Acireale, comune in provincia di Catania, è un centro di antichissime origini, che oggi presenta un impianto urbanistico tipico delle città tardo – medioevali della Sicilia.
Quello che un tempo era il territorio dell’antica Aquilia comprende, oltre ad Acireale, anche Aci Catena, Aci Trezza, Aci Sant’Antonio, Aci Castello, Aci Bonaccorsi e parte di Santa Venerina.
Tutte queste città sono accomunate dal prefisso Aci, riferito ad un corso d’acqua, di cui tutta l’area è ricca, che un tempo seguiva un tragitto sotterraneo, accostato dalla tradizione alla storia d’amore, narrata da Ovidio nel XIII libro delle Metamorfosi, tra il pastore Aci e la ninfa marina Galatea.
La ninfa era amata, a sua volta, da Polifemo, ciclope che viveva nel vulcano, il quale accortosi dei baci tra i due innamorati, per vendetta, uccise il pastorello Aci, poi trasformato da Giove in un piccolo fiume, chiamato in greco “ Akis”.
Acireale, il cui centro sorge ad una altitudine di 161 metri, si affaccia sul Mar Ionio ed è caratterizzata dalla presenza di una magnifica costa, chiamata Costa dei Ciclopi, formata da rocce laviche, che si originarono, in un lontanissimo passato, dall’Etna, vulcano che da qui è possibile ammirare in tutta la sua maestosità e bellezza.
Il cuore pulsante della città e il punto che meglio rappresenta le antiche origini di questo luogo è la piazza dove sorge lo splendido Duomo e dove gli abitanti di Aquilia Nuova si stabilirono inizialmente.
La Cattedrale della Santissima Annunziata è dedicata al culto di Santa Venera, patrona di Acireale, nata, secondo la tradizione, nel 100 d. C. ad Aci Xifhonia (antica città greca, oggi scomparsa, che probabilmente era situata nel territorio compreso tra Acireale, Aci Catena e Aci Sant’Antonio). Venera, proprio per la sua intensa attività di apostolato verso i deboli e i più poveri, fu decapitata il 26 luglio del 143 d.C., nella Gallia Cisalpina.
La Santa viene festeggiata il 26 luglio di ogni anno con una solenne processione, durante la quale la sua statua, posta su di un argenteo fercolo, è trainata da uomini vestiti di bianco. I festeggiamenti si svolgono seguendo un antico protocollo, paragonabile a quello della festa di Sant’Agata a Catania.
Tante, comunque, le tradizioni presenti ad Acireale: una di queste è lo spettacolare Carnevale, tra i più antichi e belli, non solo di Sicilia, ma, dell’Italia intera.
La sfilata è composta da carri allegorico – grotteschi realizzati in cartapesta, gli unici carri al mondo ad utilizzare, per dar vita ad un prodigioso evento, migliaia di luci e lampadine, con scenografie che si presentano agli occhi degli spettatori, in continua evoluzione.
Acireale è nota, anche, per la presenza del Teatro – Museo dell’Opera dei Pupi, istituzione unica nel suo genere, che ha sede in Via Alessi; all’interno sono raccolti molti splendidi pupi, alcuni realizzati, altri collezionati, dallo storico puparo Emanuele Macrì, scomparso nel 1974.
Il maestro nacque a Messina dopo il terremoto del 1908, rimanendo ben presto orfano, per essere adottato, poi, dal puparo acese Mariano Pennisi, fondatore, nel 1887, del primo Teatro dell’Opera dei Pupi ad Acireale, collocato inizialmente in Via Tono.
I suoi spettacoli, grazie all’originale impostazione scenica, alla particolare tecnica e alla recitazione, ottennero ben presto grande successo.
Nel 1928, in virtù del numero sempre crescente di spettatori, il Pennisi spostò il Museo in Via Alessi, dotandolo di una sala più capiente e, dal 1934, lasciò il testimone al figlio adottivo Emanuele Macrì.
Quest’ultimo, all’apice della carriera, fece conoscere l’Opera dei pupi ed il nome di Acireale a tutto il mondo, realizzando spettacoli negli Stati Uniti, in Australia e in diversi paesi europei. Il segreto del successo del maestro Macrì si può leggere nelle sue stesse parole, dense della passione e della dedizione da lui dedicata a quest’arte; a proposito dei suoi pupi egli, infatti, diceva: “Prego credere che i miei pupi non sono fatti di legno – sono uomini veri, di carne, di sangue, di muscoli, di cuore”.
Il Museo custodisce i pupi realizzati da Macrì intorno al 1940 e preziosi pupi di fine Ottocento; all’entrata si è immediatamente colpiti dai cosiddetti “giganti”, nemici dei cristiani, pupi della scuola di Acireale la cui grandezza si aggira intorno ai 90 centimetri; sono anche esposti, oltre a cartelloni di presentazione degli episodi della vita dei paladini (ve ne sono oltre 300), scudi, elmi, teste di ricambio, cioè le parti della marionetta più esposte ad usura durante le rappresentazioni.
Si possono ammirare, anche, le teste “da riconoscimento” dei personaggi principali che, come tali, devono essere sempre riconoscibili e, qualora sostituiti, bisogna farne copie esatte; sono, infine, presenti panche ed attrezzature teatrali di diverso genere
Il mestiere del puparo è un’arte complessa che racchiude all’interno dei suoi "saperi" diverse professionalità: quella dell’argentiere o più spesso dello stagnino che prepara l’armatura, quella del pittore, quella dell’attore, quella dell’ebanista che si occupa di realizzare lo scheletro del pupo, quella dell’intagliatore che scolpisce le teste e, talvolta, quella del sarto a cui si commissiona la preparazione dei costumi più raffinati.
Ma quali sono le origini dei pupi? Bisogna tornare alla fine del Settecento, quando alcuni marionettisti siciliani, originariamente dei cantastorie, ispirandosi al “Cunto”- ovvero al “Racconto”- con il quale, già precedentemente, intrattenevano il popolo narrando le gesta di cavalieri in vicoli e piazze, decisero di armare le marionette per dar vita a intrepidi duelli e ed amori audaci.
Inizialmente le marionette furono armate di latta e cartone per trasformarsi, ben presto, in grandi pupi dalle vesti sgargianti; gli spettacoli, dovendo narrare di epopee cavalleresche, assunsero forme cicliche, riuscendo a radunare un gran numero di spettatori che accorrevano da ogni dove per assistere a tali epiche battaglie.
Le marionette settecentesche erano mosse dall’alto per mezzo di un’asta metallica, collegata alla testa tramite uno snodo, mentre le braccia e le gambe erano animate tramite più fili; nella prima metà dell’Ottocento avvenne una sorta di rivoluzione che diede vita al pupo vero e proprio: l’asta di metallo, necessaria al movimento della testa, fu posta all’interno e venne sostituito il filo utilizzato per animare il braccio destro con una robusta asta di metallo, efficace per imprimere più forza e rapidità alle azioni che, spesso, imitavano combattimenti e duelli.
La tradizione dei pupi raggiunse il culmine della popolarità nei primi anni del ‘900 per decadere lentamente nel tempo, a causa dell’avvento di nuove forme di intrattenimento e, anche, in conseguenza dello svuotamento dei centri storici; tuttavia, ancora oggi, (come avviene ad esempio ad Acireale con la famiglia Grasso che porta avanti, con grande passione, gli spettacoli), quella che può essere considerata una macchina teatrale a tutti gli effetti prosegue, instancabile, la sua attività.
Attualmente il puparo, ovvero chi svolge attività dell’Opera dei Pupi, incarna in se diversi ruoli, abbraccia più compiti, mentre un tempo esistevano, come accennato prima, figure distinte, ognuna con un incarico specifico: quella del puparo, appunto, che costruiva i pupi, creandone l’involucro esterno, quella del maniante o oprante, cioè colui che, attraverso il movimento delle bacchette di ferro, donava i movimenti ai pupi in scena e quella del parlatore, il quale spesso dotato di significativa arte attoriale, infondeva le diverse personalità ai protagonisti, dando loro un’anima.
C’era anche la maestria del pittore che, non solo, dava un’espressione ai volti ma si occupava, anche, di creare le scene destinate alle varie vicende, decorando le tele con differenti ambientazioni. I temi epici trattati erano le Crociate, l’Orlando Furioso, ma anche la Gerusalemme Liberata.
I pupi, tutti figli della grande maestria artigianale siciliana, mostrano caratteristiche diverse in tre tradizioni, o stili, dell’Opera dei Pupi: quella palermitana, quella catanese e quella siracusana.
I pupi palermitani incarnavano perfettamente l’etimologia del termine, ovvero “pupus”, che significa bambino. Misuravano 65 centimetri per 8 chilogrammi di peso, dunque erano di dimensioni ridotte, graziosi nei tratti del viso, scolpito e dipinto a mano; indossavano, in origine, armature piuttosto semplici, che negli anni divennero più barocche, arabescate e cesellate.
Anche le dimensioni nel tempo mutarono, arrivando agli attuali 80 centimetri. Le ginocchia di questi pupi erano, e sono, articolate, snodabili e permettono un passo sciolto, quasi di danza; se il pupo era guerriero la spada si poteva sguainare e riporre nel fodero.
Il sistema di manovra, svolto ai lati e a braccio teso, era possibile proprio grazie alla leggerezza della marionetta; gli animatori erano posti dietro le quinte del palcoscenico e poggiavano i piedi sullo stesso piano di calpestio dei pupi. La superficie d’azione era più profonda che larga e vi era una concezione teatrale semplice ed elementare.
Rispetto alla leggerezza che contraddistingue i pupi occidentali, le assi del palcoscenico scricchiolano sotto il peso ed i passi austeri dei grandi pupi catanesi; questi giganti della scena potevano raggiungere un’altezza di 1 metro e 40 centimetri ed un peso che oscillava tra i 35 e i 40 chilogrammi.
I pupi palermitani avevano l’ausilio di gambe snodabili per muoversi e spada riposta nel fodero, mentre quelli catanesi erano dotati di gambe rigide, più adatte a sostenerne il peso, avevano la spada sempre in pugno e lo sguardo fiero rivolto all’avversario.
La fatica fisica affrontata dai manianti durante l’opra era davvero notevole e, infatti, dovevano darsi spesso il cambio a causa del bruciare dei muscoli.
Se a Palermo il minor peso della marionetta permetteva un maneggio laterale, nei teatri catanesi la mole del pupo costringeva ad una manovra ravvicinata, con il pupo accostato al fondale di scena, dietro al quale l’operatore guidava i ferri maestri stando sopra una pedana.
Tale esigenza comportava la dilatazione in larghezza e la scarsa profondità del boccascena.
Non c’è da meravigliarsi se negli anni questi pupi, pur rimanendo catanesi nello spirito, si siano ridimensionati per permettere una più agevole messinscena.
I pupi siracusani presentano tratti costruttivi di entrambi gli stili, e si pongono in una posizione intermedia; si cercò di adattare le maggiori tendenze stilistiche del tempo alla necessità di una struttura teatrale stagionale.
Contro la supremazia catanese ad Acireale venne a manifestarsi, negli anni ’70 dell’Ottocento, la volontà di dar vita ad un processo teatrale autonomo; fu Giovanni Grasso (1792 - 1863) al quale si devono le origini della scuola catanese, a giungere in città per crearsi un nome ed una sua esperienza.
Se fino al 1860 i pupi di tradizione catanese pesavano 35 chilogrammi e venivano manovrati attraverso un ferro corto, rendendo questo un mestiere esclusivamente maschile, fu la scuola sviluppatasi ad Acireale a renderli più leggeri, così da poter essere manovrati anche da donne.
I pupi acesi pesano, infatti, tra i 15 e i 20 chilogrammi, hanno un’altezza che varia da 1 metro a 1 metro e 10 centimetri, i ferri di manovra sono più lunghi, essendo il banco di manovra più alto rispetto a quello catanese, così da creare una maggiore profondità prospettica tra scena di fondo e pupo.
I pupi rappresentano una delle massime espressioni della creatività e dell’arte siciliana; accanto a cavalieri che indossano armature di foggia cinquecentesca, appaiono maghi, mostri mitologici, popolani in abbigliamento ottocentesco, il tutto ad alimentare e ad affascinare un pubblico che spesso era analfabeta ma che, attraverso quel mondo immaginario, un mondo lontano ed esotico, poteva apprendere qualcosa che andava oltre la propria terra.
Questa fu la fondamentale funzione didattica svolta dall’Opera dei Pupi, che rappresentò una forma di intrattenimento popolare genuina e libera dai condizionamenti dei salotti alla moda, in cui spesso furono denunciate le forme di ingiustizia del territorio.
Ecco spiegati i motivi alla base dell’importanza a livello internazionale di questa particolare forma d’arte che dal 2001 ha ottenuto il riconoscimento di “Patrimonio Orale ed Immateriale dell’Umanità”.
Per informazioni e curiosità non esitate a contattare il Museo, che merita veramente una approfondita visita. Il museo dell'Opera dei Pupi è una parte integrante della Sicilia e va conosciuta.
Qui proponiamo alcune visite guidate
Museo dell'Opera dei Pupi Siciliani


