Museo delle Civiltà: In mostra le collezioni Ispra

Nella giornata di mercoledì 14 Novembre si è tenuta, nel Salone d’Onore al primo piano del Palazzo delle Scienze all’Eur, l’inaugurazione della mostra dal titolo Animali, Vegetali, Rocce e Minerali: le Collezioni ISPRA. 

Nella giornata di mercoledì 14 Novembre si è tenuta, nel Salone d’Onore al primo piano del Palazzo delle Scienze all’Eur, l’inaugurazione della mostra dal titolo Animali, Vegetali, Rocce e Minerali: le Collezioni ISPRA. 

  L’acronimo ISPRA si riferisce all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, la cui storia ha  inizio negli anni che seguono l’Unità d’Italia (1861), periodo in cui Quintino Sella insieme a Felice Giordano si fanno promotori della stesura della prima Carta Geologica d’Italia. In un’epoca in  cui il Sud del nostro paese era ancora arretrato e il Nord iniziava a realizzare i primi supporti cartacei per il rilevamento del territorio, fu, soprattutto,  Quintino Sella (1827-1884), Ministro delle Finanze del nuovo Regno d’Italia, uomo dalla poliedrica attività, laureatosi in ingegneria a Torino appena ventenne, e profondo conoscitore della mineralogia, (frequentò, infatti, su richiesta del governo sardo, il prestigioso corso triennale di specializzazione presso l’ Ecole des Mines di Parigi ) ad iniziare una sistematica campagna di rilevamento della penisola italiana e a promuovere la  raccolta di fossili animali e vegetali, di minerali e  di rocce. Le prime zone analizzate furono in Sardegna dove vennero campionati molti reperti paleozoici e dove il Professor Giovanni Curioni (1831-1859), vicedirettore dal 1880 della futura Scuola di Applicazione per gli ingegneri di Torino, si occupò di rilevare e riordinare i reperti litologici. 

Nel 1867 fu istituito a Firenze il Regio Comitato Geologico, dove Sella iniziò a promuovere la realizzazione della Carta Geologica in scala 1:100.000 e la conseguente valutazione delle riserve minerarie italiane; nel 1875 tutto il materiale depositato in strutture site in diverse città italiane, costituito da reperti di varia natura, insieme all’Ufficio Geologico si trasferirono a Roma, nella Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri, presso la sede dislocata a San Pietro in Vincoli. Le Collezioni Scientifiche e le Collezioni industriali dei Litotipi furono nuovamente trasferite, questa volta a Largo Santa Susanna, dove andarono a formare il Museo Agrario Geologico, inaugurato il 3 maggio 1885; tale  luogo  sino al 1995 ospitò le prestigiose raccolte. 

  Successivamente l’istituzione venne chiusa sino ad arrivare al 2008 quando l’insieme delle Collezioni andò a confluire nell’Ispra. In seguito alla chiusura del Museo a Santa Susanna gli oggetti, 150.000 reperti che costituivano le raccolte, rimasero imballati per anni,  conservati in magazzino; solo negli ultimi decenni, grazie all’opera di studiosi e di ricercatori, si è assistito ad una progressiva attività di recupero, di conservazione, di digitalizzazione, di catalogazione e di divulgazione di un patrimonio tanto importante per il nostro paese, perché proprio attraverso questi reperti è stato possibile conoscere più approfonditamente il territorio  in cui si sono formati oltre all’uso che se ne è fatto nel tempo.

  Una parte delle collezioni inizia  da quest’anno a essere  visibile e fruibile  presso il Museo delle Civiltà (istituito nel 2016), e, l’occasione per apprezzarle, è rappresentata da questa bella Mostra in cui sono esposti solo alcuni dei magnifici reperti che andranno a costituire l’allestimento vero e proprio, allestimento che sarà completato nel 2024 attraverso una progressiva musealizzazione.

Gli oltre 150.000 manufatti e reperti che formano le Collezioni Ispra vengono suddivisi in tre sezioni principali: Collezioni Paleontologiche (costituite prevalentemente da invertebrati, fossili tipo, vertebrati e fossili vegetali), Collezioni Geologiche (formate da reperti litologici, minerali, edilizi e decorativi) e Collezioni Storiche (racchiudono al loro interno 17 plastici geologici storici, strumentazione tecnica destinata alla ricerca, e, svariate opere d’arte comprendenti  quadri, medaglie, busti). 

All’interno di diverse vetrine, che costituiscono l’inizio del percorso museale, sono esposti oggetti quali microscopi, fotocamere, ed altri strumenti di indagine scientifica, che servirono da supporto all’attività di ricerca messa in atto, a partire dal XIX secolo, dal Regio Ufficio Geologico; si possono poi ammirare pietre dure e semipreziose quali diverse tipologie di  diaspro,  quarzi, arenarie, tutti  pezzi rappresentativi di una parte delle Collezioni Lito-Mineralogiche, comprendenti 55.000 reperti di rocce e minerali. 

Entrando nella  sala successiva, e cioè il Salone d’Onore del Palazzo delle Scienze, edificio progettato per accogliere l’Esposizione Universale di Roma del 1942 che a causa dello scoppio della guerra non fu mai realizzata,  si rimane immediatamente colpiti dal  pavimento, costituito, al centro, da una splendida e monumentale  tarsia marmorea,  realizzata da Mario Tozzi tra il 1935 e il 1944, durante il suo soggiorno italiano. 

L’artista entrò in contatto con diversi protagonisti dell’arte italiana del Novecento, quali De Chirico, Severini, De Pisis, con cui intrattenne collaborazioni e confronti, adottando presto uno stile classicista e divenendo tramite tra la Francia, paese di residenza, e l’Italia. La tarsia, composta tramite l’utilizzo di pietre e marmi italiani, è suddivisa in diverse scene rappresentative di altrettante discipline scientifiche, come la Zoologia, la Paleontologia, la Fisica, la Fisiologia con la rappresentazione di un microscopio (il primo fu realizzato da uno scienziato del 1700, anche mercante di stoffe e appassionato di lenti), e la Cosmografia. 

Fulcro del coloratissimo pavimento è la figura di Minerva, dea delle virtù eroiche e della guerra, ma anche della sapienza e quindi delle arti funzionali e delle scienze; Tozzi la raffigura con le armi deposte e con in mano un libro aperto e una penna d’oca, quasi a renderla simbolo di una desiderata pace e, soprattutto, rappresentazione della cultura scientifica. Intorno a tale capolavoro sono esposti oggetti in marmo antico, facenti parte della Collezione Pescetto, formata nel 1870 dal Senatore del Regno d’Italia Federico Pescetto e acquisita nel 1888 per 16.000 lire, e, della Collezione De Santis, acquistata per 3000 lire al Monte di Pietà di Roma nel 1874. I materiali preziosi, circa 1358 pezzi, che le costituiscono, provengono dalle cave dell’Impero Romano e del bacino del Mediterraneo; nei secoli furono riutilizzati per edificare chiese e monumenti dell’Europa medioevale e moderna. Segue una zona dedicata all’esposizione dei plastici geologici, realizzati tra il 1877 e il 1920, e inclusi nelle Collezioni Storiche dell’ISPRA.

Tali plastici, una sorta di prima rappresentazione in 3D del territorio italiano, avevano una genesi particolare: ogni plastico derivava da una carta geologica. Le informazioni relative al territorio da rappresentare erano prima riportate in carta e successivamente gli artisti ricevevano l’incarico di realizzare il  plastico. 

Il lavoro veniva svolto in sinergia con ingegneri e geologi; i plastici erano fatti interamente a mano utilizzando come materiale il gesso e poi erano dipinti a olio, contornati da una cornice lignea o in metallo. Prima di essere riportati all’attuale splendore versavano davvero in pessime condizioni, causate dall’usura del tempo e dall’incuria. Alcuni andarono dispersi, altri furono oggetto di un attento lavoro di restauro volto a togliere la patina che si era  depositata nel corso degli anni trascorsi in deposito e, quindi,  a ridare  al manufatto nuova luce. 

Alcuni plastici rappresentano zone a particolare vulnerabilità, quali Ischia, Campi Flegrei, Etna, altri morfologie specifiche del territorio italiano, come il Monte Bianco, l’Isola d’Elba (il più grande restaurato), il Monte Argentario e, tutti, sono caratterizzati dalla presenza di diverse colorazioni che stanno ad evidenziare i differenti tipi di terreno presenti nei territori analizzati.

Nel Salone d’Onore sono in mostra, anche, alcuni  Fossili tipo, reperti che rappresentano un punto di riferimento a livello internazionale in quanto studiati per la prima volta; sono reperti di fondamentale valore scientifico, difficilmente esposti al pubblico, sui quali si basa, ad esempio, il riconoscimento di una nuova specie. Sono, dunque, molto importanti ai fini dell’attribuzione  di reperti ritrovati successivamente. Questi fossili fanno parte delle Collezioni Paleontologiche, che ne contengono ben 244; la Collezione dei Fossili tipo annovera gruppi campionati in Italia a partire dalla fine del XIX secolo e conta tra gli esemplari più rappresentativi i Trilobiti, artropodi marini estinti provenienti dalle rocce della Sardegna sud-occidentale e vissuti in epoca cambriana, il più antico dei periodi geologici in cui è suddivisa l’era paleozoica, caratterizzato appunto dalla presenza di invertebrati marini. 

Viene anche esposto lo scheletro femminile di un canide estinto, una sorta di lupetto endemico della Sardegna, ritrovato dal Professor Malatesta; grazie all’ottimo stato di conservazione è stato possibile ricostruirne lo scheletro, montando le ossa su una base in ferro. Il peso dell’animale  doveva aggirarsi sui 14 chilogrammi e, proprio da questo, si è desunto che si potesse cibare di specie imparentate con lepri e conigli. 

A conclusione del percorso espositivo si può ammirare un grande quadro di Alfonso Di Pasquale dove è rappresentata la zona di Tor di Quinto, nel punto di confluenza del Tevere e con l’Aniene;  all’interno del corso d’acqua si vedono degli elefanti proprio a testimoniare la presenza,  nella campagna romana come in tutte le zone umide dell’Italia centrale,  per tutto il Pleistocene (2.580.000 e 11.700 anni fa), di grandi erbivori. I sedimenti di tali pianure inglobarono i resti dei grandi mammiferi presenti permettendone la fossilizzazione e il conseguente ritrovamento. Le favorevoli condizioni ambientali permisero, in questa zona d’Italia, la presenza umana come attestato dal ritrovamento, nel 1929 e nel 1935, di due crani di Homo neanderthalensis sulla sponda orientale del fiume Aniene. Le tante attività di approfondimento legate a questo ambizioso progetto avviato dal Museo delle Civiltà attraverso questa mostra vogliono confluire nella creazione di un Museo multi specie le cui Collezioni andranno ad integrare il percorso delle Collezioni Preistoriche.

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