Chefren è grande” è la sola che custodisce il suo rivestimento originario in calcare. La piana di Giza venne scelta anche dal nipote di Cheope, cioè Micerino;  la Piramide di quest’ultimo, chiamata “Micerino è divino”, è la più piccola ma, anche, la più complessa nella struttura interna.

Da quel momento fino al termine della IV dinastia (2620 a.C. – 2500 a.C.) la misura dei conci delle Piramidi si ridusse lentamente, sino alle dinastie V (2500 a.C. – 2350 a.C.) e VI (2350 a.C. – 2190 a.C.),  quando il nucleo della stragrande maggioranza delle Piramidi venne edificato con semplici gruppi di sabbia e pietre grezze, ricoperti successivamente da uno strato di conci in calcare. Dopo un periodo di stasi nella costruzione delle Piramidi, durante il Primo Periodo Intermedio, soltanto i faraoni della XII dinastia (1990 a.C. – 1780 a.C.) tornarono ad essere sepolti all’interno di esse.

La progettazione e la costruzione di una Piramide non erano dei processi semplici da mettere in atto, in quanto comportavano lunghi anni di lavoro e l’impiego di un vero e proprio esercito di lavoratori. 

Questi  non erano affatto degli schiavi, come film e libri hanno voluto farci credere, in quanto in Egitto non esisteva la schiavitù, almeno come forza lavoro nello stile di Roma e della Grecia. 

Si trattava, piuttosto, di lavoratori assunti dal faraone per realizzare un’impresa molto specifica  e fondamentale per la stessa esistenza dello Stato: costruire la tomba del re. 

Il sistema che gli Egizi studiarono per erigere le Piramidi era costituito da un lavoro ben organizzato; inizialmente gli architetti discutevano con il committente, in questo caso il faraone, delle scelte e delle particolarità da lui richieste al fine di realizzare il suo sepolcro.

L’esecuzione della Piramide veniva pianificata attraverso planimetrie e modellini (di questi ultimi ne è stato rinvenuto uno relativo a Amenemhat III a Dahshur, in cui sono riprodotte le camere interne della sua Piramide di Hawara).

 In seguito venivano effettuati i calcoli riguardanti il numero di blocchi necessari e quello della manodopera da dover impiegare; i tecnici effettuavano sopralluoghi per individuare il luogo più consono a sostenere l’enorme peso dei blocchi. La Piramide era spesso costruita nelle adiacenze di una cava da cui estrarre la pietra, che, dunque, era pietra locale.

Ogni re egizio scelse una posizione precisa per erigere la propria tomba; tale collocazione era determinata da ragioni politiche e religiose. 

Ad esempio la Piramide di Djoser è circondata da tre Piramidi delle dinastie V e VI,  i cui faraoni decisero quella particolare posizione per legittimare il loro potere: si tratta di Userkaf (V dinastia) e Teti (VI dinastia). 

Tornando alla costruzione delle Piramidi il luogo prescelto doveva rispondere, principalmente, ad un unico, importante, requisito: trovarsi sulla riva sinistra del Nilo, ad ovest, ove il sole tramonta e dove gli egizi ponevano l’Aldilà. Quando era scelto il sito adatto, i blocchi iniziavano ad essere estratti dalla cava e il terreno veniva preparato per accogliere la Piramide e gli edifici annessi.

Il suolo  veniva sgombrato da sabbia e pietre e poi si passava a segnare i punti cardinali utilizzando sistemi di visione diretta, orizzonti artificiali con cui segnalare il levarsi e il tramontare di alcune stelle, così da indicare il punto mediano tra i due, il nord, e attraverso l’osservazione di corpi celesti notturni. 

Ogni punto cardinale corrispondeva al centro di un lato dell’edificio; dopo aver delineato gli assi della Piramide era tempo di segnare le tracce del monumento per poi far giungere i blocchi. 

Non esiste alcun documento che possa testimoniare il sistema di sollevamento dei conci; questo quesito ha da sempre innescato un acceso dibattito tra gli studiosi e i ricercatori. Sono sicuramente giunti in aiuto i disegni rinvenuti nella decorazione di alcune tombe e i resti archeologici.

Il popolo egizio usava, per spostare carichi pesanti, due tipi di sistemi: le slitte e le rampe. 

L’Egitto era un paese di sabbia e fango e la slitta, rispetto alla ruota che, comunque, era già conosciuta, risultava un metodo più efficace. Le rampe, insieme alle strade di fango bagnate con acqua e spianate, consentivano di spostare pesi in senso verticale e orizzontale. Grazie ad un esperimento, condotto nel 1930 a Karnak da Henri Chévrier, fu dimostrato che su un percorso orizzontale di fango un peso di cinque tonnellate e mezzo poteva essere spostato tranquillamente da sei persone.

Gli operai delle Piramidi riuscivano, dunque, a posizionare i grossi blocchi attraverso le rampe, le slitte, e, con ogni probabilità, le leve. Una lunga rampa posizionata dalla cava ai piedi della Piramide raggiungeva facilmente una decina di metri e risultava sufficiente a costruire la parte inferiore dell’organismo architettonico (il suo terzo inferiore), dove era concentrata la maggior parte del suo volume. 

Su questa base a gradoni sarebbero stati posizionati i blocchi rimanenti i quali, a partire da quel punto, avrebbero iniziato ad essere sollevati grazie all’ausilio di leve. 

Dopo aver raggiunto il gradino più alto i blocchi venivano posizionati sulla nuova piattaforma; quando quest’ultima risultava piena si passava alla successiva fino al termine della costruzione.  

Raggiunta la cima e collocato il pyramidion (cuspide monolitica) veniva applicato il rivestimento in calcare in discesa.

Naturalmente questa è una soluzione teorica elaborata dagli scienziati che non ha ancora una conferma definitiva.  Per quanto concerne, invece, la realizzazione delle camere interne delle Piramidi essa richiese, senz’altro, una minore perizia tecnica in quanto esse risultavano tutte scavate nella roccia attraverso il lavoro di abili minatori. 

Tale consuetudine continuò sino al Nuovo Regno, con le Tombe della Valle dei Re. La costruzione delle Piramidi subì una graduale evoluzione fino a giungere ad una “forma perfetta”.  

Il primo tentativo fu  rappresentato dalla Piramide a gradoni di Saqqara, per poi giungere alla Piramide di Meidum, primo esempio di una Piramide a facce lisce. A Dashur, nella Piramide Rossa, si perfezionò tale forma,  sino a toccare la perfezione assoluta nell’altopiano di Giza, vicino al Cairo. 

 

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