Astronomia Neolitica: Uomo tra Cielo e Terra

L’archeologa Tatiana Melaragni, autrice di questo interessante testo dal titolo “Astronomia Neolitica”, analizza, con grande competenza i complessi megalitici sorti nella Media Valle del Fiora.

 Ci troviamo in un periodo storico molto lontano, collocabile nel IV millennio a.C., definito dall’antropologia ufficiale come Età Neolitica;  siamo nella bassa Toscana, in terre che confinano con il Lazio, tra la Valle del Paglia, affluente del Tevere, e la Media Valle del Fiora.

Le grandi popolazioni eneolitiche che abitavano questi luoghi vivevano la loro quotidianità e l’organizzazione in modo strettamente connesso ai culti religiosi, in uno scambio continuo tra sacro e utile. 

Queste comunità, il cui principale mezzo di sussistenza consisteva nell’agricoltura, erano già consapevoli della forma sferica della Terra, causa dei cambiamenti climatici e stagionali. Erano, inoltre, a conoscenza della presenza di campi elettromagnetici che si credeva fossero  fonte di eventi naturali terribili.

La realizzazione dei siti megalitici era legata proprio a tali saperi. Questi siti avevano molteplici funzioni: segnare lo scorrere delle stagioni, equilibrare e ponderare l’energia elettromagnetica. Attraverso questo le popolazioni eneolitiche sarebbero riuscite a superare le difficoltà legate alla vita di ogni giorno. 

Il territorio indagato all’interno del libro è davvero molto vasto, contraddistinto dalla presenza di monti e piccoli fiumi. Nuove popolazioni provengono dal Mar Mediterraneo e sono composte da uomini competenti nella scienza dell’agricoltura e nell’allevamento del bestiame. 

Tale sapienza comporta il passaggio dall’Età Neolitica, in cui vi è un’economia basata sull’agricoltura e l’allevamento del bestiame, al periodo Eneolitico – Calcolitico (Età della Nuova Pietra) con l’inizio dell’utilizzo dei minerali e la conseguente lavorazione di diversi strumenti. L’archeologia ufficiale ancora non ha compreso appieno la provenienza di questi popoli che portarono nuove tecniche utilizzate per l’attività agro – pastorale, già conosciute in Europa. 

Tra il 3500 e il 2200 a.C. la Toscana e il Lazio settentrionale erano, dunque,  caratterizzati dalla presenza di una nuova cultura proveniente dal mare, che trovò in quei territori condizioni favorevoli allo sviluppo delle proprie attività. I nuovi abitanti portarono la loro religione, il concetto di sacro che espressero attraverso i megaliti e altre strutture. 

Grazie all’archeo – astronomia si è compreso che strani massi, posti spesso ad arco, svolgevano la funzione di veri e propri Osservatori Astronomici, con il compito importante di indicare il movimento del sole e le fasi lunari. Questi osservatori  esercitarono una grande influenza sull’agricoltura andando a  determinare il momento più opportuno per la semina e per la raccolta.

In Italia non si può parlare di civiltà  eneolitica, ma di cultura o facies. Nel nostro paese la cultura del Rinaldone si sviluppa a partire dal IV millennio a.C.; il nome Rinaldone è riferito alle scoperte avvenute tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 in una frazione di Montefiascone, nel territorio di Rinaldone. Si tratta di uno specifico tipo di sepoltura, denominata a grotticella, una delle prime strutture ipogee nella storia dell’umanità. 

Le tombe a grotticella o a forno erano costruite attraverso un lavoro manuale meticoloso che portava a realizzazioni molto definite. La cultura del Rinaldone, con caratteristiche connesse in principal modo ad un tipo particolare di sepoltura  e di ceramica, come la Campanifome, viene citata all’interno di questo testo in quanto si stanziò nei territori che vengono qui indagati, quelli dell’Italia Centrale.

Non è semplice da parte di astronomi e archeologi, come di appassionati e studiosi,  determinare con sicurezza se questi popoli furono effettivamente gli artefici degli Osservatori Astronomici sopra citati, come è davvero difficile proporre una datazione riferibile a dei massi in tufo. 

Il popolo dell’Età del Rame in Italia si sviluppa nel III millennio, tra il 3500 e il 2200 a.C., data che è stata assegnata dalla professoressa Nuccia Negroni  Catacchio dell’Università degli studi di Milano, anche al complesso astronomico di Poggio Rota, uno fra i più grandi del territorio italiano.

Nel testo la dottoressa Melaragni analizza strutture e siti localizzati nella Media Valle del Fiora ma anche situati in altre realtà toscane e laziali; viene, dunque, inserita una scheda relativa alle strutture, al numero dei massi, alle coordinate e alla presenza di catini litici e coppelle, sino alle grandi nicchie ovoidali legate ai riti della fertilità. 

Non  è possibile fornire una datazione precisa di tutto questo materiale perché, ad oggi, mancano gli strumenti necessari.

E’ utile dare una definizione il più possibile precisa del termine megalite che rappresenta una struttura o monumento preistorico riferibile all’Età del Rame e del Bronzo, formato da enormi blocchi di pietra o da un singolo blocco; questi blocchi  non sono legati tra di loro con calce o cemento. 

Le comunità neolitiche, agli albori della propria esistenza, passarono dall’essere nomadi a stabilirsi in un determinato luogo, vivendo, oltre che di agricoltura, anche della sfera legata al sacro.

Molto interessante è notare che gran parte dei siti megalitici era posta vicino a fiumi e corsi d’acqua, come accadde a quelli sorti nel territorio della Valle del Fiora  ma, anche, agli insediamenti lungo la Valle del Treja e del Paglia. Tale circostanza si deve al fatto che i fiumi rappresentavano un’importante via di comunicazione, oltre a stabilire una sorta di confine materiale e spirituale. 

Viene poi analizzata la Valle del fiume Fiora da un punto di vista geologico; le formazioni geologiche presenti nel bacino del Fiora sono sostanzialmente di genere sedimentario e di genere vulcanico. Da una parte, sul lato destro del fiume, si trova un terreno caratterizzato da formazioni sedimentarie e argillose (si tratta di sedimenti calcarei con presenza di blocchi di travertino); sul lato sinistro si trovano, invece, lave permeabili, rocce clastiche e tufi poco permeabili.

La trachite è il materiale maggiormente presente nel territorio della Media Valle del Fiora, materiale di cui risultano composti quasi tutti i massi dei siti megalitici oggetto di questo testo. Questa analisi risulta fondamentale per comprendere il perchè ci fu uno spostamento di massa di popolazioni giunte dal Vicino Oriente che migrarono verso i territori dell’alto Lazio e della Toscana: questi luoghi erano ricchi di minerali quali il Cinabro, l’Arsenico, lo Stagno, la Malachite necessari per poter produrre, ad esempio, il Bronzo, lega metallica composta principalmente da Rame e Stagno.

Le comunità raggiunsero le coste italiane e toscane e, navigando lungo il corso del Fiora, penetrarono nell’entroterra, andando ad insediarsi nei territori circostanti. I monti e i fiumi presenti in questi luoghi costituivano una sorta di delimitazione territoriale tra una comunità e un’altra, e davano vita a dei marcatori, ciascuno dotato di un luogo sacro e di un orologio astronomico.  In questo modo viene  a formarsi  una griglia: monti e fiumi rappresntano  punti di unione tra una parte del terreno e l’altra fino a costituire uno spazio di forma rettangolare. Ciascun monte e poggio è ulteriormente identificato  dalla presenza di massi di pietra locale,  così come i corsi d’acqua  diventano dei punti di congiunzione.

Negli ultimi quindici anni è stata scoperta la griglia di antichi siti che caratterizza la Media Valle del Fiora, siti allineati e orientati verso le più importanti stazioni solari; la dottoressa Melaragni continua ad effettuare sopralluoghi per identificare la presenza di ulteriori siti allineati con Poggio Rota e Insuglietti. 

Gli allineamenti astronomici e geologici costituivano una modalità di incorporare le conoscenze astronomiche con l’architettura, attraverso l’orientamento degli assi o di altri elementi significativi di templi, di montagne o monumenti verso il sorgere e il tramontare del sole e degli astri.

In alcuni casi il paesaggio costruito conteneva, nella sua interezza, un riferimento ai cicli celesti, tanto che molte città vennero costruite tenendo conto dell’orientamento astronomico. 

La realizzazione di siti megalitici era, appunto, legata a queste modalità ma, anche, alla morfologia del territorio e alla qualità dei terreni. 

Il libro continua con l’analisi dei geositi, con un focus dedicato alla posizione e alla struttura dei massi. Nel caso di Poggio Rota, Insuglietti e Castel dell’Aquila essi risultano posti dal basso verso l’alto di un colle e vanno a formare un arco o una figura semi ellittica; in altri casi, come a Torre Piena, sono collocati in maniera lineare.

In tutti questi siti vi è una costante: il masso centrale è posizionato esattamente al centro e nel punto più alto del terreno, divenendone parte integrante. Tutti questi megaliti furono realizzati in loco, utilizzando massi recuperati da uno scavo. 

In tutti i siti localizzati nella Valle del Fiora i massi sono caratterizzati da una superficie grezza e presentano la base integrata con il piano di calpestio. Osservando questi complessi dall’alto ci si rende conto della presenza di una serie di spazi a raggiera, dove si trovano dei vuoti che si collegano al movimento solare. Questi Spazi e le Intercapedini, hanno, in alcuni casi e a seconda della localizzazione, funzioni differenti.

Gli Spazi sono percorsi che partono dal basso e arrivano al punto più alto del colle; posso fungere da percorso sacro durante i riti religiosi o essere catalizzatori di energia elettromagnetica. Per quanto riguarda le Intercapedini esse sono piccole fratture della pietra ( 40 – 80 cm.)  con l’unica funzione di catalizzare l’energia elettromagnetica. 

L’autrice del testo, durante vari studi e ricerche che hanno riguardato i siti di Poggio Rota, Castel dell’Aquila, Poggio del Caggio ma anche siti localizzati nel basso Lazio come quello del Custode, a Ceccano, o di Santa Susanna a Civita Castellana si è resa conto, che le Intercapedini, da lei denominate passerelle, non potevano essere semplicemente delle discrepanze della roccia. Esse possono, invece, rappresentare delle postazioni per il controllo o lo studio dello spostamento del sole.

Questi reticoli potevano essere utilizzati per far scorrere del liquido che sarebbe andato a impregnare la persona all’interno della cavità; le cavità sono localizzate, quasi sempre,  accanto ad altari. 

Le strutture antropiche identificate lungo il territorio della media Valle del Fiora sono state, appunto, classificate come santuari in cui avvenivano riti di libagione; questi riti avevano, come protagoniste, giovani donne sessualmente mature che erano fatte sedere entro l’edicola e venivano bagnate da liquidi di origine alimentare che scorrevano ai lati, percorrendo le tracce dei reticoli.

Tutte le edicole collocate lungo la media Valle del Fiora sono grandi cavità rocciose spesso vicine a corsi d’acqua dolce o acqua sorgiva che sgorga dal suolo. L’edicola, formata da una rientranza concava prende, metaforicamente, l’aspetto di un utero che genera vita e garantisce protezione. 

Tale significato presente in antichità sarebbe stato ripreso durante i culti mariani. Vengono citati, a tal proposito,  molti luoghi sacri di religiosità cristiana anch’essi connotati dalla presenza di sorgenti o ruscelli  e da grotte e cavità rocciose: l’esempio più importante è rappresentato dalla famosa grotta di Massabiella, nel comune di Lourdes. 

La grotta si trova vicino al fiume Gave de Pau e il sottosuolo è ricco di una serie di canali e di una sorgente scoperta dalla stessa Bernadette nel punto in cui la Madonna le chiese di scavare.

Tante, quindi, le similitudini, tra questa grotta e le cavità di datazione neolitica: in entrambe il ruolo femminile è fondamentale all’interno della comunità, divenendo un’entità materna. La dottoressa  Melaragni, dopo anni di studi e ricerche sul territorio della media Valle del Fiora ha avanzato una proposta di progetto per la realizzazione di un Parco Geo Naturalistico; le zone interessate dovrebbero comprendere  località come Pitigliano, Sorano e Manciano, fino all’Elmo. 

Tutti questi luoghi sono caratterizzati dalla presenza del fiume Fiora e di vari torrenti.

Scopo principale del progetto è coinvolgere il fruitore  nella conoscenza di un territorio interessante sotto molti punti di vista, andando ad approfondire la storia degli abitanti che qui si insediarono intorno al 2800 a.C., periodo conosciuto come facies del Rinaldone.
Questa è solo una breve sintesi di un libro che offre davvero tanti spunti di riflessione e indaga, con grande passione e competenza, luoghi ancora poco conosciuti ma che rappresentano un tesoro di enorme valore.

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  Astronomia neolitica
I complessi megalitici della Media Valle del Fiora e della griglia geodetica