Nello splendido scenario Veronese, l'Arco dei Gavii.

A pochi metri dall’Arena di Verona, percorrendo via Roma in direzione di Castelvecchio, sulla destra appare l’Arco della gens Gavia, relegato in una piccola piazza laterale come se fosse in castigo; 

A pochi metri dall’Arena di Verona, percorrendo via Roma in direzione di Castelvecchio, sulla destra appare l’Arco della gens Gavia, relegato in una piccola piazza laterale come se fosse in castigo; 

Avvicinandosi ad esso senza conoscerne la storia si potrebbe pensare ad un’elegante porta rivolta verso il terrazzo del Lungadige, dal quale è possibile ammirare il ponte scaligero. 

Costruito con il rosso ammonitico dei Monti Lessini, una resistente pietra sedimentaria che se lavorata può assomigliare al marmo, l’Arco offre la sensazione di essere ben saldo ma in realtà durante le epoche recenti soffrì numerosi spostamenti che causarono la perdita della struttura architettonica e di parte del suo apparato decorativo. Ma chi era la gens Gavia? E per quale ragione è legata a questo stupendo monumento?

I Gavii a Verona.

La gens Gavia è stata per circa duecento anni una delle famiglie più importanti della Verona romana, testimoniata da almeno ventotto epigrafi, tra cui quelle scolpite su strutture del Teatro Romano; alcuni suoi membri sono menzionati da epigrafi provenienti dall’area di Trento e dell’alto Garda. Ma soprattutto è degna della massima attenzione un’epigrafe murata in una casa di Verona che ricorda una Maxima Gavia donatrice di ben 600.000 sesterzi a favore di un’opera idraulica, forse uno dei due acquedotti attestati nella città antica

Gavia Q f Maxima
                 in aquam                                          
HS Q Ͻ CCCIϽϽϽ
testamento dedit

che può essere tradotta così: Maxima Gavia figlia di Quinto a favore dell'acquedotto per testamento diede 600.000 sesterzi.

Maxima Gavia è ricordata da una seconda epigrafe in relazione con un’opera idraulica, rinvenuta nel 1891 nella muratura di un ponte medievale e attualmente conservata nel Museo Archeologico al Teatro Romano di Verona. 

Un lascito di questa dimensione a beneficio di un’opera avente grandissima importanza pubblica poneva in ottima luce la persona offerente e poteva agevolare un’eventuale carriera politica degli appartenenti alla famiglia come amministratori cittadini (ad esempio come Decuriones).

Considerate la longevità e l’importanza di questa famiglia si potrebbe immaginare che essa abbia finanziato o commissionato altre opere pubbliche, forse durante il regno dell’imperatore Claudio.

La metà del I  secolo d.C. è stata un’epoca florida per Verona come è mostrato da importanti rinnovamenti tra i quali il rivestimento marmoreo delle facciate delle porte urbane principali e di quelle di via del Redentore, ma soprattutto la costruzione dell’Anfiteatro. 

Ubicato a cavallo della via Postumia che raggiungeva Aquileia, l’Arco dei Gavii è stato datato dai diversi studiosi tra il 49 a.C. e la metà del I secolo d.C.; non è conosciuto il vero motivo della sua costruzione che poteva avere un’intenzione monumentale o celebrativa ma indubbiamente aveva un carattere pubblico, infatti a tale proposito meritano attenzione i resti dell’epigrafe scolpita nella trabeazione: 

L V
                Gavi · C 

che l’Archeologo Carlo Anti interpretò in questo modo: 

[Curatores] L[arum] v[eronensium in honorem] Gavi C a decurionum decreto

 

Secondo questa interpretazione, per un decreto dei Decurioni, l’Arco sarebbe stato dedicato alla famiglia dei Gavii come riconoscimento onorifico di importanti benemerenze; in effetti, quattro Gavii sono citati dalle epigrafi scolpite sull’Arco: Caio Gavio Strabone, Marco Gavio Macrone figli di Caio e Gavia figlia di Marco, del quarto purtroppo non è conservato il nome.

È dunque possibile valutare due ipotesi: l’Arco potrebbe essere un monumento onorario dedicato ai Gavii oppure questi ultimi potrebbero essere i committenti e i finanziatori dell’Arco; in entrambi i casi è necessario ritenere che la costruzione dell’Arco sia partecipe delle attività intraprese a favore della città di Verona.
Oltre a loro, due epigrafi tramandano il nome dell’architetto Lucius Vitruvius Cerdo per il quale fu presunto un legame con il ben più famoso architetto Vitruvio Pollione autore del libro De Architectura, che doveva essere molto conosciuto all’epoca:

L· Vitruvius · L · Cerdo architectus 

I risultati degli scavi archeologici hanno rivelato che l’Arco segnava un limite tra la fine dell’area residenziale a pochi chilometri fuori dalla Porta Iovia (attuale Porta Borsari) e l’inizio della necropoli.  

Struttura e apparato decorativo dell’Arco dei Gavi.

L’Arco ha pianta rettangolare e sorge su quattro piloni che permettevano il transito della Via Postumia composta da un lastricato di basalti, sui quali sono rimasti i segni impressi dalle ruote dei carri. 

Le due facciate sono divise verticalmente in tre settori dalle quattro colonne corinzie e i pilastri sono decorati internamente da motivi fitomorfi; le epigrafi scolpite sotto la base delle due nicchie rettangolari aperte in ciascuna facciata probabilmente contenevano altrettante statue che ritraevano alcuni componenti della gens Gavia, cioè Caio Gavio Strabone, Marco Gavio Macrone figli di Caio e Gavia figlia di Marco, e di un altro di cui purtroppo non è conservato il nome.
Sopra ogni nicchia sporgeva una mensola che poteva sostenere una statua minore oppure una decorazione.

L’interno della volta è decorato da cassettoni contenenti bassorilievi floreali; al centro c’era l’immagine della Medusa (o Gorgone) figura apotropaica molto rappresentata nelle stele funerarie di Verona.
Sulle diverse parti che componevano dell’Arco sono scolpiti una lettera e un numero; se ne deduce che siano state lavorate nella cava e poi trasportate in loco per il montaggio: questa caratteristica è stata la principale risorsa per sua conservazione.

Per avere un’idea abbastanza completa della conformazione dell’Arco dobbiamo osservare i rilievi grafici di Andrea Palladio (1530-1540), la cappella Pindemonti nella chiesa di Sant’Anastasia (1542), un disegno pubblicato nel celebre libro Museum Veronense (1749). 

Le vicende storiche 

Sul finire dell’Impero Romano l’assetto territoriale e sociale di Verona mutò in maniera radicale, nuove strutture e altrettante rovine si sommarono a tale punto da fare innalzare il livello stradale, conseguentemente l’Arco ebbe diverse soglie nei secoli, qualcuna individuata durante gli scavi archeologici.

Nel secolo XII la cinta muraria difensiva voluta dal Comune incorporò l’Arco e dal secolo XV studiosi e artisti, tra i quali anche il famoso Palladio, con felice intuito cominciarono a raffigurarlo nelle loro opere: infatti molte furono le ferite inferte all’Arco durante il periodo veneziano quando venne spesso privato degli elementi di piombo o sfregiato; nel 1550 la Repubblica di Venezia vendette alcune proprietà nei pressi di Castelvecchio includendo pure due botteghini situati dentro l’Arco, uno di barbiere e l’altro di sarto. 

Ma nel 1805 avvenne l’episodio peggiore: il comando del Genio Militare francese decise di migliorare la viabilità soprattutto per scopi militari e disgraziatamente fece demolire l’Arco; nonostante le proteste e un editto del viceré d’Italia i pezzi dell’Arco peregrinarono prima in Piazza Cittadella, poi finirono nell’Anfiteatro e alcuni di essi, come avvenne per altri antichi monumenti, furono reimpiegati per nuovi edifici o purtroppo per ricavarne calce.

Nel 1920, mentre si preparava la celebrazione del seicentenario dantesco, un comitato veronese propose la ricostruzione dell’Arco come omaggio a Dante Alighieri ma i tempi non erano maturi; solamente dieci anni dopo e finalmente tra il 1930 e il 1932 si decise di ricostruirlo nell’attuale posizione accanto al Castelvecchio; per esigenze strutturali ed estetiche furono inserite riproduzioni degli originari elementi architettonici decorativi.

Nel Museo Archeologico di Verona, presso il Teatro Romano, è conservato il modello ligneo in scala ridotta dell’Arco fabbricato nel 1813, risultato molto utile nelle fasi della ricostruzione: fortunatamente le odierne tecnologie offrono importanti capacità per lo studio dei monumenti antichi sicchè uno studio dell’Università di Venezia, basandosi sul confronto tra l’Arco originale rimontato accanto al Castelvecchio e il modello ligneo del 1813, adoperando il Laser scanner e programmi di grafica 3D ha prodotto un modello tridimensionale dell’Arco.

Infine, si deve segnalare una curiosità: l’area per la ricostruzione dell’Arco fu scelta ritenendo fosse priva di testimonianze archeologiche ma tra il 2011 ed il 2013 furono compiuti nuovi scavi che portarono alla luce un’area residenziale romana databile al secolo II d.C. decorata da bellissimi mosaici pavimentali policromi ed una cantina post-rinascimentale, entrambe occultate dalle utilizzazioni sovrapposte nel fluire degli anni.

 

E dal momento che abbiamo parlato della splendida, romantica e maledettamente shakespeariana  Verona con i suoi lati storici legati anche alla storia romana, proponiamo alcune visite guidate. Potrete valutare i tour e le date disponibili qui in basso

 

 

 

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