Il Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” è ospitato negli ambienti di quello che era il monastero medioevale di Monte Oliveto ad Arezzo, caratterizzato da un particolare andamento curvilineo.
All’interno di 26 sale, disposte su due piani, si conserva una delle più importanti collezioni archeologiche di tutta la Toscana.
L’edificio, sede del Museo, venne realizzato nel XIV secolo su ciò che rimaneva dell’antico anfiteatro romano di Arretium (prima metà del II secolo d.C.), la più grande costruzione pubblica di Arezzo antica, di cui attualmente possiamo ammirare l’intero circuito al piano terra e nel piano seminterrato del Museo, oltre che nell’area archeologica posta esternamente.
Il monastero fu edificato sui resti del perimetro sud di questo grande anfiteatro, andando a ricalcarne la forma e dal quale furono ricavati materiali in pietra necessari alla nuova costruzione. Il complesso monastico venne intitolato a San Bernardo Tolomei (1272 - 1348), fondatore della Congregazione Benedettina di Santa Maria di Monte Oliveto.
Nel XVIII secolo il monastero visse un periodo di lento declino; nel 1823 la Fraternita dei Laici di Arezzo, istituzione di pubblica assistenza costituitasi nel 1262 e ancora oggi presente nell’ambito della vita sociale aretina, realizza negli ambienti dell’ex monastero un eclettico Museo pubblico di “Storia Naturale e Antichità”, che nasce con lo scopo di raccogliere la grande quantità di materiali in possesso dell’istituzione.
Nel 1936 questo museo si trasforma nel Museo Archeologico intitolato a Gaio Cilnio Mecenate.
La figura di Mecenate, cavaliere e nobile di Arezzo, è legata alla vita politica della Roma della seconda metà del I secolo a.C.; egli, coetaneo di Virgilio (70 – 19 a.C.) e di Orazio (65 – 8 a.C.), nacque il 13 aprile di un anno imprecisato, collocabile tra il 74 e il 64 a.C. Mecenate fu legato da grande stima all’imperatore Augusto e si distinse come uomo di vasta cultura, appassionato collezionista, soprattutto di sculture della Grecia antica e sostenitore di artisti e poeti.
Gli abitanti di Arezzo, come avvenne per altre città etrusche, avevano ottenuto la cittadinanza romana nel 90 a.C. grazie alla lex Julia de civitate promulgata durante la guerra sociale (91 – 88 a.C.).
La vicenda di Mecenate rappresenta un esempio molto significativo dell’assorbimento di alcuni elementi dell’aristocrazia etrusca nell’ambiente romano, nel periodo in cui si verificò il processo di “romanizzazione” della nobiltà italica.
Tornando alla storia del Museo Archeologico aretino ricordo che esso divenne statale nel 1973 e fu oggetto, nel corso del tempo, di ristrutturazioni (importante quella avvenuta nel 1951 per sanare i danni causati dalla guerra) e ampliamenti, fino a giungere alle 26 sale odierne disposte su due livelli. Sono qui conservati reperti provenienti da scavi archeologici condotti nella città e nel territorio circostante, e oggetti appartenuti a collezioni private donate da alcuni celebri cittadini.
Al piano terra, in cui si segue un ordine topografico, vengono presentati al pubblico reperti che testimoniano la storia di Arezzo dalla sua fondazione, avvenuta in epoca etrusca, fino all’età tardo antica.
Nelle prime due sale vi sono oggetti rinvenuti nell’area gravitante intorno alla città, dall’epoca villanoviana all’ellenismo; spiccano, tra tutti, i gioielli ritrovati nella Necropoli etrusca di Poggio del Sole (VI secolo a.C.), frequentata fino all’epoca romana e collocata a ovest del centro storico di Arezzo.
Si tratta di preziosi oggetti in oro e frammenti di ceramica attica databili tra IV e V secolo a.C., scoperti da Gian Francesco Gamurrini a partire dai primi anni Sessanta dell’Ottocento.
Da questo luogo giungono gli splendidi Orecchini a bauletto (VI secolo a.C.), e quelli con Protome felina (V secolo a.C.); proseguendo il percorso espositivo è possibile ammirare un Frontone scolpito e policromo, arricchito da scene di combattimento (480 a.C.), proveniente da Piazza San Jacopo e una serie di Ritratti votivi rinvenuti in Via della Società Operaia e databili tra il II e il I secolo a.C.
Dall’area santuariale di Castelsecco (II secolo a.C.), nella periferia sud orientale, provengono un Altare e Lastre in terracotta che fungevano da rivestimento al pulpitum del teatro collegato al tempio principale, un’Iscrizione su lastra di travertino dedicata a Tinia , il Giove degli Etruschi ed Ex voto fittili con neonati in fasce dedicati a Uni, la romana Giunone Lucina.
Alcune sale di questo piano sono dedicate alla Terra sigillata, produzione in ceramica diffusasi tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., di cui Arezzo divenne il centro di produzione più importante del Mediterraneo. Il Museo conserva la più ricca collezione al mondo di questi vasi (destinati alla mensa), anticamente denominati Arretina vasa.
Le ultime sette sale espongono reperti di epoca romana come ritratti e statuaria, mosaici, corredi funebri e oggetti in bronzo. Al piano superiore si trova la sezione preistorica e sale tematiche dedicate alle ceramiche, ai vetri, ai bronzi e alla numismatica; c’è, poi, una parte del percorso espositivo riservata alle collezioni di aretini illustri, come i Bacci e l’archeologo Gian Francesco Gamurrini.
Appartiene alla collezione Bacci l’opera più importante del Museo e tra le più celebri di tutta l’archeologia italiana, il Cratere attico a figure rosse (510 a.C.) con l’Amazzonomachia, capolavoro del ceramografo greco Euphronios (535 – 470 a.C.).
Il vaso, utilizzato per miscelare vino, miele e acqua proveniva da una tomba della Valdichiana, dove l’aristocrazia agraria aretina possedeva, tra VI e V secolo a.C., fastose residenze.
Il prezioso manufatto presenta una straordinaria e complessa decorazione formata da foglie e fiori stilizzati, da danzatori e musicanti; tutto culmina, sul ventre, nella lotta tra Ercole e le Amazzoni.
La storia di questo vaso è davvero lunga ed affascinante: entra in possesso di un signore etrusco per conservarvi le sue ceneri, viene rinvenuto diviso in 53 frantumi, restaurato e acquisito dalla famiglia Bacci che lo possiede fino al 1723. Nel 1850 passa alla Fraternita dei Laici e viene esposto, infine, nel 1936 al Museo Archeologico di Arezzo.
In queste sale sono presentati al pubblico alcuni preziosi Bronzetti della Stipe di via Fonte Veneziana, originariamente composta da 180 oggetti databili al VI secolo a.C. Nell’area di Fonte Veneziana (così come venne ribattezzato, nel 1930, il primo tratto della via di Staggiano) in epoca etrusca esisteva un santuario extraurbano.
L’antiquario aretino Francesco Leoni, nel 1869, trovò nei terreni presenti in questo luogo muri a secco insieme a un deposito votivo arcaico, uno fra i più ricchi mai rinvenuti nell’Etruria settentrionale, composto appunto da circa da 180 oggetti tra piccoli bronzi, gioielli, “aes rude” cioè pre – monete, e frammenti di ceramica.
Nella sala dei preziosi è esposto il Ritratto maschile in crisografia (oro su vetro), databile alla seconda metà del III secolo d.C., uno degli oggetti più raffinati mai prodotto con questa tecnica. Nel Museo si ammira, poi, una moneta bronzea molto rara, il Quincussis, databile al III secolo a.C., rinvenuta nella zona di Stroppiello e Sitorni.
Per le visite presso il Museo Archeologico Nazionale di Arezzo
Museo Archeologico Mecenate - dal 2 Gennaio 2024 al 31 Ottobre 2025
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