Le Terme Arabe di Cefalà Diana

I Bagni di Cefalà Diana rappresentano l’unico complesso termale presente in Sicilia ad avere una tipologia islamica.

Essi sono simbolo di un antico hāmmah ed entrandovi, anche ai giorni nostri, è possibile immergersi in un’atmosfera orientale, simile a quelle che i viaggiatori della prima metà dell’Ottocento tentarono di celebrare nelle loro tavole. 

Tra i visitatori più accorti ricordiamo il francese Joseph – Philibert Girault de Prangey (1804 – 1892), pittore, archeologo e storico dell’architettura, oltre che pioniere della fotografia, e il politico inglese Henry Gally Knight (1786 – 1846).

Le terme sorgono vicino Palermo, a ridosso di uno sperone di roccia, in un piccolo piano ubicato tra il torrente Cefalà e le pendici del versante nord - occidentale del Monte Chiarastella. Dalla roccia sulla quale è costruito il complesso sgorgava un’acqua termale utilizzata per scopi terapeutici; le acque termominerali di Cefalà Diana hanno attratto da sempre l’interesse degli scienziati, tanto da sottoporle ad indagini fisico – chimiche almeno a partire dagli anni ’70 del Settecento.

A causa della somiglianza dei termini Cefalà e Cefalù si è innescata, soprattutto nell’Ottocento, una grande confusione; alcuni studiosi, infatti, hanno imputato attività idrotermale alla rocca di Cefalù commettendo un grande errore. Tale attività riguarda solo Pizzo Chiarastella, dove appunto sorgono le Terme di Cefalà. Il termine Cefalà, presente già dal dominio normanno (1093), prende origine dal greco medioevale Kephalas, che rimanda al classico Kephalé ovvero “testa”, “capo”.

Il toponimo potrebbe corrispondere a “capo dell’acqua”, dunque punto di inizio di un corso fluviale, in riferimento alle sorgenti termali che un tempo servivano ad alimentare il Milicia, fiume che sfocia nel Tirreno, ad ovest di Altavilla Milicia.

In realtà il Milicia nasce presso Godrano (anch’esso, come Altavilla Milicia, piccolo comune in provincia di Palermo), ma nel Cinquecento, data la grande portata d’acqua delle sorgenti termali di Cefalà certamente maggiore rispetto ad oggi, gli storici siciliani erano convinti che esse rappresentassero l’inizio del corso d’acqua. 

Prime notizie certe riguardo i Bagni risalgono alla fine del XIV secolo; gli studiosi hanno proposto differenti ricostruzioni per quanto concerne la data di impianto del complesso termale e la cronologia esatta dei successivi interventi.

Appare poco credibile l’ipotesi di una fondazione in periodo romano (50 a.C. – 50 d.C.) a cui sarebbero seguiti ulteriori interventi in epoca araba e poi normanna; la critica moderna, facendo riferimento alla tradizione erudita ottocentesca, è più concorde nell’ascrivere i Bagni di Cefalà Diana ad un’interessante testimonianza dell’architettura prodotta nel periodo arabo, con riprese in età normanna. 

Nel mondo arabo la tipologia rappresentata da queste Terme, alimentate tramite acque termominerali sorgentizie, è riconosciuta con il termine hāmmah, mentre nei luoghi in cui l’acqua viene riscaldata artificialmente si usa la denominazione di hammām. 

Attraverso alcuni scavi, operati nell’area dove sorgono i Bagni, sono stati riportati alla luce frammenti di ceramica a vernice nera riferibili al IV – III secolo a.C., e tracce di epoca preistorica con ceramica ad impasto lavorato a mano, insieme a scarti in selce; tali importanti indizi attestano l’antichissima frequentazione del sito. 

Esternamente l’edificio termale presenta una possente forma quadrangolare, costituita da pietre legate con malta che presentano caratteristiche costruttive non uniformi e uno spessore notevole che raggiunge il metro e mezzo. Particolare è la presenza di una fascia epigrafica a caratteri cufici (grafonimo utilizzato per designare la scrittura araba, epigrafica o libraria, dei primi secoli dell’Islam) che corre lungo i lati Ovest, Nord ed Est ed è delimitata da cornici lievemente aggettanti, decorate con girali di piccole palme. 

La fascia è costituita da 157 conci in pietra arenaria di colore rosa e giallo – rosa, su un terzo dei quali si trova, ancora oggi, traccia di un pigmento rossastro su cui sicuramente risaltava il testo scritto. Sono rimaste leggibili una serie di lettere che consentono di riconoscere alcuni vocaboli, come Muhammad, ‘ala – Allah, e, in particolare, la parte finale della canonica basmala. 

Il significato corrisponde a Bism Allah al – Rahman al – Rahim (“In nome di Dio Clemente e Misericordioso”). Tali iscrizioni potrebbero rappresentare un attardamento dell’epigrafia islamica della Sicilia, trovando uno stretto confronto con la fascia che corona il palazzo della Zisa a Palermo, uno degli edifici normanni più importanti dell’isola.

Discordanti nella tecnica costruttiva sono le zone poste al di sopra e al di sotto della fascia epigrafica: le parti al di sotto presentano listature e cantonali in grandi mattoni, mentre, quelle al di sopra, sono prive di tali elementi e hanno per cantonali dei blocchi di arenaria. L’edificio, orientato in senso Nord – Sud, è caratterizzato dalla presenza di tre ingressi, con il principale collocato a Nord e gli altri due ubicati lungo il fianco Ovest. 

Attraverso gli ingressi è possibile entrare nell’impianto termale dove un muro a tre archi, che poggiano su due colonnine mediane sormontate da pulvini e capitelli in pietra, divide il Bagno in due zone; una è collocata a sud e risulta essere di dimensioni inferiori. Essa si trova vicino la sorgente di acqua calda ed è coperta da una volta in mattoni mentre l’altra, più lunga del doppio, è rivolta verso Nord ed è caratterizzata da una volta in conci di arenaria con oculi di areazione.

Attualmente l’area presenta due vasche nella porzione meridionale e una tripartizione della vasta sala settentrionale; tale disposizione deriva da interventi che si sono susseguiti rispetto all’impianto originario. I Bagni, con ogni probabilità, erano inizialmente dotati di due sole vasche, la più grande delle quali era perimetrata da una gradinata rivestita di mattoni. Nel corso del tempo all’esterno sorsero diverse costruzioni, di cui oggi rimane traccia nei due corpi di fabbrica disposti ad “L” e adiacenti ai prospetti Nord e Ovest dell’edificio termale.

Il prezioso complesso è stato interessato da quattro importanti campagne di scavo che hanno riguardato sia gli ambienti interni (1992 – 1997) sia l’esterno (1993 – 2001). 

Grazie alle indagini scientifiche condotte in queste occasioni si è giunti a datare l’edificio termale alla seconda metà del XII secolo, come precedentemente ipotizzato da Umberto Scerrato (1928 – 2004), uno tra i più insigni archeologi iranisti e islamisti italiani. Egli giunse a tale conclusione attraverso confronti stilistici, architettonici ed epigrafici con altri monumenti siciliani dello stesso periodo.

Durante il regno di Ruggero II (1140 – 1141), dunque nel periodo normanno, i Bagni sono interessati da una vasta monumentalizzazione della struttura preesistente; punto focale è l’apertura del nuovo ingresso posto a Nord, segno di una nuova configurazione data allo spazio interno che ora segue, rispetto a quanto concepito nell’antico bagno islamico, un’assialità longitudinale. Agli inizi del XIV secolo, dopo un periodo di abbandono nella seconda metà del XIII, avviene una ridefinizione del complesso termale attraverso l’impianto di un fondaco e di un mulino a ruota.

Alla metà del Settecento, per interessamento del Barone di Cefalà, Niccolò Diana, colui che fondò l’attuale paese di Cefalà Diana, l’impianto vede la costruzione della vasca collocata a sud del muro e la divisione in tre vasche della precedente grande piscina, posta nel settore settentrionale. In questo periodo viene, inoltre, realizzata la nuova volta in calcarenite, forse a causa del cedimento della preesistente volta in mattoni e sono aperti i due nuovi ingressi.

La più recente fase di ristrutturazione risale all’Ottocento quando, internamente, le vasche vengono rialzate, ristrette e dotate di altre piccole vasche quadrangolari mentre gran parte dell’acqua della sorgente è convogliata, attraverso un largo canale, nella vasca di alimentazione del mulino posto a Nord – Est. 

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