Il Museo del Vetro di Murano

Il Museo del Vetro venne fondato nel 1861 per volontà  di Antonio Colleoni , a quel tempo sindaco di Murano,  e dell’abate Vincenzo Zanetti,  grande appassionato di arte vetraria.

Il Museo del Vetro venne fondato nel 1861 per volontà  di Antonio Colleoni , a quel tempo sindaco di Murano,  e dell’abate Vincenzo Zanetti,  grande appassionato di arte vetraria.

 Murano, situata a nord – est di Venezia è, con Burano e Torcello, una delle isole che appartengono  alla Laguna Veneta; venne  fondata, insieme ad altri centri, nel 453 d.C. dagli abitanti di Altino e Oderzo, in fuga dalle invasioni degli Unni.
 
Il suo nome deriverebbe da “Ammuranium”, quale omaggio all’antica “Porta di Orione” appartenente alla città di Altino. Il Museo è ospitato all’interno di Palazzo Giustiniani, antica residenza dei vescovi di Torcello; il palazzo nacque come dimora patrizia, acquisendo le forme tipiche del gotico fiorito.

Il vescovo di Torcello, Marco Giustiniani, nel 1689 stabilì in questo luogo la sua residenza e, in seguito, acquisì il palazzo per tramutarlo nella sede della diocesi. L’architetto Giuseppe Gaspari si occupò della ristrutturazione dell’intero edificio; il  soffitto del salone centrale, affrescato da Francesco Zugno (1709 – 1787), con il Trionfo di San Lorenzo Giustiniani primo patriarca di Venezia, appartiene ed è testimonianza di quegli anni. 

Nel 1805, con la soppressione della diocesi di Torcello, il palazzo diviene proprietà del Patriarcato di Venezia che lo cede al comune di Murano nel 1840, divenendone la sede. 

Il salone principale, nel 1861, viene adibito a nucleo iniziale del museo – archivio dell’isola che, pian piano, va ad occupare l’intero edificio. Murano nel 1923 inizia a far parte del Comune di Venezia che entra in possesso del palazzo e del Museo. 

L’arte vetraria veneziana ha radici antichissime e prende avvio dai rapporti stabiliti con il Medio Oriente, in particolar modo con la Siria, i cui vetri, fabbricati con una tecnica molto raffinata, erano noti fin dal Medioevo. 

Intorno al 1291 si decise di trasferire gli artigiani vetrai, con la loro attività, sull’isola di Murano per motivi di sicurezza: la Repubblica di Venezia voleva proteggere la città dai gravi incendi creati dai forni in cui era prodotto il vetro.  Gelosa della fama crescente Venezia obbligò i maestri vetrai a non lasciare l’isola senza un permesso speciale. Nel XIV secolo erano presenti almeno dodici vetrerie, con una produzione ricca e ben avviata. 

Nel Quattrocento la città lagunare diviene produttrice incontrastata dell’arte del vetro, complice il declino della produzione islamica. Grazie all’invenzione del vetro cristallino da parte del muranese Angelo Barovier (1405 – 1460) accade una rivoluzione: il vetro si tramuta in una materia trasparente e purissima, simile al cristallo di rocca. Viene decorato con smalti policromi e oro e gli oggetti realizzati con questa elegante tecnica vanno ad impreziosire le dimore di importanti famiglie, dei dogi e del pontefice. 

Durante il Cinquecento la tecnica diviene ancora più affascinante con l’esecuzione “a mano volante”, quindi a mano libera.

 In questo periodo si preferisce l’utilizzo di cristallo puro e si sperimentano innovative tecniche di decorazione, come “l’incisione a punta di diamante”, inventata in epoca romana, e ripresa a Murano da Vincenzo d’Angelo dal Gallo, esecutore sul vetro di straordinarie decorazioni simili al merletto. 

E’ ora utile ricordare che il vetro è costituito da silice che si tramuta in liquido quando viene sottoposta ad alte temperature; nel momento in cui avviene il passaggio dallo stato liquido a quello solido il vetro si trasforma in materia malleabile e può essere plasmato per dare forma ad oggetti unici e irripetibili. 

I maestri vetrai muranesi, con la loro grande esperienza, si sono resi conto, nel tempo, che l’utilizzo di diverse sostanze durante la lavorazione poteva dar luogo ad effetti visivi stupefacenti e suggestivi. 

Grazie al sodio, ad esempio, si può rendere opaco il vetro, invece con l’utilizzo di nitrato e arsenico si eliminano le bolle. 

A Murano gli oggetti in vetro vengono creati attraverso due successive fasi: la prima lavorazione consiste nel mettere in atto tutti quei procedimenti che impiegano la materia prima, quindi la sabbia, la soda o altri composti, o, altrimenti il vetro grezzo, chiamato cotisso. 

Tali elementi vengono fusi insieme all’interno di forni in modo da ottenere una miscela vitrea da lavorare successivamente. Si passa, poi, alla seconda lavorazione che comprende l’impiego di bacchette di vetro per l’elaborazione a lume, la vetro fusione e le lavorazioni a freddo come l’incisione, la decorazione e la molatura.

Lo spazio espositivo del Museo del Vetro di Murano è suddiviso in 9 sale all’interno delle quali trovano posto capolavori conosciuti in tutto il mondo; è presente una rassegna di opere in vetro prodotte in un arco cronologico amplissimo, che spazia da reperti riferibili ad epoca romana (I –IV secolo d.C.)  sino ai giorni nostri.  

Nella SALA I  vengono descritte LE ORIGINI dell’arte del vetro.  Sono qui esposti una grande varietà di oggetti realizzati in Siria, in Palestina, in aree del mediterraneo orientale; un grande nucleo è  composto, come sopra accennato,  da oggetti d’arte romana, prodotti tra I e IV secolo d.C. 

La raccolta comprende olle cinerarie in vetro soffiato e manufatti a corredo di tombe; questi reperti provengono dalle necropoli di Enona, Asseria e Zara, situate nella Dalmazia settentrionale. 

Viene descritta in questa sala la storia dell’arte di modellare il vetro, nato secondo un’antica tradizione, sulle rive sabbiose di un fiume siriano. In questo luogo dei mercanti fenici decisero di accendere un fuoco attraverso l’utilizzo di blocchi di salnitro, il quale, fuso dal calore e mischiato alla sabbia, avrebbe dato origine a questo nuovo materiale.

I centri di maggior diffusione del vetro in antichità furono la Mesopotamia, l’Egitto e, come detto, la Siria; a partire dal X secolo esso cominciò a diffondersi nell’area dei Balcani e in Europa meridionale fino a giungere, tra IV e I secolo a.C., in  tutto il Mediterraneo. 

La tecnica della soffiatura, che andò a prendere il posto della colatura a caldo, ebbe inizio nel I secolo a.C. in Palestina. In questa sala vengono, anche, esposti al pubblico  frammenti di vetro prodotto a Murano durante il Medioevo risalenti a X e XI secolo, riportati alla luce nelle fondamenta dell’attigua Basilica di San Donato.

La Sala II presenta al visitatore l’ETA’ DELL’ORO del vetro muranese; stiamo parlando del Medioevo e del Rinascimento. Nel XIV secolo la produzione del vetro a Venezia è qualcosa di concreto e ben realizzato, grazie, anche, all’importazione di materie prime dalla Siria e ai buoni rapporti, soprattutto di tipo commerciale, intrattenuti con il Medio Oriente che permettono un vantaggioso scambio di saperi. 

La fama per Murano è, però rappresentata, nel corso del Quattrocento, dall’invenzione del vetro cristallino ad opera di Angelo Barovier. A volte, come nella splendida azzurra coppa Barovier, datata 1470, la decorazione si ispira a motivi iconografici rinascimentali. Il Cinquecento è il secolo delle grandi invenzioni nell’arte vetraria e nella sala sono esposti alcuni preziosi esemplari di questi nuovi tipi di vetri. 

Parliamo del vetro  ghiaccio realizzato tramite l’immersione dell’oggetto, semilavorato e ancora caldo, in acqua fredda così da ottenere una superficie esterna rugosa e lucida. L’invenzione senz’altro più nota è quella della filigrana opera di Filippo Catani della Sirena (o Serena) che la realizzò nel 1527.

Si tratta di una tecnica piuttosto complessa, ottenuta incorporando nel cristallo canne di vetro che contengono piccoli fili di vetro bianco o colorato, a fascette intrecciate o parallele. 

Nel Seicento l’arte del vetro si orienta verso il bizzarro, con la creazione di forme stravaganti: ecco, dunque, apparire lampade con le sembianze di un animale, vasi a forma di fiore arricchiti da dentellature e creste. In questo secolo avviene l’invenzione dell’avventurina con la quale si ottiene una pasta vitrea utilizzata come pietra dura, molto difficile da fabbricare. 

Nel 1630 a causa di una terribile epidemia di peste che colpisce Venezia e che crea una profonda crisi economica, molti vetrai muranesi decidono di migrare all’estero; in quest’epoca sono talmente celebri, nonostante la concorrenza del vetro boemo, da dare origine a delle vere e proprie dinastie. 

Basti ricordare i Bortolussi, i Ballarin, i Dragani, i Mozzetto e i Della Pigna. La SALA III è dedicata al GUSTO DELLA MIMESI TRA SETTECENTO E OTTOCENTO. 

Nel Settecento si diffonde a Murano la moda dei vetri mimetici, cioè di quei vetri che imitano altri materiali. Fa la sua comparsa il vetro opalino, che imita l’opale, il lattimo a imitazione della porcellana, e il calcedonio, un vetro opaco rosso in trasparenza, con venature di colori variegati; i vetri ottenuti con questa tecnica sembrano pietre semipreziose, quali agata, onice e malachite. 

Una impostante parte dei preziosi oggetti presenti in questa sala venne donata, nel 1861, da Lorenzo Radi il quali riuscì a recuperare l’antica tecnica del calcedonio risalente al XV secolo (ma noto già in epoca romana) e a produrre meravigliosi vetri ricchi di venature. Questo tipo di realizzazione ha origine nel Rinascimento e si attua attraverso la miscela di rottami di vetro opale bianco, colorato e cristallo  con una serie di sostanze come il rame, il cobalto e l’argento.

Anche il lattimo era conosciuto in epoca romana e dal Quattrocento venne prodotto per imitare le prime porcellane giunte dalla Cina;  nel XVIII secolo,  quando  iniziarono ad essere realizzati anche in Europa, i lattimi veneziani divennero celebri. 

Le decorazioni erano realizzate con oro e smalto, con scene di genere, soggetti mitologici e cineserie; maestri indiscussi di questa tecnica furono, a Murano, i fratelli Bertolini e la famiglia Miotti. 

La SALA IV ospita una sezione dedicata al SETTECENTO TRA MODA E CREATIVITA’; nel corso del XVII secolo la concorrenza del vetro boemo diventa sempre più forte. E’ il muranese Giuseppe Briati  (1686 – 1772) che, nonostante la grande opposizione degli integralisti, riadatta e concilia il vetro boemo con il gusto veneziano. 

Inizia a produrre i celebri lampadari con bracci di cristallo, decorati con fiori e festoni; la sua grande maestria gli consente di ottenere il permesso di aprire una fabbrica a Venezia dove produce specchi intagliati, cornici e grandi centri tavola denominati deseri (da dessert). 

In questa sala sono presentati al pubblico oggetti che, se anche non sono firmati Briati, ben rappresentano comunque lo stile dell’epoca; si tratta di specchi muranesi che godono nel Settecento di grande popolarità, con le cornici caratterizzate dalla presenza di vetro colorato e smalti o con incisioni realizzate sulla superficie specchiante. Splendido è il grande centro tavola in cristallo che imita un giardino all’italiana, fabbricato nel 1760 e impreziosito da tantissimi elementi.

La SALA V è riservata alle PERLE VENEZIANE di cui il museo di Murano conserva una grandissima e importante raccolta. 

La produzione di perle a Venezia è nota sin da tempi molto antichi ma sono qui esposti esemplari riconducibili al XIX secolo. Nel 1797, con la caduta della Repubblica di Venezia, inizia un grave periodo di crisi della società ma, anche, della produzione del vetro di Murano, tutto accompagnato dalla concorrenza del vetro boemo, prodotto dall’impero austro – ungarico.  

L’unica attività che riesce a resistere in modo solido a Murano è quella legata alle perle; le perle veneziane, in base alla tecnica produttiva, sono dette di conteria, rosetta o a lume. Le perle di conteria, presenti a Murano già nel XIV seolo sono monocrome, molto piccole e vengono realizzate in maniera industriale attraverso sottili canne in vetro forate.

Le perle rosetta furono inventate da Marietta Barovier nel XV secolo; esse sono fabbricate sempre attraverso canne forate e risultano arricchite da più strati policromi. 

Le perle a lume furono, invece, prodotte nel Seicento utilizzando una canna non forata, riscaldata a fiamma e poi colata su un filo in metallo che veniva fatto roteare, producendo molte varianti e infiniti colori. 

Attraverso l’esposizione di perle lo spettatore compie, anche, un interessante viaggio nella storia del lavoro femminile in quanto erano le donne ad occuparsi di questa produzione; la loro presenza, sedute all’aperto nelle calli e nei campielli veneziani, con la loro scatola piena di conterie sulla ginocchia, offre uno scorcio suggestivo su una Venezia perduta, viva nei ricordi e profondamente radicata nelle tradizioni popolari. 

Nella SALA VI  si parla di MURRINE E MINIATURE NELLA PRIMA META’ DEL XIX SECOLO. E’ questo il periodo più difficile nell’intera storia del vetro muranese; si comincia a riscoprire il valore di antiche tecniche, cercando di riadattarle al tempo presente. Tra tutte spicca la rinascita del vetro murrino, conosciuto in epoca romana e ripreso a Venezia nel XV secolo. Il prodotto finale consiste in una sorta di mosaico policromo ottenuto dall’accostamento a freddo di tessere di colori e forme differenti, che poi vengono consolidate a caldo. Durante l’Ottocento gli artisti di Murano inseriscono una canna millefiori, formata da strati di vetro variopinti, con quelli interni a forma di stella; gli strati vengono poi compattati a caldo. La canna viene allungata e, alla fine, tagliata in parti cilindriche, le murrine, che vengono inglobate negli oggetti antichi. Vincenzo Moretti (1835 – 1901) è colui che realizzò, con questa tecnica, gli esemplari più pregevoli.

La SAL VII  ospita lavori prodotti tra 1850 / 1895: LA RINASCITA. In questo periodo storico di forte crisi diversi maestri vetrai e imprenditori muranesi decidono di reagire. 

Alcuni lavorano su commissione di antiquari andando a riprodurre modelli classici, altri recuperano i segreti di alcuni vetri preziosi del passato. 

Viene riscoperta, ad esempio, la filigrana  dal perlaio Domenico Bussolin e da Pietro Bigaglia, il quale, precedentemente, aveva ripreso la tecnica dell’avventurina; ora la inserisce nelle ricche policromie delle sue filigrane realizzate a canne sottili. 

Negli anni ‘60 dell’Ottocento gli artisti muranesi trovano nuovo slancio creativo, evidente, soprattutto, nelle opere fabbricate per due nuove fornaci: la F.lli Toso, dedita alla produzione di vetri a uso antico e la Salviati & C., aperta al mercato estero, in particolar modo inglese, e abile nel portare alle esposizioni mondiali vetri raffinati e di grande bellezza.

In questi stessi anni avviene l’apertura del Museo del Vetro di Murano che inizia una stretta collaborazione con le fornaci e crea una scuola, nei suoi spazi interni, che funge da supporto alle diverse  attività. Nella SALA VIII si parla del periodo 1900 / 1970: VETRO E DESIGN. 

Durante i primi venti anni del secolo comincia una fruttuosa collaborazione, seppur ancora sporadica, tra aziende e artisti. Vengono qui presentate al pubblico le ciotole in stile Art Noveau realizzate da Vittorio Toso Borella, le klimtiane lastre in vetro mosaico (1914), di Vittorio Zecchin, fabbricate dalla fornace Barovier,  il vaso a filamenti policromi di Hans Stoltenberg Lerche, per la F.lli Toso. 

Nel 1921 avviene una vera e propria rivoluzione: la neonata vetreria Cappellini & Venini istituisce, per la prima volta, il ruolo di direttore artistico affidandolo a Zecchin. In questi anni molti artisti contribuiscono alle produzioni in vetro; tra loro spiccano le figure di Carlo Scarpa, Guido Cadorin, Alfredo Barbini, Umberto Bellotto (maestro nel ferro battuto). 

Contemporaneamente divengono frequenti le partecipazioni alla Biennali e a mostre internazionali, con attestati e premi. Nel dopoguerra molte delle tendenze che si erano sviluppate prima giungono a risultati di straordinaria qualità. Il vetro pesante, che aveva iniziato a diffondersi negli anni ’30 si sviluppa tra gli anni ‘50 e ’60. 

La fabbrica Venini, che dal 1932 al 1947 viene diretta da Carlo Scarpa, diventa un polo all’avanguardia realizzando oggetti di successo internazionale, alcuni qui esposti.

La SALA IX si concentra sul VETRO CONTEMPORANEO. Questa parte dell’esposizione guarda al futuro; si vuole far comprendere al mondo che Murano è ancora oggi produttrice di straordinari vetri artistici, con uno sguardo rivolto alle antiche tecniche ma, anche, con una creatività che si rinnova di continuo. 

All’interno della Sala Brandolini è possibile ammirare opere contemporanee prodotte da designer come Tobia Scarpa, affiancate da altre fabbricate da maestri vetrai.

 

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