La Centrale Montemartini: Tra antico e moderno, tra classico e industriale

l visitatore che accede per la prima volta negli ampi spazi in stile Liberty della Centrale Montemartini a Roma trova felicemente accostate due dimensioni diametralmente opposte tra di loro: l’archeologia classica e l’archeologia industriale. 

l visitatore che accede per la prima volta negli ampi spazi in stile Liberty della Centrale Montemartini a Roma trova felicemente accostate due dimensioni diametralmente opposte tra di loro: l’archeologia classica e l’archeologia industriale. 

La suggestione che si crea attraverso il confronto tra antico e moderno, tra bianco e nero, è davvero incredibile; accanto alle scure e ferrigne macchine dell’antica Acea viene esposta l’olimpica bellezza delle statue greche e romane. 

A volte sono i macchinari ad emergere con la loro grande mole rispetto alla quiete emanata dagli dei silenziosi, altre volte le macchine fanno semplicemente da sfondo alla glorificazione delle splendide statue, in un continuo alternarsi. 

Il Museo della Centrale Montemartini è una realtà che si distingue da tutte le altre: si tratta della riconversione della Centrale termoelettrica di Giovanni Montemartini, edificata agli inizi del Novecento sulla via Ostiense, in uno spazio espositivo dedicato alle opere d’arte antica provenienti dalle raccolte capitoline. 

La prima centrale elettrica pubblica di Roma viene inaugurata nel 1912; essa nasce per volontà dell’assessore Giovanni Montemartini, noto per il suo impegno nella municipalizzazione energetica. 

L’idea iniziale è quella di creare una centrale a vapore in grado di fornire energia supplementare nelle ore di punta ma, in realtà, essa diviene un impianto a sistema misto di motori diesel realizzati dalla ditta Tosi di Legnano, e turbine a vapore. Questa nuova centrale riesce a dotare mezza città di una più grande intensità di luce, arrivando a garantire l’elettrificazione a prezzi davvero vantaggiosi.

Intorno agli anni ’50 del Novecento inizia il lento declino della Centrale Montemartini causato del boom economico che sposta l’attenzione rispetto alle ormai sorpassate centrali degli inizi del secolo; sono ormai lontani i tempi in cui il quartiere Ostiense era ricco di impianti industriali, nati in quel luogo per la vicinanza del Tevere, della via Ostiense e della ferrovia. 

L’area cade, dunque, in uno stato di totale abbandono. Sulla scia della valorizzazione e del recupero delle zone industriali degradate, avviato in Europa negli anni ’80, comincia a farsi strada l’idea di recuperare il quartiere Ostiense.

Gran parte dei complessi industriali della zona sono a quell’epoca completamente distrutti; la scelta di operare un’azione di recupero cade sulla Montemartini divenuta proprietà dell’Azienda Comunale Energia e Ambiente (ACEA), che, a partire dal 1989, si occupa di porre in essere un progetto di valorizzazione che tenga conto e rispetti quello che si conserva dell’impianto originario.

Un momento di svolta nella storia della Centrale Montemartini avviene negli anni ‘90, quando durante la delicatissima fase di restauro che coinvolge alcune aree dei Musei Capitolini, essa viene scelta come spazio espositivo temporaneo; vengono qui accolte le opere provenienti dal Palazzo dei Conservatori, dal Museo Nuovo e dal Braccio Nuovo, che, altrimenti, sarebbero state sottratte al pubblico e nascoste all’interno di casse.

La Centrale offre uno straordinario episodio di archeologia industriale, oltre a disporre di spazi espositivi vastissimi dove è possibile accostare, per la prima volta, manufatti ancora funzionanti ad eleganti e preziose creazioni artistiche dell’arte greca e romana. 

La mostra allestita in quell’occasione ha per titolo “Le macchine e gli dei”; essa apre al pubblico nell’ottobre del 1997 e rimane in programma sino alla riapertura dei Musei Capitolini. Il percorso espositivo mostra di rispettare gli oggetti preesistenti senza snaturarli. 

Viene scelto per l’allestimento un colore non industriale, quasi settecentesco, che possa far emergere, enfatizzandolo, il bianco delle sculture, definendo un confine ideale tra queste e le macchine. 

Il risultato finale è talmente suggestivo che, al termine della Mostra e dopo il rientro della maggior parte dei pezzi in Campidoglio, si decide che alcune opere rimangano in Montemartini, trasformando di fatto la Centrale in un museo permanente.

Si tratta dei rinvenimenti avvenuti a Roma nell’Ottocento e di tutto il settore del Quirinale e del Viminale, scoperto nel Novecento. Al percorso museale si accede tramite un ingresso rettangolare, contraddistinto da una luce gialla e bassa che diventa più accesa in corrispondenza di una Venere in marmo databile al I secolo a.C., che ha come suggestivo sfondo una grande pompa di estrazione realizzata nel 1912.

Questo primo ambiente è caratterizzato soprattutto dalla presenza di macchine e di pannelli che contengono informazioni relative alla storia della Centrale, accompagnate da numerose fotografie d’epoca. La prima sala che si incontra al piano terra è la Sala Colonne: un tempo questo ambiente era destinato alla raccolta dei residui della combustione del carbone, che avveniva tramite una serie di tramogge collocate sul soffitto. 

La sala conteneva un certo numero di pilastri di grandi e svariate dimensioni che fungevano da sostegno alle caldaie, situate al piano superiore; queste pilastrature sono state mascherate in quinte continue per permettere di creare un percorso lineare e leggibile.

Lo spazio è completamente privo di luce naturale e funge da contenitore delle opere più antiche; è qui ospitata l’arte prodotta nel periodo repubblicano (dal IV fino al I secolo a.C.). 

Si inizia con una Cista in peperino, il pezzo più antico dell’intera collezione, risalente, con ogni probabilità, al V secolo a.C.; seguono Frammenti di pitture parietali provenienti dall’Esquilino, databili al 280 a.C. E’ poi in esposizione un Gruppo statuario, anch’esso in peperino, rinvenuto sulla via Tiburtina a fine Ottocento. 

La seconda parte della sala presenta una serie di busti – ritratto, ascrivibili all’età alto -repubblicana; alle estremità sono poste due statue di togati, una delle quali è il celebre Togato Barberini (I sec. a.C.). La statua, collocata centralmente e in posizione lievemente sopraelevata, incarna l’autocelebrazione gentilizia tardo – repubblicana, ben esemplificata dalle due maschere funebri tenute dal togato che rappresentano la venerazione degli antenati; la stessa toga è simbolo esteriore del potere. 

Dal piano terra una scala conduce a quella che è considerata la sala più bella della Centrale Montemartini, la Sala Macchine; lo spazio è molto alto e caratterizzato dalla presenza di due enormi motori diesel. I motori a due tempi furono installati il 21 aprile 1933, alla presenza di Benito Mussolini. 

L’ambiente presenta il pavimento originale a mosaico policromo che disegna il perimetro delle macchine; esse vengono ben utilizzate per dividere la sala in tre navate. Il ritmo espositivo è sottolineato da pilastri e architravi che si alternano alle statue, disposte in lunghezza.

La navata centrale è conclusa ad est da una grande Atena rinvenuta in un porticato sulla via Lata, attuale via del Corso; la statua è esposta in modo da ricalcare la sua collocazione originaria. 

E’, infatti, circondata da una serie di pannelli color carta da zucchero, disposti in modo concavo, così da ricordare un’edicola. Sul fondo della sala vi sono i resti della decorazione frontonale del Tempio di Apollo Sosiano; si tratta di sculture che sono originali greci di manifattura attica risalenti al 450 a.C.,  provenienti dal tempio di Apollo Daphnephoros di Eretria. Esse giunsero a Roma grazie all’intervento di Gaio Sosio nel 34 a.C. 

Il frontone e i pezzi disposti attorno ad esso furono scoperti sulle pendici del Campidoglio e nella circostante area di Sant’Omobono; i resti dell’interno del Tempio, tutti realizzati a Roma, sono collocati dietro il frontone. Essi sono contraddistinti da grande ricchezza di materiali e sono esposti vicino una finestra che affaccia su ciò che rimane delle vecchie industrie ostiensi.

I pezzi collocati a destra del frontone arrivano dall’area del Campo Marzio; è presente in esposizione una Musa seduta rinvenuta nella zona del Teatro di Pompeo e i resti, in marmo, del monumentale acrolito di Fortuna Huiusce Diei il quale occupava l’intera cella del Tempio B di Largo Argentina

Nella Sala Macchine è rimasta al proprio posto l’unica delle sei turbine a vapore presenti nella Centrale Montemartini, divenuta solida base per la statua di Agrippina come orante, realizzata in basanite e databile al I secolo d.C.

La splendida statua, il cui colore scuro e lucido si coniuga perfettamente con il metallo delle macchine, proviene dal colle Celio; essa venne rinvenuta alla fine dell’Ottocento insieme alla dea, di incerta identità, conosciuta con il nome di Vittoria dei Simmaci, anch’essa presente nella Sala Macchine e attualmente esposta dietro la turbina. 

Salendo qualche gradino si giunge al terzo e ultimo spazio allestitivo, la Sala Caldaie, priva di macchine e molto ampia. Sulla parete sud è collocata un’unica, maestosa, caldaia degli anni ’30 a partire dalla quale si sviluppano, sul soffitto, diverse impalcature e condotti di areazione metallici. 

La sala è caratterizzata dalla presenza di pannelli e pilastri verdi, che assecondano, con la loro posizione, la presenza sul pavimento di un enorme mosaico degli Horti Liciniani (255 d.C.), rinvenuto presso la chiesa esquilina di Santa Bibiana e qui riassemblato su un letto di ghiaia scura. Questi Horti erano parte della magnifica residenza dell’imperatore Licinio Gallieno; dell’intero complesso rimane, vicino alla Stazione Termini, un ninfeo conosciuto con il nome di Tempio di Minerva Medica.

Il prezioso mosaico presente ora alla Centrale Montemartini reca scene con la cattura di animali selvatici come orsi, gazzelle e cinghiali, utilizzati negli spettacoli del circo. Esso è posto in una zona leggermente sopraelevata e, accanto, si trova la statua in marmo della Musa Polymnia, ritrovata negli antichi Horti Spei Veteris. 

Il magnifico giardino fu realizzato all’interno del complesso imperiale voluto da Settimio Severo e completato poi da Elagabalo, costituito da un palazzo con annesso un circo e un anfiteatro di corte; tutto venne edificato nell’area che si estendeva dall’attuale piazzale di Porta Maggiore sino all’estremità sud – orientale della città. 

Attorno al mosaico l’allestimento privilegia gli elementi tipici della villa romana costituiti dal porticato, dall’esedra e dalle numerose nicchie entro le quali vengono accolte le statue a segnare il percorso espositivo.

La Centrale Montemartini accoglie al suo interno grandi capolavori della statuaria antica che esaltano il potere e la grandezza di Roma attraverso un percorso che rivela lo sviluppo della città dall’età repubblicana fino a quella tardo imperiale. Parallelamente viene messo in luce un passato più recente ma altrettanto interessante, quello dei primi ambienti industriali romani.

 

Per coloro che volessero visitare sia la mostra che questa area e sezione insolita dei Musei Capitolini, selezionate qui sotto.

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Musei Capitolini e Centrale Montemartini con video multimediale