La Chimera di Arezzo

La Chimera è una splendida scultura etrusca in bronzo, databile al IV secolo a.C. e attualmente conservata nel Museo Archeologico di Firenze; fu rinvenuta ad Arezzo il 15 novembre del 1553 e subito trasferita a Firenze per volontà del duca Cosimo I de’ Medici (1519 – 1574), divenuto granduca nel 1569. 

La Chimera è una splendida scultura etrusca in bronzo, databile al IV secolo a.C. e attualmente conservata nel Museo Archeologico di Firenze; fu rinvenuta ad Arezzo il 15 novembre del 1553 e subito trasferita a Firenze per volontà del duca Cosimo I de’ Medici (1519 – 1574), divenuto granduca nel 1569. 

La celebre opera venne collocata in Palazzo Vecchio, sede del governo mediceo e palazzo di residenza del principe, all’interno della Sala dedicata a papa Leone X de’ Medici

Inizialmente  la Chimera fu portata presso gli appartamenti di Cosimo I, sempre a  Palazzo Vecchio, in cui, così come tramandato da Benvenuto Cellini  nella sua autobiografia: “il duca ricavava grande piacere nel pulirla personalmente con attrezzi da orafo”. 

La scultura, che l’etruscologo Vincenzo Bellelli ha definito “il più importante bronzo etrusco mai rinvenuto”, fu ritrovata durante uno scavo operato vicino le mura di Arezzo, a cinque metri di profondità. L’eccezionale scoperta avvenne nei pressi della Porta di San Lorentino mentre si stava realizzando la costruzione di un nuovo baluardo voluto proprio dal duca Cosimo I de’ Medici.

Il XVI secolo dona ad Arezzo un nuovo aspetto e una nuova forma attraverso il susseguirsi di grandi cantieri che servono ad ammodernare il sistema di fortificazioni della città.  

Durante lo scavo di uno dei fossati,  posto lateralmente alla Porta di San Lorentino e da cui doveva essere tratta la terra necessaria a formare la massa interna dei bastioni, venne trovata la splendida Chimera insieme a un gruppo di bronzetti votivi. Questi ultimi erano costituiti da fanciulli, giovani, uomini barbuti, uccelli e altri animali; tutte queste figure  non superavano i venti centimetri mentre la Chimera raggiungeva il metro.

La più antica e dettagliata fonte relativa alla scoperta dell’imponente bronzo aretino à contenuta nelle “Deliberazioni del Magistrato, dei Priori e del Consiglio Generale” e si riferisce al periodo 1551 – 1553; esse sono conservate nell’Archivio di Stato di Arezzo.

Uno scrivano, di cui non si conosce l’identità, annota:”Addì 15 novembre 1553, mentre fuori le mura della città di Arezzo, presso Porta San Lorentino, si scavava terra per portarla nel nuovo bastione che vi si sta costruendo, fu trovato il seguente insigne monumento degli Etruschi. Era un leone di bronzo fatto con maestria ed eleganza, di grandezza naturale, di aspetto feroce, furente, forse per la ferita che aveva nella coscia sinistra, teneva irte le chiome e spalancava le fauci, e come un trofeo da ostentare portava sopra la schiena una testa di capro ucciso, che perde sangue e vita. Nella zampa anteriore destra di questo leone erano iscritte le lettere: TINSCVIL….”.

All’interno di questo manoscritto, una sorta di registro, redatto in lingua latina, di quello che accadeva all’epoca, sono presenti preziose informazioni riguardo l’opera etrusca come il fatto, molto interessante, che il grande bronzo venne rinvenuto insieme ad altri bronzetti, anch’essi di grande qualità artistica.  

Si era, dunque, di fronte non ad un oggetto isolato o fuori contesto ma piuttosto ad un probabile deposito votivo, una stipe  contenuta entro  un santuario in cui si trovava esposta, come dono, la splendida Chimera. Proprio questo documento evidenzia l’eccezionalità del ritrovamento insieme alla sorpresa e al clamore suscitato tra gli abitanti di Arezzo.

 Fin dalle origini la statua etrusca doveva avere una funzione religiosa così come si può evincere da ciò che è scritto sulla sua zampa destra,“TINSCVIL”, che significa “donata al dio Tin il corrispettivo etrusco del Giove latino

Nell’immediato  non si riconobbe con chiarezza il soggetto  della preziosa opera, realizzata in un’officina dell’Etruria Settentrionale durante la prima metà del IV secolo a.C., in quanto la Chimera era sprovvista della coda a forma di serpente; nel 1785 essa venne rifatta ex novo dallo scultore Francesco Carradori (1747 – 1824). 

Egli superò le difficoltà tecniche ancorando la coda serpentiforme  al corno sinistro del capro che sbuca dalla schiena del leone. 

Le orbite dovevano accogliere, in origine, occhi in avorio o pasta vitrea mentre le zanne, anche loro scomparse, dovevano essere state realizzate a parte per poi essere assicurate al foro posto al centro del labbro superiore.

La Chimera era nel mito greco, recepito dagli Etruschi attraverso la tradizione iconografica, un mostro poliforme che con il suo alito infuocato ammorbava l’aria di vaste regioni, così da renderle inospitali. Contro di essa combatte l’eroe Bellerofonte il quale, sul cavallo alato Pegaso, la uccide. 

Lo splendido bronzo rinvenuto ad Arezzo non era sicuramente isolato ma doveva far parte di un gruppo statuario;  questo si evince  dalla tensione che traspare nel corpo teso, pronto a balzare verso qualcuno che lo sta minacciando dall’alto (Bellerofonte), ma anche dal ruggito minaccioso, dal muso rivolto verso l’alto e dalle ferite sanguinanti che hanno già ucciso il capro. Dalla coscia destra e dal collo della capra stillano gocce di sangue rese con grande verosimiglianza cromatica e plastica.

Cosimo I  legittimò il suo potere proclamandosi Dux Etruriae e il 27 agosto 1569 papa Pio V lo insignì del titolo di Magnus Dux Etruriae. Egli si rese immediatamente conto del grande valore, soprattutto di propaganda, del pezzo recuperato nel 1553 ad Arezzo e lo fece trasportare, come detto prima, in una sala di rappresentanza di Palazzo Vecchio fatta da poco decorare dal Vasari con le imprese relative al pontificato di Leone X. 

La Chimera si trovava ora nella reggia del “Magnus Dux Etruriae”, di colui, cioè, che voleva rendere Firenze la capitale della nuova Etruria.

Nel maggio del 1540 Cosimo I, da appena tre anni nominato duca di Firenze, aveva infatti deciso, con la moglie Eleonora di Toledo, di trasferire la residenza di famiglia in quello che era stato il Palazzo della Signoria; il giovane duca lo avrebbe ammodernato e ingrandito  per trasformarlo in una reggia.

Con Cosimo I  si consolidava una tendenza che era cominciata dal tempo di Lorenzo il Magnifico, quella di far coincidere i confini della signoria dei Medici con quelli dell’antica Etruria. 

L’eredità morale si tramuta in eredità materiale e gli Etruschi divengono i capostipiti di una dinastia il cui compito è quello di ingrandire i propri confini al di là dei limiti fiorentini. Le antichità etrusche, nel corso del Quattrocento e del Cinquecento, hanno una profonda influenza sul pensiero e sulle arti dei protagonisti più importanti del Rinascimento toscano.

La statua bronzea, nella mani di Cosimo I, assunse, dunque, un importante significato simbolico:  come aveva fatto Bellerofonte,  riconsegnando all’umanità intera una regione attraverso la sconfitta della terribile Chimera,  mostro simbolo dei pericoli del mondo, così ora, quasi fosse un  segno del destino, la Chimera di bronzo entrava in possesso della famiglia Medici. La splendida statua riscosse da subito enorme successo nel mondo dell’arte di quel periodo storico. 

Pietro Aretino, dalla corte dei Dogi a Venezia, chiese notizie della scoperta al concittadino Gregorio Ricovero per poi riferire le parole, colme di ammirazione e stupore, di Tiziano il quale affermò che nel bronzo “le gocciole del sangue si mostravano in si tenero e liquido modo sparte ne le ferite”.

Continuando a citare altri nomi illustri anche Benvenuto Cellini citò il bronzo etrusco all’interno della sua “Vita” e Giorgio Vasari gli riservò ampio spazio nelle sue “Vite” e nei suoi “Ragionamenti”. 

Nel premio delle Vite vasariane si legge che nel grande bronzo “si conosce la perfezione di quell’arte essere stata anticamente presso i Toscani, come si vede alla maniera etrusca, ma molto più nelle lettere intagliate nella zampa, che per essere poche si coniettura, non si intendono oggi da nessuno la lingua etrusca, che le possino così significare il nome del maestro come d’essa figura”.

E’ proprio l’artista aretino ad effettuare i primi studi sulla statua  per volontà di Cosimo I. Egli vi riconosce, in maniera definitiva,   il mostro del mito di Bellerofonte: da quel momento l’opera sarà conosciuta con il nome di “Chimera di Arezzo”. 

Non tutti avevano però la stessa opinione della Chimera;  Annibal Caro, ad esempio, all’interno di una missiva indirizzata ad Alessandro Farnese e datata 11 maggio 1554, la reputava una scultura non così felice  in riferimento a Firenze, in quanto il leone, che poteva costituire un rimando al Marzocco, simbolo della città toscana, era ferito mentre la capra morente poteva essere un richiamo allo stesso Cosimo I, che aveva scelto il capricorno quale propria impresa.

La Chimera rimase a Palazzo Vecchio fino al 1718 per essere poi trasferita nel corridoio di mezzogiorno della Galleria degli Uffizi, dove venne restaurata apponendo la coda serpentinata mancante al momento del ritrovamento. Dal  1870 entrò a far parte, in modo stabile, delle raccolte del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, del quale costituisce il numero 1 dell’inventario oltre a rappresentare una delle sue glorie più grandi.

Se vi è piaciuto l'articolo e siete curiosi e desiderosi di vedere dal vivo questa meravigliosa e unica maestranza etrusca, allora potete prenotare i biglietti per il Museo Archeologico di Firenze dove ancora è esposta la fantastica creatura in bronzo: La Chimera.

All'interno del museo ci sono anche tantissime opere e reperti archeologici di origine etrusca, romana, e miedievale.

 

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