Il Santuario di Diana Nemorense

L’area del Santuario di Diana Nemorense, tempio edificato nel II secolo a.C. per celebrare la dea della Luna, dei boschi e delle acque, protettrice delle donne che a lei si rivolgevano per assicurarsi parti indolori, sorge nella porzione a settentrione della valle del lago di Nemi. 

Ci troviamo in una zona pianeggiante, di passaggio tra la valle e le intricate pendici del cratere; bisogna ricordare, infatti, che questo territorio, inserito nel Parco Regionale dei Castelli Romani e poco distante da Roma, ha origine vulcaniche e l’aspetto odierno è frutto dell’ultima fase del Vulcano Laziale dalla quale ebbero origine alcuni laghi, quali Vallericcia, Albano e Nemi.

Questa zona, facilmente raggiungibile da Roma e così affascinante da un  punto di vista paesaggistico,  divenne luogo eletto per il riposo e per lo svago in età tardo – repubblicana e nei primi secoli dell’impero dall’aristocrazia romana e dagli imperatori con le loro famiglie. 

Tiberio, Caligola, Domiziano, gli Antonini vi realizzarono splendide ville; secoli più tardi anche la nobiltà romana papalina scelse questi luoghi per erigere fastose residenze (le ville tuscolane Aldobrandini, Belpoggio, Mondragone, Falconieri, Ruffina …).

Come accennato l’imperatore Caligola rimase colpito dalla bellezza e dal mistero di questi luoghi tanto da far edificare una villa sul lago di Nemi e da voler solcare le sue acque con la costruzione di due grandi navi, vere dimore galleggianti, prescelte per ambientarvi feste e rituali in omaggio a Diana e a Iside. 

Esse affondarono dopo la morte dell’imperatore e rimasero per lunghi secoli nei fondali; dopo vari tentativi di recuperarle  vennero finalmente riportate a galla tra il 1928 e il 1931. 

Il culto della dea, che viene qui venerata nel suo triplice aspetto di cacciatrice (Diana), protettrice delle nascite (Lucina), divinità degli inferi (Ecate), affonda le sue radici nell’età arcaica come si evince dall’elenco delle città latine annoverate da Catone nelle Origines: esse facevano parte della lega che aveva sede all’interno del santuario. 

Il culto di Diana era complesso, misterioso e sfaccettato con una liturgia devozionale di tipo processionale.  Gli studiosi hanno avanzato l’ipotesi di un culto protostorico di cui si ha memoria grazie ad un insieme di asce databili al XV secolo a.C. (media età del Bronzo), ritrovate nel bosco al di sopra del Santuario.

Insieme a Diana erano venerate anche altre divinità come la ninfa Egeria, a cui era stata dedicata una fonte, Virbio e, in epoca imperiale, Iside e Bubastide, divinità egiziane accostate alla figura di Diana. 

In età arcaica il luogo di culto era semplicemente un “lucus”, ovvero un bosco sacro dove la dea era adorata attraverso un’immagine tricorpore il cui aspetto ci è stato tramandato attraverso monete in bronzo dell’età di Cesare e grazie ad una testa scoperta nel XVIII secolo a Vallericcia. Nelle monete la statua tricorpore presentava come sfondo un bosco di cipressi, alberi sacri a Diana e ad Apollo.

In tale periodo questo luogo aveva, oltre ad un valore religioso, anche un valore politico in quanto  presso il Lucus Ferentinae, coincidente con il Monte Savello nel comune di Albano Laziale, si riunivano le città latine; tale importante funzione ebbe termine nel 338 a.C., con lo scioglimento della Lega Latina. 

Nel XIX secolo all’interno dell’area sacra vennero scoperti dei modellini fittili, attualmente conservati al Museo Archeologico Nazionale di Villa Giulia e al Castle Museum di Nottingham, in cui viene tramandato l’aspetto medio – repubblicano del tempio, di tipo etrusco – italico. L’impianto era caratterizzato da un frontone aperto, quattro colonne sulla fronte, grande cella con ali laterali.

Una prima fase della decorazione fittile, datata al III secolo a.C., fa parte di questa struttura; essa venne svelata durante gli scavi ottocenteschi nella zona posta di fronte al tempio. La struttura architettonica giunta sino a noi appartiene al II secolo a.C., periodo nel quale il santuario assunse un impianto monumentale così come accadde per altri santuari laziali costruiti in un periodo analogo o di poco posteriore. 

Tra questi ricordo quelli di Ercole Vincitore a Tivoli, di Giunone a Gabii, di Giunone Sospita a Lanuvio, di Giove Anxur a Terracina e della Fortuna Primigenia a Praeneste.

Il complesso architettonico del Santuario di Nemi è costituito da due terrazze; quella inferiore presenta una piattaforma che misura m. 200 per 175 ed è sostenuta a valle da sostruzioni triangolari e a monte da grosse nicchie semicircolari. Internamente erano un tempo presenti due portici dorici, il primo dei quali aveva colonne in muratura intonacate in rosso e trabeazioni in peperino, mentre il secondo era di dimensioni inferiori con colonne in peperino.

La terrazza era dotata di numerosi ambienti, tra i quali piccoli templi e sacelli, stanze per i fedeli e i sacerdoti ma, soprattutto, l’edificio che coincide con il Tempio di Diana. 

Questo luogo era raggiungibile dalla Via Appia attraverso un diverticolo,  in basolato, che prendeva avvio dalla strada in corrispondenza di Genzano, costeggiava il lago ed entrava, infine,  nel recinto sacro dal lato posto ad occidente. Durante il I secolo a.C. furono addossati al muro di fondo della terrazza inferiore una serie di ambienti chiusi, denominati “celle donarie” per la ricchezza e l’ingente numero dei reperti che custodivano.  

Nello stesso periodo venne realizzato anche un piccolo teatro e dei bagni idroterapici; all’imperatore Adriano si deve il rifacimento dell’ala settentrionale del portico interno al recinto a nicchioni. Un lento declino del santuario dedicato a Diana ebbe inizio nel I secolo d.C., ma il luogo sacro venne frequentato fino al IV secolo d.C. Con la nascita del Cristianesimo e con l’Editto di Teodosio (380 d.C.), il tempio, come molti altri intitolati a divinità pagane, fu depredato di decorazioni e marmi e cadde in stato di abbandono.

Il primo rinvenimento nell’area è relativo al 1550: si tratta di una dedica a Diana – Vesta, oggi conservata ai Musei Capitolini. 

Nello stesso periodo Pirro Ligorio realizzò due disegni di fantasia, custoditi a New York, in cui venne raffigurato il violento rito di successione del Rex Nemorensis di fronte al Santuario. Bisogna ricordare, a tal proposito, che a Nemi la dea Diana era assimilata all’Artemide Taurica, divinità crudele che pretendeva sacrifici umani. 

Il suo culto era, secondo la tradizione, davvero sanguinario; sacerdote di Artemide era il Rex Nemorensis, uno schiavo che prendeva il posto del suo predecessore dopo averlo ucciso in duello, cogliendo prima un ramo di vischio da un albero di quercia.

Gli scavi ufficiali dell’area presero avvio nel Seicento e furono commissionati dai marchesi Mario e Pompeo Frangipane  i quali avevano in possesso i terreni intorno al lago di Nemi. Durante la campagna di scavo furono rinvenuti i nicchioni semicircolari del recinto sacro.

Nell’estate del 1885 Lord Savil Lumley, ambasciatore inglese in Italia, condusse scavi molto frettolosi, di soli tre giorni, in quanto entrò in conflitto con il principe Orsini proprietario dei terreni. I lavori ripresero nel 1887 grazie a Luigi Boccanera. 

Durante gli scavi condotti nel 1885 vennero alla luce numerose erme, statue, vasi marmorei che si trovavano nelle celle donarie; una parte di tutto questo materiale fu portata nel Castle Museum di Nottingham, città nella quale era nato Lord Lumley, un’altra parte rimase a Nemi, all’interno del Castello degli Orsini, poi passato ai Principi Ruspoli.

Una certa quantità di tali reperti venne acquistata da Jacobsen per la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, che in questo modo divenne la raccolta più ricca di statue del Santuario Nemorense. 

Quello che rimaneva della collezione Ruspoli, successivamente alla vendita del Castello negli anni ’80 del Novecento, è stato acquistato dallo Stato Italiano e si trova ora presso il Museo delle Navi Romane di Nemi.

Il materiale rinvenuto nel 1887 venne in parte esposto nel Museo Archeologico Nazionale di Villa Giulia a Roma, in parte nel Museum of Fine Arts di Boston e in parte all’University of Pennsylvania Museum di Philadelphia. 

Nel 1924 lo Stato Italiano intraprese una serie di scavi al teatro e agli edifici termali, in seguito reinterrati; restauri relativi alla terrazza superiore sono avvenuti  nel 2003. 

Molti interventi nell’area del Santuario si stanno succedendo dal 2013; una delle scoperte più interessanti è avvenuta nel 2017 quando i conduttori degli scavi Filippo Coarelli e Paolo Braconi, dell’Università di Perugia,  insieme a Francesca Diosono, dell’Università di Monaco di Baviera  sono arrivati a stabilire che la struttura costruttiva potesse essere riferibile ad un periodo antecedente a quello del culto della dea Diana. 

Questa fase del Tempio risalirebbe al V secolo a.C., epoca in cui esso costituiva il centro religioso della lega latina.

 

Per info e visite potete contattare il sito direttamente

Tempio di Diana Nemorense

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