La biga etrusca di Monteleone di Spoleto

Monteleone di Spoleto, inserito nella lista dei Borghi più belli d’Italia, domina dall’alto di un poggio la valle del fiume Corno.

Monteleone di Spoleto, inserito nella lista dei Borghi più belli d’Italia, domina dall’alto di un poggio la valle del fiume Corno.


 Il piccolo centro è collocato in un’area dell’Umbria anticamente abitata dai Sabini, territorio caratterizzato dall’alternarsi di alture e verdi vallate, segnate dallo scorrere di fiumi, come il Nera e il Corno

La sua posizione strategica, che ne fece un avamposto al confine tra  Stato Pontificio e Regno di Napoli, nasce dalla presenza di fondamentali vie di comunicazione: quella posta verso nord che portava a Norcia, quella verso sud che conduceva a Leonessa e quella verso est, fino alla Salaria e alla valle del fiume Tronto. 
La confluenza di tali strade, importanti già in epoca pre e protostorica, fece di questa zona un centro nevralgico di scambi e di commerci.

L’area posta a nord di Monteleone, sul Monte Pizzoro, come testimoniato dai numerosi ritrovamenti archeologici, fu abitata sin dalla fine dell’età del Bronzo;  nell’età del Ferro aumentò la presenza di abitati, le cui necropoli ci hanno restituito materiali d’importazione etrusca e greca. 

Tali nuclei abitativi, collocati sulle alture, erano protetti da recinti fortificati ed avevano un’economia improntata all’agricoltura. 

All’allevamento del bestiame, e, con ogni probabilità a partire dal XVII secolo, allo sfruttamento dei giacimenti del ferro estratto dal Monte Birbone, che veniva trasportato verso la Val  Casana e la bassa Valnerina. Lo sfruttamento delle miniere del ferro terminò con l’annessione di Monteleone al Regno d’Italia nel 1860.

Il territorio divenne, nel corso dei secoli, possesso dei Romani e, successivamente, dei duchi Longobardi che qui realizzarono il centro del Gastaldato Equano. Nel XIV secolo il castello fu al centro degli scontri tra guelfi e ghibellini per essere coinvolto, sino al XVI secolo, nelle lotte tra comuni limitrofi. Il borgo conserva intatte alcune delle torri di difesa e numerose parti dell’antica cinta muraria che lo cingeva tra 400’ e 500’. 

Entrando attraverso la porta Spoletina si possono ammirare eleganti palazzi gentilizi eretti tra XVI e XVIII secolo; della primitiva rocca di Brufa, realizzata nell’880 da Attone, signore della Valle del Nera, rimane attualmente la torre, poi munita di orologio, con la porta che immette nella piazza del mercato.

Vicino all’abitato di Monteleone sorge un’area denominata Colle del Capitano che si trova in una sella compresa tra il versante nord di Monte Pizzoro e il versante sud di Monte Femasino, all’interno di una zona in cui è attestata la presenza di una necropoli databile fra la fine dell’età del Bronzo e il VI secolo a. C. Fu in questo luogo che, nel 1901, Isidoro Vannozzi, contadino del posto, iniziò a costruire un casale; durante le operazioni di scasso attuate per realizzare le fondamenta della cascina egli rinvenne una tomba che conteneva due corpi, insieme ad un corredo composto da oggetti in ferro e in bronzo. 

L’8  Febbraio del 1902, sempre il Vannozzi, realizzò una scoperta ancora più stupefacente, infatti, mentre spianava l’area davanti la casa, per la costruzione dell’aia, portò alla luce una seconda tomba, nella quale si trovava un Biga etrusca, che recenti studi datano al VI secolo a.C., interamente conservata, con i resti di un defunto e manufatti ceramici e bronzei. 

In un primo momento l’uomo conservò presso di sé quanto trovato, commettendo l’errore di unire gli oggetti recuperati nelle due tombe, tanto da rendere impossibile il riconoscimento dei rispettivi corredi.

La famiglia Vannozzi non comprese l’enorme valore culturale, oltre che economico, della straordinaria scoperta realizzata, e il 23 Marzo 1902 decise di vendere, per l’irrisoria cifra di 900 lire, necessaria a comprare le tegole per il tetto della casa in costruzione, tutti i preziosi ritrovamenti; l’acquirente era Benedetto Petrangeli, commerciante di Norcia. Egli si mise subito in contatto con l’ambiente antiquario romano riuscendo a cedere, per 150.000 lire,  tutti i materiali a Ortensio Vitalini.

Attraverso i suoi canali, la Biga e gli altri oggetti giunsero a Parigi nel Febbraio del 1903, e furono inizialmente custoditi presso il Credit  Lyonnais, all’interno di cassette di sicurezza. Il Vitalini, inizialmente, tentò diverse trattative di vendita con musei francesi, tutte fallite soprattutto per questioni economiche e, alla fine, riuscì ad  accordarsi, per l’acquisto, con il primo direttore del Metropolitan  Museum of Art di New York (1879 – 1904), l’archeologo e generale piemontese, Luigi Palma di Cesnola; fu così che il materiale partì per l’America. 

Il Cesnola aveva ottenuto la cittadinanza americana e la più alta decorazione militare dopo aver combattuto, con valore, nella Guerra di secessione; era stato nominato, inoltre, console a Cipro, isola sulla quale aveva potuto reperire molti reperti archeologici che avrebbero costituito il primo nucleo della collezione di arte antica del Metropolitan. 

In qualità di grande conoscitore di antichità, non deve perciò stupire il fatto che egli abbia gestito a Parigi l’acquisto della Biga di Monteleone, la biga meglio conservata dell’Italia preromana.

Nel 1903 Palma di Cesnola e il suo assistente Charles Baillard ricomposero il veicolo, senza lasciare in eredità un resoconto scritto, relativo ai criteri adottati per gli interventi messi in atto sulle lamine, dal restauro al successivo montaggio.

 Essi operarono senza nessun modello di riferimento, senza essere in possesso di un rapporto di scavo, senza un rilievo grafico del carro;  accostarono i pannelli decorativi della cassa intuendo la ricostruzione per logica, dovendo  ridare forma ad un veicolo da guidare in posizione eretta. 

Le ruote, soltanto, non posero problemi in quanto una di esse era completamente conservata nelle connessioni dei rivestimenti metallici. Il riassemblaggio determinò una serie di errori, infatti venne ricomposta una struttura lignea più simile a un trono su ruote, che a un cocchio.

Una nuova e più corretta ricostruzione della splendida Biga da parata fu messa in atto durante l’ultimo restauro, avvenuto tra 2002 e 2006, operato dai restauratori del museo newyorkese insieme ad Adriana Emiliozzi, ricercatrice italiana, che studiando la Biga dal 1989, pubblicò le correzioni da apportare. 

E’ grazie a questo attento lavoro, basato su radiografie, trattamenti conservativi, analisi di laboratorio, che si è riusciti  a ricostruire l’esatta struttura lignea di supporto; le indagini e gli studi messi in atto hanno, poi,  contribuito a chiarire le origine del carro e il suo effettivo utilizzo. 

Si è, intanto, messo in evidenza il lungo uso che si è fatto della Biga, deducibile dalle numerose riparazioni e dai rimaneggiamenti presenti in alcune parti della decorazione; la tecnica e il progetto figurativo, sottoposti a nuove indagini, hanno rivelato la figura dell’artefice che si è individuato in un maestro bronzista, proveniente dalla Grecia Orientale, che intorno al 560 a.C. venne chiamato a decorare un carro in terra etrusca.

Il committente era, con ogni probabilità, un ricco mecenate di Vulci, ed è lui che utilizzò la splendida Biga per molti anni. Successivamente, il veicolo venne ceduto al principe di Monteleone che lo portò nella sua tomba, forse nel 540. 

Il maestro artefice del carro, dotato di un ampio bagaglio culturale, attraverso la sua opera, volle celebrare le gesta di Achille, partendo dal piccolo fregio posto sotto il pannello destro, dove venne raffigurata Iris intenta a recare al giovane eroe il comando di Zeus a recarsi in guerra. 

Sullo sfondo del pannello centrale Achille ottiene, grazie alla madre Teti, le armi forgiate dalla mano di Efesto, che andranno a sostituire quelle date in prestito a Patroclo, a cui erano state sottratte da Ettore dopo averlo ucciso. 

Sul fianco destro è raffigurato il duello con Memnone, che fa meritare all’eroe omerico l’apoteosi in seguito alla sua morte, celebrata sul pannello sinistro. Non si conosce nulla dei soggetti rappresentati nei piccoli riquadri posti alle due estremità, dato che erano in avorio e andarono perduti. 

Il bronzista lavorò con grande maestria e perizia tecnica, realizzando a sbalzo molte figure, arricchendole attraverso incisioni a cesello; le linee furono ottenute con miriadi di colpi battuti obliquamente. Nei depositi del Metropolitan vennero rinvenute incrostazioni d’avorio che definivano bocche e occhi delle figure, lasciate appositamente vuote dall’artista esecutore.

Il corpo della Biga fu realizzato in legno di noce, e le pareti della cassa vennero create attraverso del cuoio teso intorno alle ringhiere e fissato al telaio; venne poi completamente rivestita, dalle ruote al timone, da lamine in bronzo dorato (metallo di Corinto), sbalzate e incise, come già detto. Il prodotto di questo lavoro fu la più lussuosa Biga del mondo mediterraneo antico, per il suo peso inadatta ad una andatura veloce, e, quindi utilizzata, a scopo rappresentativo, durante le cerimonie pubbliche. 

Per realizzare i pannelli del carro venne utilizzato il bronzo (lega di rame e stagno), uno dei materiali più preziosi all’epoca, grazie alle sue grandi proprietà meccaniche e di resistenza; la capacità di lavorare i metalli, come il ferro, l’argento, il piombo, lo stagno, costituì una grande fonte di ricchezza per gli Etruschi.

Tornando agli inizi del 900’, e più precisamente al 1907, Angelo Pasqui ebbe modo di studiare la forma e la struttura della tomba nella quale venne rinvenuta la Biga, sul Colle del Capitano; grazie alle sue indagini emerse con certezza che si trattava di una tomba a fossa, scavata al centro di un’area, delimitata da un tamburo cilindrico, il quale fungeva da basamento al tumulo, dotata di un grundarium, che facilitava l’eliminazione dell’acqua piovana, e di un lastricato alla base, per lo stillicidio. 

Dal 1903 la Biga di Monteleone di Spoleto è esposta nella sezione etrusca della Greek and Roman Galleries del Met di New York; nel 2007, a conclusione di un progetto di rinnovamento dell’intera area espositiva, durato 15 anni, vennero inaugurati i nuovi spazi destinati ad accogliere oltre 5000 reperti di epoca etrusca e romana. Tra di essi la Biga di Monteleone spiccava per bellezza ed importanza, divenendo il fulcro dell’intera esposizione, collocata sul mezzanino affacciato sulla Leon Levy and Shelby White Court.  

Si è tentata più volte la richiesta di restituzione di un bene artistico tanto prezioso e sottratto illegalmente al nostro Paese quando era in vigore l’Editto Pacca, emanato nel 1820 a tutela dei Beni Culturali. 

Nel 2002 l’avvocato italo americano Tito Mazzetta, incaricato dal comune di Monteleone di Spoleto, inviò per la prima volta, dopo 100 anni, una richiesta formale di restituzione della Biga. La risposta del Met, inviata dal direttore, non negava, sostanzialmente, il diritto di proprietà del bene da parte del Comune di Monteleone, ma veniva negata la restituzione semplicemente perché giunta in ritardo, e, dunque, essendo ormai trascorsi i termini legali per far fronte ad una tale richiesta.  

Se è vero, come affermato dal Met, che Vitalini inviò la Biga a Parigi nel 1903, in quel momento in Italia era vigente la legge n. 185 del 1902 “Sulla conservazione dei monumenti e oggetti di antichità e arte”, (la prima legge di tutela del Regno), attraverso la quale lo Stato era legittimato ad attuare il diritto di prelazione sulla vendita di opere d’arte. Questo conferma l’illegalità dell’azione commessa, che non dovrebbe dare diritto al museo newyorkese di detenere un bene che sostanzialmente e moralmente non gli appartiene.

Grazie alle ricerche portate avanti dallo storico Guglielmo Berattino, sono stati riportati alla luce documenti che incastrano alle proprie responsabilità i protagonisti della vicenda agli inizi del 900’; si tratta di 16 lettere rinvenute presso la Biblioteca Civica di Ivrea, che testimoniano, con sicurezza, il fatto  che venditori, mediatori e acquirenti della Biga, conoscevano perfettamente la natura illecita  della transazione.

Un riprova che lo splendido pezzo di archeologia venne trafugato illegalmente risiede anche nel fatto che fu smontato, suddiviso in pezzi e posto in mezzo a barili di cereali per essere trasportato in America. 

Finalmente lo Stato Italiano, attraverso il Ministero dei Beni Culturali, sta prendendo in considerazione di inviare negli USA la formale richiesta di restituzione di un bene che, per il museo americano, è un semplice oggetto da esposizione, una sorta di vetrina che richiama ogni anno milioni di visitatori, ma che per l’Italia rappresenta una testimonianza tangibile delle proprie origini e della propria storia.

A Monteleone si trova il Museo della Biga, realizzato all’interno degli ambienti inferiori del complesso di San Francesco; qui è ospitata la copia in scala 1:1 della Biga, realizzata nel 1985, in occasione dell’Anno degli Etruschi,  dalla Scuola d’Arte del maestro Manzù, testimonianza storica del precedente assemblaggio.

 

Vi consigliamo alcune letture (per completare l'argomento) che potrete trovare anche nella sezione "Libri"

La biga di Monteleone di Spoleto. Il trafugamento nei carteggi segreti tra menzogne e verità Condividi
di Luigi Carbonetti

Artemide, 2014